Momentonò

Non mi restava che superare il momentonò.
Era veloce, ma ce la potevo fare.
Un amico mi aveva insegnato che un panetto di burro al sole si scioglie, è vero, ma se lo raccatti col cucchiaino e lo metti in frigo si riprende. Non con la forma giusta, ma quello che conta è sopravvivere.
Il momentonò, però, sembrava avere una rapidità per me inconcepibile.
Allora, disilluso sulla possibilità di entrare in contatto con alieni prima del 2026, presi coscienza che l’unico modo per trovare lavoro era far credere che una bellissima ragazza dell’est, che mi costava 500 euro a notte, fosse mia sorella che voleva così bene al fratello che avrebbe fatto di tutto per aiutarlo a superare la crisi. Era talmente convincente che trovai 24 lavori diversi in due giorni. Quando mia sorella mi chiese i 10.200 euro che non potevo pagarle, tornò il momentonò sottoforma di tre energumeni anch’essi dell’Est e anch’essi bravi nel loro lavoro.
Ritrovandomi 196 ossa fratturate delle 206 del mio povero scheletro, è chiaro che si fece ancor meno possibile per me superare il momentonò.
Dopo 2028 semolini, era un lunedì d’estate, potei mangiare un piatto di riso. “Cazzo, che soddisfazione!” dissi al medico cinese, che odiava il cereale e mangiava solo bistecche di chianina. Essendo poi un ospedale cinese, al di là dell’aria condizionata dal fritto misto di insetti, la degenza fu anch’essa cinese, ovvero eravamo in quattro su un materasso da uno.
Il momentonò in quel momento si era fatto velocissimo.
Quando mia madre mi trovò (grazie al microchip impiantato nella testa), aprì la finestra per fare luce, mi guardò e disse “Ma tu chi sei???” non riconoscendomi essendo completamente ingessato.
Il momentonò si fece insuperabile.
Prima di andarsene, mia madre disse “non so chi sei, ma sorridi alla vita!”. Sarò sincero, nessun momentonò può spingere a mandare a fare in culo la mamma, neppure in casi come questo.
Le sorrisi privo di denti. Lei mi guardò schifata e uscì dalla stanza. Rimasi solo come non mai. Proprio allora entrò il piccione che si posò sulla mia fronte, cagò sui miei occhi e se ne andò.
Il momentonò era in settima marcia, massimo numero di giri, su una Ferrari.
 
 
Oggi ripenso a tutto questo e sorrido. Qualcuno valutò che tanto momentonò avesse per contraltare un colpo di culo pazzesco. Era cinese anche questo qualcuno, che portandomi in carrozzina a rotelle mi chiese di scegliere un tabaccaio e una schedina del superenalotto.
Quarantotto milioni.
Con cui ho superato, con impennata su una ruota, il momentonò.
Perché le mamme hanno sempre ragione.

Orale

… Quando apri la bocca cessò il rumore infernale…

 

 

Da sei giorni i suoi famigliari non dormivano, vicini al più esplosivo degli esaurimenti nervosi mai visto.

Al settimo giorno, mentre suo padre picchiava la testa contro il muro per svenire senza riuscirci e sua madre stava cercando di soffocarsi con la borsa di plastica della Coop, uno studioso di casi del genere (ma per lo più un vicino di casa) si presentò alla porta della famiglia sciagurata. Con delle cuffie usate dagli artificieri durante le esplosioni del Napalm per non restare sordi oltre che vivi, chiese, parole testuali, cos’era “quel cazzo di grugnito vomitevole” che proveniva dalla loro casetta di legno, che se non glielo dicevano subito avrebbe preso casualmente fuoco. Il fratello maggiore del soggetto disturbante, abbandonando per un attimo i tentativi di tagliarsi le vene con una motosega (doveva tenerla con due mani e la cosa rendeva difficile l’intento), rispose che, senza sapere come e perché, era suo fratello minore che nonostante fosse a labbra serrate emetteva quel suono terrificante e snervante. Lo studioso lo ascoltò osservando la domestica che ciondolava con una corda al collo da un lampadario che aveva evidentemente pulito per deformazione professionale prima di soddisfare il suo desiderio d’impiccarsi. Decise quindi che era il caso di occuparsi direttamente del ragazzo e chiese dove si trovasse.

