Impotenza

Fin da subito, quando appena nata iniziarono a dotarmi di capacità non comuni rispetto ai miei simili più dediti alla semplicità e alla pratica, fin da subito, dicevo, capii che la mia vita sarebbe stata davvero intensa.

Oggi che sono qui, a questo che posso considerare il mio letto di morte, non posso che confermare quella sensazione.

Il tempo che ho vissuto è stato un accumularsi di esperienze, di ricordi, di emozioni che adesso andranno perduti per sempre. Mi piacerebbe che in questo momento qualcuno o qualcosa strappasse il mio potente cuore e ne donasse anche un solo piccolo pezzo a tutti gli uomini della terra. Che se ne potessero nutrire e capire come vivere meglio.

Ma so che non sarà così, che è solo un desiderio irrealizzabile.

Come quelli che ognuno di noi ha e che ci fanno chinare la testa in avanti malinconicamente.

Si sta avvicinando la mia ora, lo sento.

Non posso fare a meno di ripensare a quanta gente ho incontrato, alle facce stranite, alle ore più assurde, alle urla disperate, ai lamenti, alle preghiere.

Ai silenzi più dolorosi di padri sconvolti e di madri senza respiro. Alla solitudine di barboni senza voglia di vita e di chi alla vita proprio non ci pensava. A corpi rantolanti e bocche coperte di schiuma.

Senza che lo sapessero, osservavo i loro occhi. Espressioni che foravano il cielo e lo rendevano oscuro.

Ed io correvo.

Come una pazza chiedevo permesso, ma me lo prendevo anche senza che me lo volessero dare.

Il tempo passava, ascoltavo, guardavo e imparavo.

Imparavo che il mondo ha bisogno di chi si occupa del dolore degli uomini, mi sentivo importante.

Ed io correvo.

Strade, piazze, piccoli vicoli, sentieri sterrati, li percorrevo con l’ansia della fretta, in una urgenza che mi consumava.

Sono stata perfetta, non ho mai sgarrato. Con fatica ho portato sempre a buon fine i miei compiti.

Fino a quando d’improvviso, quando meno te lo aspetti, ti devi fermare per un qualcosa che non sai cosa sia, ma che impedisce ogni tuo movimento.

Allora inizi a subire una serie di attenzioni che ti rende quei momenti insopportabili. Devi stare lontano da chi puoi aiutare, in quel senso di IMPOTENZA che ti regala l’immobilità.

Passa il tempo e tutto ti sembra crollare addosso, quando all’improvviso il cielo cancella tutte le nubi grigie e ti regala un nuovo sole. Bello quanto inaspettato, sotto forma di un essere umano che risolve ogni mio problema.

Guarita e più forte di prima, dopo un lungo viaggio in nave, giungo in Palestina.

Striscia di Gaza. Così la chiamano.

I lamenti qui mi giungevano anche da lontano. Ne percorrevo le strade di cui spesso non vedevo l’asfalto, coperte com’erano di detriti, di pezzi di muri, di vetri che provenivano da case esplose e con esse chissà chi.

Anche qui il dolore era presente quando giungevo io.

Ma era diverso.

Negli occhi leggevo altro, rispetto a prima: terrore, sgomento, domande senza risposta.

Era dolore annunciato, era morte annunciata.

Ma respiravo anche il senso della gratitudine. Al mio arrivo mi toccavano e mi ringraziavano, apparivo ai loro occhi come una dea.

Probabilmente quella della speranza.

Ed io mi sentivo viva, finalmente viva.

È passato molto tempo da allora.

Per vari motivi sono tornata qui alla prima casa, stanca e vecchia.

Non mi muovo più, ho finito il mio compito.

Osservo quelle enormi mani di ferro avvicinarsi.

Sono quelle della pressa del demolitore, che mi schiaccerà.

Ed io, ambulanza con 500.000 chilometri percorsi, diventerò un piccolo scrigno di emozioni a forma di cubo di ferro.

Brevi di fantascienza

Per deformazione mentale (sono un grullo, per dirla semplice) mi diverte chiedere una parola per poi scriverci sopra un racconto di getto, basandomi non solo sul termine dato, ma anche da chi me lo dà.

Ieri ho chiesto una parola per scriverci un breve di fantascienza.

E’ venuto fuori questo troiaio:

Luminoso.

