Sciorteils (ancora)

In evidenza

Ti scriverò ancora.

Ti metterò ancora negli spazi tra parola e parola, quelle che passeranno nei miei pensieri.

Che il tutto abbia un senso oppure no, farò ancora questo.

Perché sento che desidero ancora fermare la tua presenza in ogni luogo, che sia la corteccia di un albero o le onde del mare, che sia una tavola imbandita o un foglio bianco come questo.

 

Ti scriverò o, meglio, scriverò te.

Ancora.

 

Accordo

Mi domando spesso se esiste un momento in cui la vita si ferma preparandosi alla morte. Alla fine ho dedotto che no, non esiste. Viviamo fino alla fine dei nostri giorni e di questo ne sono felicemente convinto. Mi guardo attorno: la piscina vuota, la casa vuota, il garage vuoto come vuoti i pensieri relativi a tutto quello che mi sta intorno. Mi sento straniero in terra natia, un bambino appena nato, un innesto in un nuovo tralcio. Tutto ciò che avevo non mi appartiene più o, forse meglio, non mi è mai appartenuto e mi è stato ripreso e adesso osservo per la prima volta il sole sorgere. Si potrebbe pensare che io sia pazzo, ma rinascere è solo una condizione mentale che ci aiuta a non perdere più tempo in questo nostro breve passaggio vitale. Giro le spalle e mi avvio all’uscita di questa villa, un tempo alcova delle mie notti, fonte d’invidia per tutte le altre persone e adesso solo fredde mura silenziose. Al cancello in ferro battuto, più costoso di un appartamento in centro, ritrovo la mia vecchia bicicletta, antichissimo reperto risalente alla mia gioventù, allora come adesso, squattrinata, ma meno riflessiva. La prendo, ci monto sopra e, dopo aver aggiustato la chitarra sulla schiena, mi avvio. Dove?… non lo so. Vado e basta. Parto, ma mi fermo dopo un paio di chilometri. C’è un piccolo parco di periferia lungo il quale si trova la panchina dove conobbi Lara. Mi siedo e prendo la chitarra. So pochissimo suonare, ma quel poco che ho imparato mi ha permesso di comprendere magie che mi erano sconosciute. “Impara questo accordo, diceva il maestro, e quest’altro e quest’altro ancora”. Con un po’ di pratica l’accordo si faceva suono, bellissimo. Lara, a sua volta, mi regalava parole preziose e io che l’ascoltavo attentamente le restituivo l’unica cosa che potevo, i miei occhi affascinati. “C’è un accordo speciale tra noi, disse un giorno, un accordo perfetto”. Chiesi al maestro se esisteva in musica l’accordo perfetto. Mi guardò sorpreso e mi rispose che sì, esisteva. “Qual è?” chiesi desideroso di sapere. “Quello che ti arriva al cuore e ti dà luce”.
Lara se n’è andata per sempre e “per sempre, lei mi disse, ci sarò… ma ti prego fammi sentire cosa hai imparato a suonare con la chitarra…”. Mi vergognavo come un cane, muovevo le dita incancrenite senza tirare fuori un suono che fosse comprensibile. Improvviso giunse un SOL perfetto che neppure io capivo come fosse potuto accadere. “Ecco, il nostro accordo è come quella nota”, furono le sue ultime parole. Poi le vidi chiudere gli occhi per sempre e tutto mi diventò incomprensibile.
Adesso sulla panchina poso le dita della mano sinistra sulle corde e con la destra strimpello da far paura. So che lei mi ascolta e dico tra me: Amore mio, mi spiace, ma non avevi ragione, non so fare un accordo che assomigli lontanamente al nostro.
Poi improvviso un SOL perfetto.
Cazzo, non si sbagliava…
Riparto dalla panchina.
Per dove non so, per come non so.