“In camera sua al primo piano”, gli fu risposto. Salì le scale con la tranquillità di Armstrong quando posò per la prima volta il piede sulla Luna. Giunse alla porta in legno intarsiato (non da un bravo artigiano, ma dalle unghie dei parenti fuor di testa) e bussò. Il rumore sembrava sconquassare ogni particella lignea della casa, ma a lui gl’importava una sega, aveva le cuffie e non sentiva niente. Neanche l’”Avanti!” che disse il ragazzo, ma entrò lo stesso.

Lo guardò, incredulo. Si aspettava uno con gli occhi pieni di sangue, bava alla bocca, sudato marcio e puzzolente con il vomito dappertutto. No, stava giocando a scacchi col computer. “Bene!”, pensò e chiuse la porta dietro di sé.

Passarono due ore circa, poi d’improvviso il rumore cessò

Lo studioso scese lentamente le scale per giungere nel soggiorno dove c’era il padre, la madre e il fratello, tutti con in mano una pasticchina di cianuro, non si sa mai.  Li guardò e disse loro “fate proprio schifo!”

“Il ragazzo”, continuò, “ha avuto una Reazione Orale”. I parenti inarcarono le sopracciglia non capendo una mazza di cosa diceva. “Insomma”, riprese lo studioso, “a forza di costringerlo a stare a bocca chiusa, a stare zitto per non dire cazzate, vostro figlio ha sviluppato una ghiandola orale interna che emette quel suono terribile e per non sentirlo più c’è una cura semplice: farlo parlare, farlo stare a bocca aperta”.

Infatti il ragazzo da quel momento parlò e parlò, solo nel sonno non lo faceva, ma in quel momento dormiva anche la ghiandola senza disturbare nessuno.

I genitori e suo fratello scoprirono anche quanto era bello ascoltarlo.

E tornò la tranquillità.

Riconoscenza

Ingollo l’ultimo cucchiaio di riso freddo e bevo un po’ di vino bianco annacquato, che a me piace così. Poi mi alzo e lo faccio a fatica. Speriamo non sia una ernia. La settimana scorsa ho fatto il corso di sicurezza e hanno parlato a lungo dei problemi della schiena sottoposta a sforzi. Vado in soggiorno e mi appoggio lentamente sul divano. Decido di non accendere la televisione. Chiudo gli occhi e respiro profondo. Ieri sera quando ho alzato dalla sedia a rotelle quel vecchio pesantissimo per metterlo sul letto credo che il mio scheletro si sia del tutto scollato dai muscoli per lo sforzo. In realtà non è grasso, ma per certo ha un peso specifico doppio del normale. Era la seconda volta che ci andavo. Un lavoro oggi è difficile da trovare e l’assistenza agli anziani mi è parsa estremamente interessante, ma non avevo calcolato i pesi dei corpi a babbo morto. La seconda volta che lo alzavo e già rimuginavo se farlo per la terza volta. La fitta nella parte bassa della schiena mi impediva di chinarmi bene, ma non volevo dare impressioni di debolezza e allora facevo le cose che dovevo con il sorriso. Quell’uomo mi guardava senza dire nulla. In realtà parla pochissimo, l’ictus che lo ha devastato gli ha quasi tolto la parola. I suoi parenti mi hanno detto che capisce e ricorda tutto, ma fa tantissima fatica a comunicare. Disteso sul letto gli ho tolto camiciola e mutande, facendo una fatica bestia, poi l’ho lavato con panno bagnato e successivamente rivestito. Poi ho tirato su le lenzuola e coperto, preparandolo per la notte. Sua moglie ci osservava silenziosa.