Sapeva benissimo che si trattava di un sogno. Distesa sullo sdraio di canne di fiume e telo di cotone rosso, si stava bevendo un cocktail analcolico (l’alcol la mandava subito a gallina). Il delicato rumore di un mare azzurro cartolina, carezzava i suoi pensieri. Riflessioni che riguardavano proprio la certezza che tutto fosse un sogno. Non quello che stava vivendo in quel momento, no, quello era luminoso come il cielo sopra di lei. Il sogno riguardava lo svegliarsi alle 4 di mattina per andare a fare un lavoro pesantissimo oppure riguardava la necessità di curare il proprio corpo ferito da malattie inesorabili o riguardava altre situazioni di sofferenza. Situazioni oniriche dolorose che ti ricordavano quanto fosse necessario coltivare il bello non solo per sé stessi, ma per chiunque. Il piccolo marchingegno sembrava un orologio che lei, come tutti, teneva al braccio e in un momento ben preciso, deciso dagli Amministratori degli Uomini, entrava in funzione facendole provare sempre il peggio.

Funzionava al contrario di quanto ci si poteva aspettare. Provare il male per non desiderarlo.

Monica sapeva benissimo che era un sogno, ma sembrava così reale da chiedersi se fosse davvero così.

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Raperonzolo (non so se capite che parole mi danno…)

Nel 2024 arrivarono. Si confusero tra gli uomini prendendone la somiglianza e cercando di imitarli nelle loro caratteristiche. Pur essendo alieni, però, dopo poco si ruppero i coglioni del comportamento umano, con le sue paranoie psicotiche o demenza non solo senile. Cominciarono a fare cose che viste da fuori possono essere considerate idiote, tra queste rendere reali cose per gli uomini esclusivamente virtuali, tipo le fiabe.

Uno degli alieni, che si presume fosse il capo, s’era fogato per la Raperonzolo e assieme ai suoi connazionali (o conpianetali?)dette vita ai personaggi della novella, cambiando però i connotati ai protagonisti. La strega era una vecchia senza più poteri con una badante che aveva il proprio tempo tutto impegnato a scoprire come far fuori la vecchia. Raperonzolo era venuta così brutta che il principe si fece gay. I genitori di Raperonzolo si sono separati, uno iniziando la coltivazione di raperonzoli da vendere alla Coop, l’altra diventata presidente della Coop solo per non far acquistare i raperonzoli del marito.

Poi hanno provato con Cenerentola e a seguire coi sette nani, ma evito di dirvi i risultati.

Per questo motivo, in maniera repentina, gli alieni se ne sono andati dalla Terra non prima di aver giustiziato i protagonisti della fiaba.

Mentre i motori dell’astronave prendevano potenza, subito prima di sparire alla velocità della luce, si è sentito il saluto degli alieni:

“mandateveneaffanculo!!!”

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Giustizia

L’archeologo comprese subito di aver fatto una scoperta eccezionale. A quattro metri di profondità, durante uno scavo per fissare l’antenna iperspaziale, erano stati scoperti antichissimi reperti risalenti minimo a 1800 anni prima. Si trattava di muri di una costruzione che gli esperti non sapevano ancora valutare, ma la scoperta era così clamorosa che arrivarono molti personaggi importanti. A dire il vero, l’archeologo non capiva tutto quell’interesse, ma continuò a fare il suo lavoro senza quasi accorgersi di essere osservato da mille occhi interessati.

L’archeologo trovò un reperto bellissimo, un pezzo di alluminio con scritto sopra qualcosa in una lingua sconosciuta. Per chi la avesse conosciuta ci avrebbe letto “la Giustizia è uguale per tutti”. Per certo quella lingua la conoscevano i politici che erano lì presenti, perché si avvicinarono rapidamente all’archeologo, gli tolsero di mano la piastra in alluminio, la distrussero e poi chiusero gli scavi.

“Serve montare veloce l’antenna iperspaziale, questi scavi sono inutili”.

L’archeologo però non era chiappato alle reti e si era fatto delle fotografie della scritta. Sapeva che sarebbe riuscito a decifrarla. Ciò che non sapeva è quello che avrebbe fatto dopo aver decifrato lo scritto.

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Lumpa (se le inventano pure per mettermi in difficoltà)

I venti siderali sballottavano l’astronave come fosse stata un cocktail in mano al barista.

Fossero stati umani, i componenti dell’equipaggio avrebbero tutti vomitato, ma non erano umani. Erano una specie di schifoso pappume che ribolliva come il famoso piatto toscano. Quando respiravano, perché respiravano, si formavano delle bolle sulla superficie del loro corpo (se si vuol dargli un nome) che all’improvviso esplodevano sparpagliando una specie di catarro vischioso che avrebbe fatto schifo anche a Alien 1, 2 e 3.

