Breve studio sull’ispirazione poetica.

Quello che segue è un saggio che scrissi alcuni anni fa sulla Poesia con la F maiuscola… no, non la F, ma la D… no, nemmeno quella… la… P, ecco si, la P maiuscola e che posto nuovamente per il mi’ fratello piccinounasega Alessio:


Breve studio sull’ispirazione poetica.
Mi e vi è evidente che i fattori ambientali influenzino fortemente l’ispirazione poetica.
Fatto cinque il rapporto tra il valore etico del verbo e la pappa col pomodoro di Gian Burrasca si evince che l’essere umano, o almeno l’essere che più si avvicina all’umano, svolge attività di pensiero, nel senso che è quasi sempre preoccupato (sono in pensiero, è mezzanotte e la mi’ figliola è ancora con quel tatuato, etc,etc…).
Ma che tale attività intellettiva sia cadenzata dagli avvenimenti lo posso dimostrare con i seguenti esperimenti fatti sulla di mia persona, che grullo non sono… insomma… va bè, verificate voi stessi:


Attesa sforzata
rosso
rosso nel viso
nelle guance
negli occhi
nelle orecchie
rosso nella gola
nelle gengive
nel collo
rosso
sempre più
ma lo stronzo
non passa
Questa lirica, istintiva e scritta con mano tremante, cosa non visibile su video, è ciò che ho composto dopo una settimana di stipsi (dallo Zingarelli: Ritardo o insufficienza dell’evacuazione delle feci dall’intestino crasso; SIN. Stitichezza… per farla breve non facevo la cacca) seduto sul water, colto da improvvida speranza di risolvere il problema.


Attesa Forzata
rosso
rosso nel viso
nelle guance
negli occhi
nelle orecchie
rosso nella gola
nelle gengive
nel collo
rosso
sempre più
ma lo stronzo
non passa
Questa lirica, istintiva e scritta con mano tremante, cosa non visibile su video, è ciò che ho composto in macchina col motore acceso a 10000 giri pronto a sgommare per schiacciare quel tale che cercava d’abbordare mia moglie ( e questa, ma qui mi sbaglio di certo, sembrava disponibile).


T’aspetto
rosso
rosso nel viso
nelle guance
negli occhi
nelle orecchie
rosso nella gola
nelle gengive
nel collo
rosso
sempre più
ma lo stronzo
non passa
Questa lirica invece è sorta spontanea al ritorno da una partita di calcetto quando io, difensore ormai di mezza età (se si vive almeno 100 anni), mi sono trovato davanti un attaccante venticinquenne che andava come le fucilate e mi pigliava anche per il culo. Comunque non ha fatto gol.
Come potete notare, questi esperimenti-esperienze confermano la mia tesi che ha inoltre il pregio di ribadire il concetto che l’essere umano (sì, sì, quello che più s’avvicina all’umano, sì…) mostra le sue poliedriche sfaccettature grazie proprio a influenze ambientali.
Mi auguro che concordiate.

dal Poeta Maledetto (che è in me)

Vi lascio la mia buonanotte con due intense liriche del Poeta Maledetto:

.

.
1) Verrà il giorno
verrà il giorno
eh, se verrà
verrà
verrà
ho capito
verrà
non importa
tu lo urli
se viene
pace
ma mi domando
cosa viene
e se viene
a noi
importa?
o no?
importa
eccome
se importa
vai sicuro
dove?
no dicevo
vai sicuro
che viene
cosa?
cosa cosa?
cosa viene?
come
cosa viene?
è da un’ora
che te lo dico
no, tu dici
che viene
ma non cosa
ed io
soffro
o come
soffro
l’anima mia
si sgretola
al divenire
capisci?
no…
o cielo
apriti
sul cuore
di colui
che non
percepisce
il senso
il senso di cosa?
di ciò
che sta
per venire
e cos’è?
cos’è cosa?
ciò che
sta per venire?
te l’ho detto
no
t’ho detto
che
non l’hai detto
invece sì
te l’ho detto,
sì,
sei tu
che dici
che non
l’ho detto
ma te l’ho detto
che verrà
eh,
se verrà
il giorno…

.