Poi un sussurro.

Mi sono girato verso il vecchio. Due occhi malinconici tradivano una grande mascolinità sconfitta dalla malattia, allo stesso tempo sembravano lì per sostituire la voce che sembrava non esserci più. Fino al sussurro. Mi sono voltato verso di lui e, accigliando gli occhi, ho fatto una smorfia di domanda.

“Grazie!”. È stato il sussurro più chiaro che abbia mai sentito. Un gesto di riconoscenza che mi ha lasciato interdetto. La sua bocca si è piegata in una stranissima smorfia, che unita agli occhi sembrava un testamento a mio favore.

Ho sorriso dicendogli che lo faccio per tutti, ma nessuno mi ha ringraziato a quel modo. Un modo che mi ha riempito cuori, polmoni, orecchi, cervello e altro che non ricordo (anatomia, la mia bestia nera).

La terza volta ci sarà e sarà un vero piacere.

Ora però chiamo la bimba a mettermi un po’ di crema antidolorifica

Un giorno chiuderò gli occhi

Un giorno chiuderò gli occhi
tornerò con le lancette
ai giorni del muretto
lo saltavamo tra le risa
con pattini fatti di legno
mi mancano i pensieri semplici
fatti di lezioni d’italiano
e il campino tre contro tre
gli schiaffi di mia madre
che sapevano insegnare
e lo sguardo serio di mio padre
a cui oggi sorrido
 
in questa notte che non so capire
è pensiero fatto di certezza
 
Un giorno chiuderò gli occhi
cancellando il futuro,
tornerò bambino
con le gambe magre e sbucciate
in questa storia di vita
mia e del mondo intero,
dai giorni che giungevano alla fine
senza avvertire mentre il sonno
aveva la stanchezza dei giochi,
delle corse su un asfalto cocente,
di un nascondino ansioso e partite
più di calci che di calcio
 
Il giorno che chiuderò gli occhi
sarà come quello raccontato da mia nonna
quando i suoi occhi lucidi
svelavano arcani segreti
che solo adesso comprendo
mi raccontava senza timori
il suo viaggio verso la fine
camminando all’indietro
in ritorno a tempi perduti,
disegnando la strana follia
di mente bambina in corpo disfatto
 
Il giorno che chiuderò gli occhi
tornerò ad aprirli col sorriso rinnovato
come la vita in stagione esatta,
mi prenderanno per pazzo
quando salterò il muretto,
giocherò a nascondino
o farò una partita tre contro tre
e forse già accade
 