Sei nel mio tempo

Sei nel mio tempo

da sempre

come incisione divina

sulla mia fronte neonata

che vedo soltanto io

quando nei giorni più scuri

mi specchio in pozzanghere

di temporali estivi

e se anche ti farai stella incandescente

a prosciugarle

tu resterai lì, nel mio tempo

per sempre

Onore

Ho appena indossato il giubbotto di piuma d’oca di colore blu elettrico e mi girano i coglioni a duemila rotazioni al minuto.
Saluto il mio collega cercando di sminuire il mio stato d’animo, che lui non c’entra una sega in tutto questo, monto in auto e mi avvio verso casa. Solo che al km 3,300 prendo e svolto a destra.
Vado in centro, che non ho fame.
La mamma non si offenderà, sono un bamboccione che dal secolo scorso vive coi genitori e chissà che non speri in una improbabile anima gemella.
È un freddo cane, i vetri delle auto già si colorano di ghiaccio e vedrai che zizzola sarà stanotte. Ho guanti, sciarpa e cappello, saprò riparami. C’è pochissimo traffico, è ora di cena e per molti è ancora presto per un giro dei negozi aperti per le feste. Parcheggio in un punto comodo, chiudo l’auto e mi avvio a fare una “vasca”, il tipico circuito rettangolare del centro storico.
Guardo il cielo, pulito come fosse passata la cooperativa degli angeli delle pulizie che avevano lustrato come non mai anche la luna, bianca come le camicie appena lavate dalla mamma.
Mi prendono i sensi di colpa e la chiamo. Il telefono mi illumina come un fuoco fatuo sulla foto della lapide e, riflesso sulla vetrina spenta di un negozio, mi vedo proprio come un morto.
“Dimmi…” risponde mamma.
“Non torno, mamma, sono a prendere un aperitivo con amici…”
“A quest’ora…” si chiede tra sé mamma, “ che strani orari avete voi giovani (giovani per te, mamma)… fai come vuoi, ma non ti ubriacare che io e il babbo non possiamo fare la vita dell’altra sera…”
Non bevo mamma, lo dico e lo penso.
Passo davanti alla libreria. I libri più venduti sono esposti in una bacheca dal primo al decimo posto e con il fiocchetto rosso da regalo. Li guardo e la sensazione è che gli darei fuoco tipo Fahrenheit 451, da quanto sono idioti. Entro e dopo sei minuti e dieci secondi esco con una guida comica sull’uso del viagra da parte di chi soffre di angina pectoris.
Riprendo a camminare e lungo il tragitto vedo negozi di abbigliamento, articoli da regalo, elettrodomestici, illuminati così tanto da rendere felice il CEO dell’Enel.
L’aria fresca passa dalla sciarpa e arriva a bocca e naso, cazzo è freddo per davvero. A un angolo della “vasca” invece di girare a sinistra, senza un perché, giro a destra e entro in un vicolo oscuro. Strade che sembrano essere arrivate dal medioevo senza una ristrutturazione, persino l’illuminazione sembra fatta da lanterne a olio. Era proprio quel che cercavo: il silenzio. Faccio dieci passi e poi mi blocco. Vedo un’ombra e riconosco un essere umano piegato su se stesso appoggiato al muro. Aumento il passo, non si sa mai… assai me ne capitano di questi giorni. Oltrepasso l’ombra senza guardarlo, ma fatti tre metri devo fermarmi. Sento un rumore strano, un ticchettio rapido, acuto. Mi giro e guardo l’uomo (è chiaramente maschio) che trema e batte i denti in maniera incontrollata. È un barbone, un clochard o come cavolo si chiamano, di certo una rottura di palle che, relativamente alla mia giornata, diventa una ulteriore rottura e quindi da evitare. Mi giro di nuovo e torno indietro verso le luminarie della “vasca”
Eccheccazzo, manca solo che mi debba preoccupare di uno sconosciuto. Vedo altri negozi e la gente che aumenta nel numero col passare dei minuti. Molti adulti e pochi bambini, ma tutti festosi e sorridenti. Tutti eccetto me a cui girano i coglioni più di prima.
Maledizione, devo farmi vedere da uno psicologo, ma da uno bravo.
Mi fermo a un piccolo bar. Chiedo un tè caldo. Metto sette o otto cucchiaini di zucchero e inizio a berlo piano. Ecco, è come se inesorabile salisse piano piano dentro di me sia il caldo della bevanda che il freddo del cuore. Ci sono cose che non ci fanno onore e ci che rendono peggiori di coloro che ci disgustano. Ecco, sì, è proprio questo, una questione di onore.
Chiedo un altro tè, da portare via. Che sia caldo, molto caldo.
Torno sui miei passi, torno nel vicolo e torno vicino a quell’ammasso di disperazione che non si è mosso di un passo da dov’era. Gli porgo il tè. Due occhi stanchi e immersi nel sangue incrociano i miei. Questo, penso tra me, due ore e ci lascia per sempre.
“Ciao, io sono Igor… ti va un tè caldo?” chiedo inutilmente, avendolo lui già preso tra le mani.
Ho visto nel suo viso una espressione che nemmeno io quando ho vinto per l’azienda l’appalto da tre milioni. Tra la felicità e l’incredulità. Lo ha bevuto lentamente e sono sicuro di aver visto la sua pelle cancellare le grinze della sofferenza. Certo che con un euro e venti possiamo fare grandi cose.
“Grazie”, mi dice.
“Hai dove dormire?” Chiedo e lui mi dice che è il mondo il suo letto e che non devo preoccuparmi. Ah, non deve nemmeno pensarlo, non lo porto certo a casa. Però…
“Accetta queste cose…” e gli porgo sciarpa, guanti e cappello.
Lo fa con una rapidità che crea invidia alle mie giunture.
Gli do la mia buonanotte e me ne torno rapido verso la macchina.
È strano, non ricordo cosa mi aveva fatto arrabbiare oggi.
Appena a casa, abbraccio stretta la mamma (che non capisce e sospetta forte ubriacatura) e vado a nanna tranquillo.