.
2) tu non mi capisci
(dal poeta maledetto in un momento di vena intasata causa amore complicato)
Ed è noia astinente
il perseguire
un perseguitato
ovvero fare ciò
che già si fa
(nel senso si droga?
no, non nel senso
ma nel sesso
oppur nel cesso
chissà)
se l’anima
asperge
zigomi
vellutati
allora un seme
spillerà
nei giorni
contriti
rapide canine
dileguandosi
oltre
lo scranno
refuso
ecco colui
anzi no
come si dice se non è persona?
colesso?
boh,
che m’illude
dicevo
nel riferir di
giovenche divelte
urlanti
stendini pieni
in discese
rapide o ripide
non so
scegliete voi
rapide però
l’ho già scritto
meglio ripide
e allora?
e allora?
sì, domandalo
un’altra volta!!!
e allora?
dicevo per dire
ma come
sapevo
già
tu non mi capisci

Le recensioni cinematografi’e del Torracchi: DIUN

Le recensioni cinematografi’e del Torracchi

DIUN

(si legge DUNE)

Dopo aver fatto due mongolfiere grosse così a consorte e figlia per andare appena possibile a vedere un filmino ganzo di fantascienza, o non è uscito Diun?

Le due hanno preso al balzo l’occasione e hanno comprato onlain i biglietti per il cine, “così- parole testuali- non ci rompe più i coglioni per un anno e si può vedere programmi di cucina diciott’ore al giorno.”

Siamo andati in una sala dove con le poltrone che si piegavano a lettino ho trovato a russare gente che era entrata due giorni prima e c’era rimasta a dormire. Ho pensato bene di disattivare il meccanismo e mantenere la poltrona come tale.

Dopo ottantadue treilers (provini, come diceva la mia povera nonna) è cominciato il film, ma ce ne siamo accorti solo dopo 5 minuti pensando fosse l’ottantatreesimo.

Il tutto si svolge nell’anno 3100 ( credo, quando l’hanno scritto mangiavo i popcorn) ed essendo durato il film 155 minuti, se la matematica non è una opinione, è probabile che la fine fosse nel 3100 e 155 minuti.

La storia è tratta dall’omonomo libro di Erberte e racconta di una famiglia nobile di nome Atreides composta da persone buonissime, aiutatemi a dir buone, che vengono incaricate dall’Imperatore (talmente pezzo di merda che sono sicuro è lo stesso di Star Wars)  di andare a governare e gestire l’importantissimo, e aiutatemi a dire importante, pianeta Arrakis al posto di un’altra famiglia nobile composta da delle grandissime teste di cazzo, e aiutatemi a dir grandi (è l’ultima volta che chiedo il vostro aiuto, prometto), che porta il nome di Harkonnen.

In realtà, il punto focale di tutto è quella che chiamano Spezia, una droga che si trova solo sul pianeta Arrakis, che ha effetti straordinari per chi la usa e che ha definitivamente sostituito il Viagra e fatto fallire la Pfizer. Si scopre che è anche indispensabile per i viaggi interstellari. Non ho inteso come, ma non si può capire tutto.

Non sto a spoilerare (a raccontarvi tutto, compreso finale… devo decidermi tra inglese e toscano…), ma devo dire che non mi sono addormentato nemmeno un minuto (dopo l’ora e mezzo con Erri Potter lo dubitavo).

Atmosfere rarefatte, personaggi ben interpretati tipo Acquaman  che si ritrova a far la guardia del corpo del giovane segaligno Atreides, effetti speciali che posso dire essere effetti speciali di effetti speciali, cioè effetti speciali al quadro e qui mi fermo,  una sceneggiatura chiara e una colonna sonora che vestiva alla perfezione il film e che in quella sala m’ha rintronato il cervello. Il tutto mi spinge a dire che m’è garbato.

Se poi voi non c’andate, m’importa una sega.

Tanto adesso mi aspetta un annetto di Parodi e Cannavacciuolo.