in questo mio viaggio a ritroso
che ho appena intrapreso
e nessuno comprende

Accordo

Mi domando spesso se esiste un momento in cui la vita si ferma preparandosi alla morte. Alla fine ho dedotto che no, non esiste. Viviamo fino alla fine dei nostri giorni e di questo ne sono felicemente convinto. Mi guardo attorno: la piscina vuota, la casa vuota, il garage vuoto come vuoti i pensieri relativi a tutto quello che mi sta intorno. Mi sento straniero in terra natia, un bambino appena nato, un innesto in un nuovo tralcio. Tutto ciò che avevo non mi appartiene più o, forse meglio, non mi è mai appartenuto e mi è stato ripreso e adesso osservo per la prima volta il sole sorgere. Si potrebbe pensare che io sia pazzo, ma rinascere è solo una condizione mentale che ci aiuta a non perdere più tempo in questo nostro breve passaggio vitale. Giro le spalle e mi avvio all’uscita di questa villa, un tempo alcova delle mie notti, fonte d’invidia per tutte le altre persone e adesso solo fredde mura silenziose. Al cancello in ferro battuto, più costoso di un appartamento in centro, ritrovo la mia vecchia bicicletta, antichissimo reperto risalente alla mia gioventù, allora come adesso, squattrinata, ma meno riflessiva. La prendo, ci monto sopra e, dopo aver aggiustato la chitarra sulla schiena, mi avvio. Dove?… non lo so. Vado e basta. Parto, ma mi fermo dopo un paio di chilometri. C’è un piccolo parco di periferia lungo il quale si trova la panchina dove conobbi Lara. Mi siedo e prendo la chitarra. So pochissimo suonare, ma quel poco che ho imparato mi ha permesso di comprendere magie che mi erano sconosciute. “Impara questo accordo, diceva il maestro, e quest’altro e quest’altro ancora”. Con un po’ di pratica l’accordo si faceva suono, bellissimo. Lara, a sua volta, mi regalava parole preziose e io che l’ascoltavo attentamente le restituivo l’unica cosa che potevo, i miei occhi affascinati. “C’è un accordo speciale tra noi, disse un giorno, un accordo perfetto”. Chiesi al maestro se esisteva in musica l’accordo perfetto. Mi guardò sorpreso e mi rispose che sì, esisteva. “Qual è?” chiesi desideroso di sapere. “Quello che ti arriva al cuore e ti dà luce”.
Lara se n’è andata per sempre e “per sempre, lei mi disse, ci sarò… ma ti prego fammi sentire cosa hai imparato a suonare con la chitarra…”. Mi vergognavo come un cane, muovevo le dita incancrenite senza tirare fuori un suono che fosse comprensibile. Improvviso giunse un SOL perfetto che neppure io capivo come fosse potuto accadere. “Ecco, il nostro accordo è come quella nota”, furono le sue ultime parole. Poi le vidi chiudere gli occhi per sempre e tutto mi diventò incomprensibile.
Adesso sulla panchina poso le dita della mano sinistra sulle corde e con la destra strimpello da far paura. So che lei mi ascolta e dico tra me: Amore mio, mi spiace, ma non avevi ragione, non so fare un accordo che assomigli lontanamente al nostro.
Poi improvviso un SOL perfetto.
Cazzo, non si sbagliava…
Riparto dalla panchina.
Per dove non so, per come non so.