Strolago (scritto come parlo)

Ero al Luna Parche con la mi’ figliola e la mi’ moglie a spendere un lisinghe in giostre (probabilmente me le sarei potute comprare) e osservavo la fauna locale, anche perché di flora un ce n’era rimasta.
Bellini i ragazzi, tutti inchiodati ne’ giubbotti di pelle, i ginse tutti strappati, le scarpe da ginnastica che puzzavano da fa’ schifo. Bellini, ma proprio bellini!
Le bimbette le un’erano mica da meno, quindici, sedic’anni, radiose e sorridenti, ma con delle mini gonne corte come i’ cervello de’ su’ genitori, i’ pirsinghe ne’ naso, nell’ombeli’o, ne’ labbri. I congiuntivi come mistero sacro da mescolare sportivamente a’ condizionali.
E che tastate tra i du’ gruppi! Mani su’ culi e su’ seni che chi mi conosce sa che un m’hanno tranquillizza’o per nulla.
“Marco, che si po’ andare sulle montagne russe?” la mi chiede la mi’ figliola.
“Un c’ho più una lira!”
“Dai babbo, per favore…” ora tu mi chiami babbo. Allora un posso dire di no.
“Quanto gosta?”
“5 euri per uno.”
“Maremma rintronata!” ma l’esclamazione non ha effetto e sgancio i 10 euri per mamma e figlia.
Montano. Partono. Fra tre secondi vomitano.
Io intanto mi volto e che ti vedo? Uno strolago, uno che studia le stelle e prevede il futuro.
Riguardo le due bischere che l’urlano di paura e poi m’infilo nella tenda.
“Vieeeniii…”
“Dio Bòno, tu m’ha fatto paura! Accendi la luce.”
“Non posso vedere il futuro con la luce e tu vuoi vedere il futuro, vero?”
“O chi te l’ha detto? Ah, già, sennò che cazzo d’indovino tu saresti…”
“Cosa vuoi sapere?”
“Quanto tu costi e questo lo dovresti sapere…”
“Venti euri.”
“Te ne do cinque e un se ne parla più.”
“Va bene. Allora, Marco, (??? Chi glielo ha detto?) vuoi sapere della tu’ bimba… “
Aiuto, sarà meglio uscire.
“vedo, vedo, vedo una bella topina con du’ puppe così e un culo, roba da romanzi di Bucoschi.
La si fa di molto bòna, la tu’ figliola.”
Un so come prendella, la cosa.
“vedo vedo vedo un Ferrari cabrio nòvo di zecca. C’è sopra lei a fianco d’un bel figliolo, biondo, occhi azzurri, du’ metri di fisico statuario. Intelligente da fa’ senso.”
Un so come prendella, la cosa.
“vedo vedo vedo la Ferrari che si ferma a Viareggio. I due, innamora’i come du’ bischeri, s’avviano allo iocte di quarantaquattro metri che ha fatto suicida’ d’invidia Mancini l’allenatore”
Comincia a garbammi.
“Oh, unn’aveo notato una cosa: stanno sposandosi. Lo si vede dal vestito bianco e da te che tu piangi solo per l’emozione, visto che per il matrimonio ha paga’o tutto lui.”
Mi viene da lacrimare pe’ davvero.
“vedo vedo vedo tanti nipoti, tutti belli, ricchi sfonda’i ma gentili e fanno un monte di donazioni e la tu’ figliola che l’invecchia felice d’aver avuto un babbo come te.”
Lo guardo sospettoso.
“Non ci credi?”
Mi domando perché no.
“ che vedi qualche cos’altro?”
“ no.”
“Tieni dieci euri, va!”
Sorride, sapeva che avrei abboccato.
Eppure sono i dieci euri spesi meglio di stasera.
“Donneeee! – urlo – Gl’è tardi, che s’ha a tornare a casa, che un m’è rimasto un’euro?”