Anestetizzato

A volte penso di ambire a essere fatto santo oppure a una posizione importante tra gli dei esistenti sulla Terra .Faccio volontariato a giornate intere a carico completamente dei miei genitori, anche perché di questi tempi non trovi lavoro nemmeno a pagarlo te. Vado dagli anziani a casa, dai malati privi di assistenza familiare, da ragazze madri vittime di violenza, al centro di recupero tossicodipendenti e quando avanza 5 minuti con le ambulanze per il pronto soccorso. In pratica 12 ore al giorno a gratis. Non chiedetemi perché mio padre quando mi vede scuote la testa, non l’ho ancora capito. Mia madre invece mi carezza, guarda il santino della Madonna e si mette a piangere, da grande devota. Dimenticavo i barboni. Li andiamo a assistere sia di giorno che di notte, durante le estati più bollenti e gli inverni più rigidi. Io seguo uno in particolare, un maschio di una quarantina di anni. Lo chiamano e lui si lascia chiamare l”Anestetizzato”. E’ facile aiutarlo: non parla, prende senza storie quello che gli diamo, si lascia aiutare nel vestirsi e nel pulirsi. Una specie di vegetale, poveraccio, ma era chiaramente un bell’uomo. Qualche giorno fa, però, è successo qualcosa di strano. L’ho guardato con tenerezza e mi è venuto di chiedergli se gli andava di raccontarmi la sua storia certo che l'”Anestetizzato” non avrebbe proferito parola. Invece, dopo uno sguardo riconoscente, ha iniziato il suo discorso. “Ricordo perfettamente il momento in cui dal buio passai al leggero bagliore. Era chiaramente un risveglio, ma non me ne resi conto subito. Mi sentivo leggero, insensibile, sereno. Probabilmente ero disteso con la testa su di un cuscino, ma la cosa davvero non mi interessava. Ero libero, da tutto e da tutti. Una sensazione che mi era sconosciuta e sorprendente. Galleggiavo in una bolla protetto da tutti i mali del mondo. Anche se non mi vedevo ero sicuro che in quel momento stavo sorridendo. Piano piano la luce si fece sempre intensa e iniziai a intravedere ombre poco definite alcune immobili e altre in movimento. Non so quanto tempo passò, ma tutto si fece più nitido. Le ombre si fecero persone, i suoni si fecero voce, i luoghi stanze di ospedale. Tutto il resto si fece dolore. Eravamo stati tamponati da un grosso camion e precipitati da un viadotto. Ancora non capisco cosa io abbia fatto per essere punito come unico superstite di una tranquilla famiglia. Si fece insopportabile quel trascorrere del tempo. Poi mi sono ricordato di quell’attimo prima del risveglio. Mi sono anestetizzato il cuore e il cervello, in attesa dell’inevitabile”. Da allora è tornato muto. Non fui il solo a ascoltarlo, ma anche altri quattro barboni che iniziarono a chiedere all'”Anestetizzato” come potevano farlo anche loro. Probabilmente glielo deve avere insegnato, visto che adesso sono in cinque a dover essere aiutati in tutto. Un lavoro massacrante, ma li vedo sereni e questo mi basta. Adesso vi saluto, devo andare a fare la spesa alla novantanovenne Carla.

VENTO

Osservo affascinato la girandola prendere forza e girare veloce al punto che le sue spirali creano il gioco allegro dei colori dell’arcobaleno. Forse avevo quindici anni l’ultima volta che ne ho vista una.

L’indiano con i capelli nerissimi volti al cielo mi dice “prendi, prendi” e io prendo, 5 euro. L’asiatico si allontana tutto contento della sua riuscita campagna di marketing e si appresta a vendere un’altra girandola al successivo illuso che pensa di conquistare la sua bella.

La mia, di bella, è davanti a me e con un sorriso imbecille le porgo il giocattolino come fosse un fiore. “Perdonami – le dico – accetta questa rosa multicolori che sta girando al ritmo del mio cuore.” Ride. Ride come una matta e io, credo, sto arrossendo come l’Etna al primo sputo di lava. “Vieni qui!” mi ordina, più che altro, e poi mi prende per il bavero e mi sgnacca un bacio che ci manca un pelo mi ingolla intero.

Il vento inizia a soffiare più forte. I tovaglioli di carta capiscono di essere stati creati sbagliati per quella situazione e, dal tavolino con gli spritz all’esterno del bar, prendono il volo per lidi sconosciuti. Un po’ li invidio. La mia bella continua a ridere, adesso sguaiatamente, nell’osservare i tovaglioli scappare. Mi concentro sul vento, arrivo a sentirne le parole. Perché il vento parla. Me lo fece scoprire una bambina di otto anni al parco dell’Ippodromo. “Sai – mi disse – il vento mi parla e mi ha detto che alla prossima corsa vince… il numero 8”. Che bambina simpatica pensai. Poi vinse il numero 8. Quando cercai la piccola non c’era più, mai più rivista, ma da allora cominciai a ascoltare il vento. Lo faccio anche adesso. E’ un vento potente, si piegano i rami dei pini marittimi e le strade si puliscono senza l’aiuto dell’uomo. Mi sta dicendo cosa fare e lo ringrazio. Mi giro verso la mia bella e le dico: “Sei il vento a cui il fiore a primavera affida la parte più preziosa di sé…” Lei continua a ridere. Vedo che il suo bicchiere è vuoto e mi alzo dicendole che vado a prenderne un altro, con lei che annuisce. Vado alla cassa, pago per entrambi e me ne vado senza salutare. Guardo l’ora, mezzogiorno e mezzo. Cammino e dopo dieci minuti sono sulla spiaggia con la tavola. Kite surf e vento caldo che mi portano tra il cielo e il mare. “Quando troverai chi ti regala questa emozione allora sei giunto alla tua meta.”