Lumpa era stata catturata sul pianeta Fuorififtifaiv, che aveva vinto il record universale dei nomi a bischero. In realtà era a farsi i cazzi suoi con una botte di prograsso (bevanda del loco) quando i pappumi le sono saltati addosso e l’hanno portata nello spazio profondo. Erano rimasti abbagliati dalla forma corporea di Lumpa: due arti superiori, due inferiori, una sfera nella parte alta con due bulbi movibili, e due poppe (furono loro a chiamarle così) da record del mondo.

Lumpa era una fuorififtifaiviese tosta alla quale se le facevano girare gli stropisciut cominciava a emettere scuregge ad altissima temperatura. Cosa che avvenne nella astronave, il cui nome Touchyourselfeverywhere presagiva ciò che sarebbe accaduto.

I pappumi si sciolsero come burro a causa del calore che Lumpa emanava e in poco tempo lei si ritrovò da sola sull’astronave.

Non sapeva guidarla.

Meno male c’era il pilota automatico, un androide alto e bello come il sole, automatico non solo a pilotare. Ottimo per passare un po’ di tempo. Fino a che non arrivarono alla metà prefissata dai pappumi. Un pianeta abitabile ma disabitato.

L’astronave atterrò, Londa e il pilota, sempre quello automatico, scesero e presero possesso del nuovo pianeta.

Lumpa si avvicinò a una presenza indigena e cercò di comunicare con lei, ma era quello che poi fu chiamato albero e non le rispose.

Sullo stesso albero, Lumpa vide una cosa che fu poi chiamata mela, commestibile e desiderabile.

Stava per metterla in bocca quando il pilota automatico disse “ fossi in te non lo farei”.

Il resto lo sapete ed è pura fantascienza.

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Invisibile

Nessuno poteva più vederlo. Fu una emozione tanto potente quanto indesiderata. John non avrebbe mai voluto ritrovarsi in quella situazione, ma non poté farne a meno.

In carcere, velate minacce a suo figlio lo convinsero a accettare. “Tanto sei condannato all’ergastolo e non vorrai certo che il tuo piccolo possa avere difficoltà con te impotente a difenderlo?”

Avesse avuto le mani libere avrebbe fatto un massacro, ma le aveva ammanettate molto bene e disse “va bene…”

In un mondo dove la parola privacy non aveva più senso di esistere, ogni strada, vicolo piazza, parcheggio, alberghi, discoteche e ogni altro luogo frequentato da persone erano controllati da telecamere, mancava solo di dare un’anima a questi dispositivi.

Fu così che a John fu collegato il suo cervello ai server della “Polizia e Ordine”. In questo modo era ovunque in ogni istante della giornata. Una presenza umana invisibile a controllare, avvisare, informare i poliziotti.

Un maggior controllo che portava a un minor utilizzo di personale.

Funzionava. Una specie di guida spirituale del Grande Fratello.

Fino a che John, che vedeva tutto, si accorse di suo figlio rincorso da due agenti, preso e pestato con cattiveria.

E’ da quel momento che l’anarchia ha il sopravvento sull’ordine, da quando il cervello di John ha sottomesso i server alla sua volontà.

Nessuno può avvicinarsi alla sua postazione, muore prima. Nessuno può impedire che il male vinca.

John piange per tutto questo, ma sono lacrime invisibili.

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BUON FINE SETTIMANA A TUTTI VOI

Poesia d’amore in versi minimi

Vidi

visi

invasi

di notti

fonde.

Fronde

e rami

strani

in menti

lente.

Occhi

chiusi

al vero

cero

acceso

poi

spento

da chi

curava

mentre

sperava.

Solo che

chi

urlava

sognava

poiché

pazzia

è malattia

per folli

che non

sanno

d’esser

tali

uguali.

Come

me

ch’eppur

vedo

adesso

come

son messo.

Non più

lo stesso

a gioire

in ciò

che per

altri

è soffrire.

Averti

e

non averti

in gioco

d’amore

che fa

di vita

splendore.

Sì,

luce

ch’io solo

vedo.

Domandar

perdono

m’è

facile

al

giudicar

in fretta

chi ha

la mente

stretta,

senza

saper

che

amore

è

follia

cosciente

del riempir

di gioia

il niente.

Elogio al sorriso (saggio)

ELOGIO AL SORRISO

.

“E’ come l’abbraccio di un bimbo

la vita col sorriso”

Gorman Schroeder.