“Sempre il solito grezzo.”
“E’ vero, mamma!”

Ho riempito d’errori

Ho riempito d’errori
il palinsesto della mia vita
spettacoli imperfetti
trasmessi senza orari precisi
Soltanto adesso
riguardando le repliche
ne comprendo l’effetto
eppure
è in presa diretta
che ho vissuto
senza recitare mai
nel bene o nel male
amando come so

Addolorato (esperimento di getto)

Di getto

(Esperimento: prendere un giornale, un libro o altro, aprire una pagina a caso e a caso scegliere una parola, che sarà il titolo di un  racconto scritto di getto)

Attenzione: PALLINO ROSSO (non adatto ai bambini) Racconto direi erotico.

Chi è sensibile a certe espressioni non legga!

 

ADDOLORATO

( da “la svastica sul sole” di Philip K. Dick, ed. Fanucci, pag. 95, riga 13, 4°parola)

 

 

Credo di aver capito che l’amore mostra le sue mille facce nei modi più inaspettati.

Fino ad un mese fa potevo considerarmi profondamente addolorato: capirete, quando si è lasciati dalla donna di cui si è innamorati dirsi addolorati potrebbe persino sembrare un eufemismo.

Ma tale ero.

Non sono un bel ragazzo, anzi, sono proprio brutto. No, il brutto ha comunque un qualcosa che lo evidenzia nella sua pur negativa apparenza. Io sono… insignificante, ecco, la parola giusta è insignificante. A volte quando sono allo specchio, non m’accorgo io stesso d’esistere. Alto un metro e sessantuno, con pochissimi capelli fin dai 14 anni e per di più corti, rossi e riccioli, leggermente obeso e  gli occhiali con due lenti spesse come la mia delusione, tuffai la mia esistenza in una delle due potenzialità in cui potevo eccellere: la mia intelligenza.

Studiavo e studiavo. Mi sono diplomato e laureato con facilità e col massimo dei voti, tanto non c’era niente che mi distraeva. Ovvero, fosse dipeso da me sarei stato facilmente distolto dallo studio. Ma non mi cacava nessuno.

Come spesso succede, varie aziende hanno avuto il mio nome dalla facoltà ed hanno cercato subito di inserirmi nel loro organico. Le mie possibilità erano note da tempo e tutti volevano accaparrarsene.

Chi in modi leciti.

Chi in altri modi.

Giovanni era il responsabile del personale della ditta, che chiamerò “x” , (sapete, la privacy) che non mi era assolutamente simpatica, poiché sapevo che usava mezzi scorretti con la concorrenza.

Giovanni cercò in tutte le maniere di convincermi del contrario ma non ci riuscì. Resta il fatto che aveva una segretaria di una bellezza spropositata, proprietaria di un fisico al limite della sopportazione visiva  da parte di un maschio praticante, figuratevi per me.

Giovanni se ne accorse.

Giovanni sapeva anche che la sua segretaria, Susy, era molto sensibile al lauto pagamento di straordinari particolari, atti a migliorare l’andamento aziendale.

“Ma che l’hai visto bene?” domandò Susy a Giovanni “Questo ti costa un sacco di soldi!”

“Va tranquilla, te porta il pollo che per il resto ci si trova d’accordo.”

Come faccio a sapere queste cose? Le so, le so.

Per farla breve, Susy fece finta d’essere attratta dalla mia bellezza.

Ovvio che non ci ho creduto, almeno subito, ma quando uscimmo la prima volta insieme a cena, ecco, quegli occhi, quello sguardo, m’hanno spappolato il cervello.