Chiudo gli occhi e ringrazio il vento.

A me Bukowski fa una sega ( dalla Silloge che devo ancora scrivere)

A me Bukowski fa una sega ( dalla Silloge che devo ancora scrivere)

Ostrica

Ti ho aperta
e succhiata,
ostrica
la libido avvolge la lingua
e la mente ti penetra
ma 400 euro
come piatto unico
son troppi

Dopo l’estetista

Ho usato le tue dita
per scaccolarmi.
Le tue unghie perfette
onoravano il mio naso.

Sudore

Mentre ti possedevo
come un animale
una goccia di sudore
ha irritato il mio occhio
facendomi fermare.
Asciugati veloce!
mi hai urlato

Auto

Uomini e auto,
mi dicesti,
sono uguali,
Col tempo i pistoni
perdono potenza

Sensi

Le tue dita sulla mia schiena
mi fanno tornare bambino
quando mia madre
lo faceva per addormentarmi.
Sì, lo so,
tu non sei mia madre.

Spiaggia

Mi sto sciogliendo come un panetto di burro nonostante abbia a disposizione uno spesso e impenetrabile ombrellone degli anni ’20 (non perché sono meglio, ma perché a cambiarli quelli del bagno non ci pensano neanche).

Credo che il Creatore abbia rotto il salvadanaio  dove aveva risparmiato il caldo degli ultimi dieci anni e lo ha buttato tutto su questo pezzo di spiaggia che se ci metti qualcosa da mangiare sopra fa arrossire d’invidia tutti i barbecue del pianeta. Fatto sta che per ripararmi da ustioni di quarto grado mi sono coperto  con maglietta della salute, asciugamano in testa  e calzini che sembro un vecchio di due o tre anni più anziano di me.

Ma in fin dei conti, chissenefrega! Mi giro a destra e sinistra su questo sdraio un po’ più nuovo dell’ombrellone (sarà del 1930) e osservo tutto il bendiddio che girovaga per la battigia dando un senso compiuto alla cosiddetta prova costume. Gli occhi devastati da cateratta e miopia prossima alla cecità sembrano bagnarsi di acqua miracolosa vedendo io adesso tutto nitido e nei minimi particolari, quest’ultima cosa probabilmente per costumi difficili da intravedere nelle fattezze e persino colori.

Fatto sta che il quadro che mi si presenta davanti è il massimo dell’espressionismo italiano, in quell’unione tra sabbia, mare,  bagnanti, patini e secchielli.

Decido di leggermi le ultime pagine del libro, poi andrò da quel tizio sulla battigia. Non è stato un granché come romanzo, ma breve e questo è il meglio che posso desiderare da una lettura che fa cagare, ma limita la  mediocrità a poche pagine.

Leggo veloce, la curiosità per quell’uomo sdraiato sul bagnasciuga è troppo forte.

Cinque minuti, dieci pagine, libro finito e poi mi alzo.

Mi metto le ciabatte se non voglio che i piedi diventino uno spiedino e mi avvio lentamente verso la riva.

Arrivo a tre, quattro metri dal tizio. Lo vedo intento nella sua opera. È da una settimana che lo vedo così impegnato nei giorni in cui il mare è leggermente mosso.

Con rapidità incredibile disegna un viso sulla sabbia bagnata, lo fa con una maestria notevole, al punto che sapremmo riconoscere chi fosse la donna disegnata. Poi aspetta che le onde del mare col loro ritmico aumentare di lunghezza cancellino il disegno per poi rifarlo subito.

Senza tregua.

Tutto il pomeriggio. Gli guardo la schiena abbronzata da far paura e il viso che Carlo Conti al confronto è un albino.

Quindi mi avvicino e faccio la domanda che mi ero proposto.

“Scusa, ma cosa stai facendo?”. È la tipica domanda di chi non fa i cazzi suoi, lo so, ma a questa età ce lo possiamo permettere.