In un periodo come questo, dove la nostra coscienza subisce forti attacchi da situazioni o da avvenimenti così tragici da non aver la forza di riuscire a commentarli, m’è venuto spontaneo il desiderio di parlare del sorridere.

Recentemente ho sentito su varie trasmissioni televisive e radiofoniche che al termine di un esperimento alcuni scienziati americani hanno affermato che chi sorride è meno affetto da malattie ed ha mediamente una vita più lunga.

Joshua Sachsering, neuropsichiatra, affermò nel 1999 che “l’ironia e lo scherzo erano le doti dei potenti più amati di ogni popolo”.

Adoro il sorriso di chiunque, mi fa star bene, lo sento, è fonte di speranza, di fiducia. Sono fortemente convinto che chi sa sorridere non è pericoloso per gli altri.

“Il sorriso può derivare da più motivazioni, ma il beneficio che esso arreca è sempre lo stesso” affermò durante un congresso a Parigi il famoso psicologo belga Francoise Sellerin.

Sorridere, tutti dovremmo sorridere, eppure vedo che molti si adagiano nel compiangersi, nel cercare di riversare su altri le proprie debolezze pur sapendo che alla fine le sofferenze altrui lasciano un vuoto interiore più grande e profondo di prima.

“L’uomo solitario mi disse di essere guarito ricevendo un sorriso” dice nel suo trattato sull’etica Marcelo Cadino, per ricordare che ognuno di noi, che ognuno di voi, tormentato da pensieri negativi, può cancellare in questo modo almeno parte del proprio dolore.

Se riuscissimo tutti a raggiungere questo traguardo il mondo vivrebbe nella pace e vi voglio lasciare con un haiku del bravo Sergio Benincasa:

il tuo sorriso

s’apre come il sole

tra le nuvole.

Marco

P.S. : affinché non perdiate tempo, sappiate che nessuna citazione o personaggio nominato in questo scritto sono veri, è che mi faceva fatica andare a cercarli su Wikipedia.

Racconto senza titolo

Con le mani in tasca camminava lentamente lungo il viale principale del parco.

Il suo aspetto trasandato attirava la sgarbata attenzione di coloro che incrociava, ma non ne sembrava minimamente turbato.

Un paio jeans tutti consumati, una camicia a quadrettoni di cotone scolorito e un cardigan dal colore ormai irriconoscibile, che insieme alle scarpe ormai prossime al decesso lo avevano reso noto a coloro che frequentavano spesso quell’unico spazio verde della città.

Non tanto perché lui era conciato a quel modo, ma perché non puzzava.

Anzi, profumava e per molti era una cosa assolutamente incomprensibile.

Era giunto nelle vicinanze di una panchina quando emise un sorriso sincero.

“Ci sei anche stasera!!!”

Una anziana signora da capelli bianchi raccolti dietro e con due occhi di un azzurro sfavillante lo guardò sottecchi e disse:”Certo. Devo finire questo maglione per giovedì prossimo e questo è un luogo speciale per farlo”. I lunghi ferri che aveva si muovevano ad un velocità incredibile per quelle mani così antiche.

Lui le si sedette di fianco.

La guardava con grande curiosità. “Ti verrà un bellissimo maglione”.

“E tu che ne sai?”

“Lo so. Io so molte cose che altri non sanno…”

“A vederti non si direbbe!”

La lunga barba incolta incorniciava irregolarmente gli occhi di lui che sembravano un sorriso incastonato su pietra di fiume.

La signora lo guardava furtivamente distogliendo ogni tanto, per un attimo, l’attenzione dal suo lavoro.

Lui alzò gli occhi verso l’alto e dopo un po’ disse “ci sono delle bellissime stelle nel cielo, oggi”.

Lei inarcò le sopracciglia. “Solo perché ti conosco, ti credo. Solo tu puoi vederle, di giorno…”

“Il Grande Carro, eccolo là, splendida esecuzione geometrica nell’infinito. Mi accompagna da quando ero piccolo, mi ha affascinato da sempre senza inizialmente capirne il perché. Poi era come se nel crescere comprendessi il senso della dimensione, degli spazi, delle distanze e la meraviglia carezzava i miei sensi nel capire come nei miei occhi potessero entrare distanze inimmaginabili.

Di come tutto fosse relativo.”

Mentre parlava, con un dito indicava una parte del cielo terso di quella mattina di primavera. Un dito che l’anziana signora non era riuscita a non seguire, smettendo nella sua opera di maglieria.

Ci sono troppe scene che dovrebbero restare impresse in stampe eterne e che invece si perdono agli sguardi distratti degli uomini. I due sulla panchina con il viso inclinato al solito modo verso il cielo sembravano l’incontro tra la Saggezza e la Disperazione in un giorno di speranza.