Cominciai a scriverle poesie, dappertutto, sui tovaglioli, sul riso alla pescatora, sull’astice, col vino rosso sulla tovaglia.

Lei mi guardava con dolcezza, anche quando il cameriere mi dette uno scapaccione chiedendo che caspita stavo facendo, imbecille che non ero altro.

Susy seguiva una strategia ormai collaudata: farmela vedere, annusare solo dopo un po’ di tempo, sempre che nel frattempo non avessi già firmato l’accordo con la ditta, nel qual caso mi sarei dovuto ritirare in un eremo a smanettarmi solitario al suo pensiero.

Ma io tenevo duro, in tutti i sensi.

Giovanni ordinò alla segretaria di darsi una smossa.

Lei, stancamente, si dette una smossa.

Quella sera mi portò direttamente a casa sua, direttamente in camera da letto e direttamente mi disse che voleva fare l’amore con me… l’amore! Disse un’altra cosa ma la sostanza non cambia.

Io rimasi sconcertato, lo fui ancor di più quando la mi s’ignudò davanti alla velocità della luce.

Evidentemente voleva fare una cosa molto rapida.

Mamma mia che corpo l’aveva, mi fece mancare il respiro, cosa che deve aver capito anche lei visto che mi slacciò la cintura ai pantaloni facendomi riprendere fiato. Poi però continuò, mi aprì la lampo, mi tirò giù i pantaloni e tornò a mancarmi il respiro. Mi tirò giù le mutande e lì, il respiro, mancò a lei.

Dovete sapere che la seconda potenzialità in cui eccello è il pene.

Grosso, sproporzionato rispetto al mio fisico deficitario.

Lei rimase lì, incredula, a bocca aperta e a dire il vero non capivo se lo era per fare una certa cosa oppure no.

Non l’ho mai misurato, né in lunghezza né in larghezza. Devo ammettere che la peculiarità di questa mia parte fisica è nella morfologia del glande, duro come la pietra in fase erettiva e di  particolare conformazione: leggermente elicoidale, non liscio ma seghettato.

Susy rimase un paio di minuti imbambolata, poi, come davanti ad un idolo apparso improvvisamente ai suoi occhi, cominciò a toccarlo, carezzarlo, oserei dire adorarlo.

Mi sbatacchiò sul letto e mi possedette. “Mi” ovviamente, dato che io non feci nulla.

Urlava come un ossessa, all’inizio.

Poi l’estasi.

Almeno penso, da come strabuzzava gli occhi.

Fu lì che ebbi l’illuminazione.

Cominciai a declamare poesie sulla sua bellezza:

il tuo ansimare

è l’ossigeno

di un’esistenza

dal respiro

sofferto

Le tue parole

Sono petali

A formare corolle

Dai vivi colori

Inevitabili asili

Dei miei desideri

Dopo quattro ore, lei mi chiese “ma tu non vieni mai?”

Rimasi sorpreso e risposi “Ogni volta che tu mi chiami!”  al che mi sembrò sorpresa lei.

Poi ho capito quello che intendeva, solo che, non so per quale motivo, il mio piacere, e quindi il suo, non aveva fine.

Da quel giorno la cosa si ripetè ogni sera.

Per sei mesi.

Fino a quando non arrivò Alex. Bel nome di un bellissimo ragazzo inglese.

Troppo bello e lei se ne invaghì.

“Amo un altro” mi disse Susy.

Piansi e, addolorato come un piagnone siciliano, mi misi in un angolo di casa, inconsolabile, senza voler più parlare con chicchessia.

Fino a quando il mese scorso Susy è tornata da me.

“Mi mancano tanto le tue poesie…” ( in realtà alla brava figliola mancava tantissssimo un’altra cosa N.d.A.).

Le mie poesie.

lo sapevo che lei era rimasta intontita dalle mie parole d’amore, che non poteva farne a meno.

Il senso di una vita

Prende la strada del sole

Se mi incammino

Insieme a te.

È proprio vero, a cosa serve essere belli se si è intelligenti?

Le mirabolanti avventure di Gosto nel pianeta dei tonti.

Gosto è un bravo ragazzo. Non capisce niente, ma è un bravo ragazzo. Ma non è il solo. Sul pianeta c’è pieno di gente come lui, anzi sono tutti come lui.