“Disegno Marion.”

A questo punto potrei andarmene.

Invece:

“Non importa tu mi dica chi è, ma ti prego, spiegami perché la disegni continuamente sapendo che il mare ti cancella il volto subito dopo.”

Lui gira per un attimo la testa verso di me e i suoi occhi incrociano per un attimo i miei. Un attimo che sembra lunghissimo quasi ci fosse dentro l’eternità. Poi torna a guardare la sabbia bagnata.

“La mia memoria conosce solo lei. Mi piace pensare che di lei se ne nutre il mare, in questo rinnovo di ricordo. Ogni volta disegno una espressione diversa del suo viso. Perché lei è qui con me, sempre: nella mia mente, nella mia anima, nel mio corpo.”

Lo guardo e capisco anche il perché nel tardo pomeriggio si immerge in un lunghissimo bagno. Certo per lui è come nuotare insieme a quella sua “lei”.

Insomma, un pazzo scatenato.

Vabbè, giro i piedi con le ciabatte motose e mi avvio all’ombrellone. Quando arrivo vedo la bustina con dentro il nuovo libro da leggere: “Cammelli col raffreddore, storia di animali fuori luogo”. Dicono sia un thriller angosciante.

Riguardo il tizio che continua a disegnare e penso che il libro sarò in grado di sopportarlo.

Razza aliena

Non poteva essere altrimenti: ogni teoria a favore venne confermata, tutte quelle contrarie si rivelarono errate.
Gli alieni esistevano e erano arrivati sulla Terra.
Milioni, miliardi di stelle e relativi sistemi strapieni di pianeti davano una possibilità che esistessero altri esseri viventi e senzienti assai più elevata di fare un sei al superenalotto senza le truffe di cui nessuno parla.
Ciò che rendeva particolarmente difficile il possibile contatto tra civiltà aliene appariva il fatto che potessero esistere esseri più evoluti degli esseri umani e quindi capaci di viaggi interstellari. Perplessità che nasceva solo dalla supponenza degli umani.
Invece eccoli qui.
Ma una cosa davvero non era stata prevista: erano uguali a noi.
Sì, uguali identici e non perché avevano due braccia, due gambe, una testa, due occhi e via dicendo.
No, erano identici proprio, a due a due.
Ogni alieno aveva sulla terra il suo sosia.
“Ma quello è Carmine”, disse uno di Catania quando li vide in televisione scendere dall’astronave. Telefonò alla polizia che telefonò al ministero che telefonò all’ambasciata del Lichtenstein dov’era atterrata l’astronave, che telefonò alla polizia sul luogo, che chiese a Carmine come stava e come mai era lì.
“Chi minchia è Cammine?? io XY423ZZ mi chiamai!” e lo disse con la stessa voce di Carmine, senza saperlo.
Gli alieni nell’astronave erano millecentottantuno. tra maschi e femmine in uguale proporzione (o quasi, essendo dispari), e si presentarono con nomi fatti di lettere e numeri come le targhe a bischero italiane (e lì i terrestri avrebbero dovuto riflettere sulla cosa).
A parte questo, in poco tempo grazie alla diffusione planetaria dell’evento furono rintracciati i 1181 (meglio in numeri) sosia spiccicati e i grandi potenti della Terra, essendo i più stronzi che si potessero trovare, pensarono bene di farli incontrare.
Ora, se questi sono stati capaci di arrivare da una stella lontana 32 miliardi di anni luce, si presume potessero avere qualcosina in più dal punto di vista mentale. In effetti nel parlarsi i sosia terrestri capirono di avere davanti a loro un sé stesso intelligente, ingenuo, onesto e rispettoso delle regole, grande lavoratore.
“Non mi somiglia pe’ niente!” esclamò il Carmine precedentemente detto.
Ovviamente i terrestri, approfittando della loro semplicità, per un atteggiamento ormai naturale circuirono gli alieni sosia facendogli firmare cessioni gratuite di beni che avevano sul loro pianeta. “Beh, può darsi non ci sia niente di valore, intanto è roba mia…” (sempre Carmine…).
Gli alieni scrivevano tutto con le dita su una lavagna invisibile mentre uno della Apple cercava di farsi dire a gratis come funzionava.
Gli extraterrestri stavano ormai per essere denudati di ogni proprietà e fu quando erano in procinto di firmare il passaggio di proprietà dell’astronave a Putin che apparve LUI.
“OOOOOOHHHHHH!!!!!!!” Emise un urlo che fece tremare la Terra tutta.
Tutti si impaurirono e si bloccarono nel loro fare.
“Ma guarda un po’????? Ho creato questo pianeta bello come il sole con delle teste di cazzo di abitanti che neppure un figliolo inchiodato a morte ha riportato sulla retta via. Ho cercato in tutte le maniere di cambiare il modus vivendi di queste pezzacce di merda, ma alla fine m’è toccato arrendermi… ladri, assassini, violenti, guerrafondai, odio, insensibilità, disamore hanno preso il sopravvento… al punto che nell’inferno non c’era più posto. Allora, mi son detto, lasciamoli al loro destino, ecchissenefrega e ho ricreato lo stesso pianeta a 32 miliardi di anni luce. Qui invece erano tutti bellini, perbenino, onesti, premurosi, sensibili, lavoratori, intelligenti. Anche troppo… e sai cosa mi fanno??? Costruiscono una astronave che fa da zero a un miliardo anniluce in tre secondi netti. Trovano la Terra e s’incontrano coi loro uguali…
EEEHHHIIIIIIIIII!!!! RIPRENDETE LE VOSTRE CARABATTOLE E TORNATE A CASA… VELOCI!!! Non ci potete stare con questi scarti!”
I lichtensteiesi erano a bocca aperta a guardare quel barbone che parlava dal cielo e quando l’astronave se ne andò non ebbero nemmeno la forza di fare ciao ciao con la manina.