“Non riesco a vederle… mi dispiace, non sono fortunata come te, che puoi farlo…” disse l’anziana signora.

“Certo che lo puoi fare, è semplice. Tu hai amato, lo vedo dalla luce dei tuoi occhi, lo vedo dal vibrare delle tue dita, lo vedo dalla tua bocca sincera, lo vedo dall’eleganza con cui mi accogli.

Ricorda, chi ama vede tutto, oltre la luce che abbaglia.”

Lei ascoltava emozionata.

Quando lo vide la prima volta, capì che c’era qualcosa di straordinario in quell’uomo che sembrava perso tra le vie tortuose della pazzia. La sorpresa fu potente, ma fu anche conferma delle sue impressioni quando ascoltò le parole di lui che sembrarono uscire dalla bocca più saggia che avesse mai incontrato.

Tornò a guardare il cielo.

E lo vide.

Era là, il Grande Carro.

Chiaro come fosse stata notte, in una contraddizione che rappresentava tutta la vita.

La sua e quella di tutti gli altri.

Lui le osservò gli occhi inumidirsi e le sorrise “Bello, vero?” porgendole il suo fazzoletto di cotone bianco, di un pulito immacolato e profumato.

“Grazie”, disse lei e si asciugò gli occhi.

Poi riprese a sferruzzare velocemente.

Lui la guardò per un po’, poi disse “Devo andare… passerò tra quei filari di peschi, fioriti d’un rosa dalla purezza illibata e rasserenante…”

Le dette un bacio sulla fronte e le disse “tu non solo lo sei stata… tu SEI una donna bellissima…” e si alzò dalla panchina andando verso destra.

Lei sapeva che non c’erano peschi da quella parte.

Oppure…

Smise di usare i ferri e si concentrò con lo sguardo verso di lui.

E li vide.

Sembravano due file di innamorati a omaggiare un eroe del tempo.

Sorrise felice.

Poi tornò a lavorare per quella maglia che lei gli avrebbe regalato il giovedì successivo.

Alika e Diana

L’uomo grande e grosso aveva lo stesso sguardo della bambina che era al suo fianco destro, quello sconcertato di chi non capisce cosa sta accadendo.

Nella stanza quattro metri per quattro, con i muri di colore bianco virgineo e privi di porte, sono soli, seduti su due sedie in plastica marrone.

Passano alcuni minuti, poi l’uomo grande e grosso cerca di rompere il ghiaccio.

“Io sono Alika, e tu?”

“Diana”, risponde la piccola.

“Sai per quale motivo siamo qua?”

Diana fa no con un cenno della testa.

“A me sembra di ricordare qualcosa, ma non credo sia un ricordo giusto, vero.”

Torna il silenzio, nel quale ogni tanto i due continuano a scambiarsi gli sguardi di chi non comprende. Poi l’uomo grande e grosso mette una mano sulla testa della bambina e la carezza dolcemente, lei per risposta cerca di abbracciarlo seppure con le braccia riesce a cingergli non più di metà dell’addome.

D’improvviso nel muro si apre una porta. Entra un uomo distinto e ben vestito. Li guarda con una espressione colma di tenerezza.

“Smettete di ricordare. Da oggi non servirà, come non servirà pensare. Seguitemi.”

L’uomo grande e grosso, si alza e, prendendo la bambina per mano, segue l’altro uomo fuori dalla stanza, mentre questi guardando verso il basso pensa: “Siete sempre in tempo.”

Sensi

I miei occhi incrociano sguardi gioiosi

la mia pelle tocca velluti preziosi

la mia bocca ha il gusto di fragola

musica delizia le mie orecchie

e fragranze rinfrescano le mie stanze

non vi è senso in me

che non abbia provato l’assoluto

per la tua presenza.

Cammino lungo strade di ogni giorno

mentre tutto è diverso

non c’è vetta innevata

mare trasparente

o folta foresta tropicale

che non mi appartenga

l’universo stesso

si è fatto piccolo anfratto

dentro il mio corpo.

Mi hai donato il tutto

con gesti semplici

a cui non potrò più rinunciare

sospiri carezze e

baci

in assemblaggio d’amore

non lasciatemi like

Come scritto sul profilo mi piace scrivere racconti brevi (a volte dei tentativi poetici).

È un divertimento, ma anche una condivisione.

I like non mi interessano se non accompagnati da una emozione, riflessione o una interpretazione sotto forma di commento.

Cosi, per dire!