Adesso è seduto sul letto. Si è tolto il pigiama e si è messo gli anfibi mentre con i pantaloni in mano sta cercando di capire come indossarli. Gli anfibi alla fine rimangono incastrati a metà del gambale senza che Gosto abbia la possibilità  di toglierceli.

Si alza in piedi e fa per muoversi, ma con le scarpe incastrate inciampa e sbatte un tonfo terrificante, di naso, sul pavimento in monocottura.

Comincia a piangere che alla fine lo sente la su’ mamma. Questa l’accorre per aiutarlo, lo trova tutto sganasciato a terra e lo cerca di consolare:

“Il mi’ bambino, il mi’ bambino! O che t’hai fatto? O che se’ grullo?”

No, ma che scherzi per davvero!!!

Che vuol dire essere grullo in un pianeta di tonti?

E’ essere assolutamente normali.

Gosto ogni mattina beve il caffellatte, solo che sbaglia sempre  il contenitore dello zucchero con quello del sale, visto che sua madre li ha comprati identici e senza scritta.

Ora, il caffè salato non è il massimo e provoca a Gosto un bel rigurgito di stomaco che inzacchera in maniera disgustosa la tovaglia bianca di lino e il pavimento in cotto poroso che per toglierci il liquame giallastro ci vuole una ditta specializzata.

“Basta, mi sono spaccato gli zebedei, me ne vado!” dice Gosto e rapidamente raccoglie un po’ di vestiti sul letto e, senza metterceli dentro, se ne va con la valigia (vuota).

“Addio”

“Ciao” gli risponde la su’ mamma chinata a terra che, tentando di pulire,  con grande perizia allarga il vomito sul maggior numero di piastrelle.

Mentre s’avvia verso l’ignoto, che per il momento è  la fermata dell’autobus, mille pensieri riempiono la mente di Gosto:

“O che posso vivere con una mamma grulla?… certo questa valigia l’è leggera… Via, liberi come… come cosa?… Insomma, liberi!… Oh, ma l’è leggera forte…”

Ecco l’autobus.

Ci monta.

Scende alla fermata seguente, non avendo ovviamente preso un euro per cominciare la sua nuova vita.

Torna a casa a piedi, entra e chiede a sua madre, che ormai ha sparso il liquame su tutti i 16 mq della cucina, un po’ di soldi.

“Per far cosa?” gli chiede.

“Per scappare e farmi una nuova vita!”

“Ah… aspetta.”

Avere un figlio rintronato non le faceva particolare effetto, ce l’avevano tutti.

Torna con dieci euro.

“E cosa me ne fò di dieci euro?” domanda stizzito Gosto.

“Compra il Corriere della Sera, ti fanno anche il resto.”

“Accidenti, è vero! Grazie, mamma.”

Ed ecco che Gosto s’avvia verso mete sconosciute con nove euro visto che intanto deve comprare il giornale.

 

 

 

 

 

 

 

Il problema è che uscito di casa gli è venuto a mente che doveva fare il bollo della macchina, per il quale motivo s’è diretto verso il più vicino ufficio ACI.

“Quanti chilovatte ha la sua auto?”

“Ehhh???” risponde interdetto (d’altronde…) il buon Gosto.

“15, 30, 500… QUANTI?” chiede spazientito l’impiegato.

Gosto, che non sapeva icchè fossero i chilovatte e non lo sapeva neppure l’impiegato, impaurito sceglie di dire “500!”

“Allora, 500 per 2,58 euro sono 1290.” E stampa il bollo.

“Ehhh???” fa di nuovo Gosto.

“Ma che sei scemo?” domanda retorica dell’impiegato.

“Io non ho soldi con me.”

L’altro salta il bancone, agguanta Gosto per la collottola e gli dice poco delicatamente: “ Ora tu vai a casa a piglialli e di corsa! L’ho già stampato il bollo e non te l’annullo!”

Gosto torna a casa e dice alla mamma:” mi dai 1290 euro?”

“Certo!”

Glieli dà…

… da una famiglia di grulli non puoi aspettarti altro…

Gosto corre all’ACI e paga il bollo.

Dopodichè, via verso nuove avventure!

Aspetta un attimo.

Ah già, deve comprare il Corriere così gli fanno il resto per prendere l’autobus.

Il resto di un euro.

Ma non dovevano essere nove? Beh, s’è sbagliato scambiando dal giornalaio il dovuto col resto.