Insight

Appena atterrato con successo sul pianeta rosso, il modulo Insight cominciò a curiosare tra le irregolari superfici di Marte. D’un tratto la ricezione dei suoi messaggi cessò. Se uno della Nasa fosse stato lì, si sarebbe accorto della enorme creatura che, non vista essendo di spalle, aveva schiacciato Insight con un masso di trentadue tonnellate. Il marziano svegliato dal suo letargo siderale non poteva tollerare la presenza umana, troppo pericolosa. Poi tornò nel suo dolce nonfareuncazzo, attività millenaria e comunque mai davvero noiosa.
Il creatore di Insight, uscito dalla base Nasa e colto da un esaurimento nervoso di terzo grado, tornò a casa senza sapere di aver bisogno di picchiare la moglie, rea di aver gufato la sua creatura. Ma quando la vide non solo continuò a non sapere di aver bisogno di picchiarla, ma ebbe necessità di dirle “ma che cazzo me ne frega di cosa accade su Marte!!!” e propose alla sua donna di andare a mangiare una pizza e di andare a vedere un film di Pieraccioni.
“Pier… chi???”, domandò sorpresa sua moglie certa che la necessità fisico-astronomica del consorte lo avesse un po’ confuso.
In effetti lui la guardò. Lei guardò lui. Loro si guardarono. Poi si gettarono sul letto e trombarono tutta la notte.
La mattina, in video chat, uno col parrucchino biondo e tutto incazzato gli urlò che era stato messo fuori dal gruppo di Ricerca Astrale. Lui lo osservava con lo sguardo vuoto similare al mostro marziano, che però lui non sapeva esistere. Alla fine dello sbraitare dell’esagitato, sempre per chat, lui affermò “m’importa una sega, tanto ciò l’orto!”, in una lingua, quella toscana, che parrucchino non intese. Poi chiuse la video chat e gettò il cellulare nel cesso. Intasandolo, ma questo lo vide più tardi.
Si alzò dal letto, guardò fuori dalla finestra e immerse ogni suo pensiero nel celeste del cielo estivo. Eccolo lì, pensò, la spazio più bello dell’universo è davanti a me, cosa vado a cercare? Anzi, tenendola per mano, confessò a sua moglie che il suo futuro lavoro sarebbe stato proteggere quel cielo.

Ecco, questa è la storia che racconta la nascita dell’ultimo Che Guevara. Ha protestato, lottato, combattuto chi e cosa uccideva il nostro pianeta. Inneggiato dalla moltitudine, immagine iconica di quasi tutte le magliette esistenti nel mondo. Adesso, come il primo Che, eccolo lì disteso sul marmo freddo di un ambulatorio in territorio russo. Quattro fori altezza cuore e gli occhi ancora aperti. Sua moglie, dall’altra parte dell’oceano, piange tra il dolore e la certezza che lui sia morto felice; la sua casa davanti al mare ha già un angolo riservato al corpo di suo marito.
Terra, mare, cielo e lui,come un’unica, eterna cosa.