Capita.

Specie in questo pianeta.

Monta in autobus.

Felice.

Ma scende alla fermata seguente.

Un biglietto costa un euro e venti.

Gosto torna a casa a piedi con soltanto un euro.

“Mamma che me li dai 20 centesimi?”

“Come mai me ne chiedi così pochi? O che sei rinsavito?”

Ah, ah, ah, questa è veramente spassosa.

Allora, si diceva… ah sì, “tieni 20 centesimi, ma un t’allontanare, eh!”

“Non ti preoccupare mammina!”

“E chi si preoccupa? Più grullo di così…” che sul pianeta dei tonti significa essere in ottimo stato.

Ed ecco che Gosto s’avvia verso mete sconosciute con un euro e 20 per raggiungere i più remoti angoli del pianeta.

Raggiunge la fermata e mentre attende l’autobusse o un s’avvicina una zingara?

Gli zingari su questo pianeta sono ritenuti persone malate e sfortunate perché furbi come volpi.

Poveracci.

Anche Gosto rimane sensibile a queste disgrazie.

“Mi fai leggere sulla mano?”

Non sa dire di no. “Fai pure” e allarga il palmo.

La zingara prende un libro sudicio da fare schifo e l’appoggia sulla mano di Gosto. Per leggere.

Dopo un po’, all’arrivo dell’autobusse, la zingara richiude il libro e dice “Grazie, e siccome sei stato gentile per te sono un euro e venti.”

Caspita che maga, pensa Gosto, e le da i soldi e poi monta in autobusse.

Per scendere alla fermata dopo perché ancora senza soldi, ma con in più la multa del controllore.

 

La su’ mamma quando lo vede ritornare comincia a avere qualche pensiero negativo.

“Il mi’ bambino! Icchè t’è successo???”

“Oh mamma, un mi riesce di piglia’ l’autobusse…”

La donnina, a cui s’era gelato il sangue a vederlo rientrare per la terza volta, si sente riavere.

“Capita a tutti noi, amore, è una cosa normale. Non ti riesce salire?”

“No, gliè un problema di soldi.”

“Ah, allora (va in camera e torna), eccoti duecento euro. Ti bastano?”

“Di certo. Via, verso nuove avventure!”

“Torna presto, amore…” e agitando la manina si salutano contenti.

Eccolo pieno di sogni alla fermata dell’autobusse.

Ecco l’autobusse.

Che si ferma e apre le porte pneumatiche.

“In do’ tu credi d’andare?” gli dice l’autista.

“Via, lontano verso nuove, mirabolanti avventure!”

“Te tu se’ tutto intelligente! (che sul pianeta dei tonti vuol dire che tu se’ grullo… sì, insomma, avete capito) Te qui sopra un tu ci monti, che gliè già tre volte che tu sali e poi tu scendi alla prossima fermata. Tu vai di molto a piedi in codesto posto, come si chiama?, mirabolante…”

Chiude le porte e se ne va.

Ora, il povero Gosto, rimasto come un furbo (alias bischero, vedi prima) lì sul posto, un sa che fare.

Se lo sta domandando quando arriva un extracomunitario con un borsone di plastica della Coop piena di non si sa icchè.

Quest’ultimo, pallido pallido (anche se, essendo del Gabon, non è che si veda molto) dalla fame che gl’ha, vede Gosto e gli s’appiccica come una ventosa su un cesso intasato.

“Ti prego,  qualcosa… qualcosa, ti prego… ti prego, qualcosa… qualcosa, ti prego…” (non è per spaccarvi gli zebedei, è che sono le uniche parole italiane che conosce)

Gosto è colto da un attacco di tenerezza.

“Che ce l’hai un paio di calzini?”

“… qualcosa…” annuisce il nero, tirando fuori una cintura falso Armani di dodici anni fa.

Gosto tira fuori i duecento euro.

Il Gabonese (?, sò una sega come si dice) glieli prende e ringrazia dicendo “Ti prego, qualcosa…”

Gosto, che forse s’aspettava gli scambiasse i 200 euro, lo saluta e torna a casa.

“Allora?” gli fa la su’ mamma.

“Va tutto bene, mamma.” risponde Gosto e se ne va a letto.

Tutto questo solo per dire che se uno gliè grullo è meglio che stia a casa.