Sei nel mio tempo

Sei nel mio tempo

da sempre

come incisione divina

sulla mia fronte neonata

che vedo soltanto io

quando nei giorni più scuri

mi specchio in pozzanghere

di temporali estivi

e se anche ti farai stella incandescente

a prosciugarle

tu resterai lì, nel mio tempo

per sempre

Onore

Ho appena indossato il giubbotto di piuma d’oca di colore blu elettrico e mi girano i coglioni a duemila rotazioni al minuto.
Saluto il mio collega cercando di sminuire il mio stato d’animo, che lui non c’entra una sega in tutto questo, monto in auto e mi avvio verso casa. Solo che al km 3,300 prendo e svolto a destra.
Vado in centro, che non ho fame.
La mamma non si offenderà, sono un bamboccione che dal secolo scorso vive coi genitori e chissà che non speri in una improbabile anima gemella.
È un freddo cane, i vetri delle auto già si colorano di ghiaccio e vedrai che zizzola sarà stanotte. Ho guanti, sciarpa e cappello, saprò riparami. C’è pochissimo traffico, è ora di cena e per molti è ancora presto per un giro dei negozi aperti per le feste. Parcheggio in un punto comodo, chiudo l’auto e mi avvio a fare una “vasca”, il tipico circuito rettangolare del centro storico.
Guardo il cielo, pulito come fosse passata la cooperativa degli angeli delle pulizie che avevano lustrato come non mai anche la luna, bianca come le camicie appena lavate dalla mamma.
Mi prendono i sensi di colpa e la chiamo. Il telefono mi illumina come un fuoco fatuo sulla foto della lapide e, riflesso sulla vetrina spenta di un negozio, mi vedo proprio come un morto.
“Dimmi…” risponde mamma.
“Non torno, mamma, sono a prendere un aperitivo con amici…”
“A quest’ora…” si chiede tra sé mamma, “ che strani orari avete voi giovani (giovani per te, mamma)… fai come vuoi, ma non ti ubriacare che io e il babbo non possiamo fare la vita dell’altra sera…”
Non bevo mamma, lo dico e lo penso.
Passo davanti alla libreria. I libri più venduti sono esposti in una bacheca dal primo al decimo posto e con il fiocchetto rosso da regalo. Li guardo e la sensazione è che gli darei fuoco tipo Fahrenheit 451, da quanto sono idioti. Entro e dopo sei minuti e dieci secondi esco con una guida comica sull’uso del viagra da parte di chi soffre di angina pectoris.
Riprendo a camminare e lungo il tragitto vedo negozi di abbigliamento, articoli da regalo, elettrodomestici, illuminati così tanto da rendere felice il CEO dell’Enel.
L’aria fresca passa dalla sciarpa e arriva a bocca e naso, cazzo è freddo per davvero. A un angolo della “vasca” invece di girare a sinistra, senza un perché, giro a destra e entro in un vicolo oscuro. Strade che sembrano essere arrivate dal medioevo senza una ristrutturazione, persino l’illuminazione sembra fatta da lanterne a olio. Era proprio quel che cercavo: il silenzio. Faccio dieci passi e poi mi blocco. Vedo un’ombra e riconosco un essere umano piegato su se stesso appoggiato al muro. Aumento il passo, non si sa mai… assai me ne capitano di questi giorni. Oltrepasso l’ombra senza guardarlo, ma fatti tre metri devo fermarmi. Sento un rumore strano, un ticchettio rapido, acuto. Mi giro e guardo l’uomo (è chiaramente maschio) che trema e batte i denti in maniera incontrollata. È un barbone, un clochard o come cavolo si chiamano, di certo una rottura di palle che, relativamente alla mia giornata, diventa una ulteriore rottura e quindi da evitare. Mi giro di nuovo e torno indietro verso le luminarie della “vasca”
Eccheccazzo, manca solo che mi debba preoccupare di uno sconosciuto. Vedo altri negozi e la gente che aumenta nel numero col passare dei minuti. Molti adulti e pochi bambini, ma tutti festosi e sorridenti. Tutti eccetto me a cui girano i coglioni più di prima.
Maledizione, devo farmi vedere da uno psicologo, ma da uno bravo.
Mi fermo a un piccolo bar. Chiedo un tè caldo. Metto sette o otto cucchiaini di zucchero e inizio a berlo piano. Ecco, è come se inesorabile salisse piano piano dentro di me sia il caldo della bevanda che il freddo del cuore. Ci sono cose che non ci fanno onore e ci che rendono peggiori di coloro che ci disgustano. Ecco, sì, è proprio questo, una questione di onore.
Chiedo un altro tè, da portare via. Che sia caldo, molto caldo.
Torno sui miei passi, torno nel vicolo e torno vicino a quell’ammasso di disperazione che non si è mosso di un passo da dov’era. Gli porgo il tè. Due occhi stanchi e immersi nel sangue incrociano i miei. Questo, penso tra me, due ore e ci lascia per sempre.
“Ciao, io sono Igor… ti va un tè caldo?” chiedo inutilmente, avendolo lui già preso tra le mani.
Ho visto nel suo viso una espressione che nemmeno io quando ho vinto per l’azienda l’appalto da tre milioni. Tra la felicità e l’incredulità. Lo ha bevuto lentamente e sono sicuro di aver visto la sua pelle cancellare le grinze della sofferenza. Certo che con un euro e venti possiamo fare grandi cose.
“Grazie”, mi dice.
“Hai dove dormire?” Chiedo e lui mi dice che è il mondo il suo letto e che non devo preoccuparmi. Ah, non deve nemmeno pensarlo, non lo porto certo a casa. Però…
“Accetta queste cose…” e gli porgo sciarpa, guanti e cappello.
Lo fa con una rapidità che crea invidia alle mie giunture.
Gli do la mia buonanotte e me ne torno rapido verso la macchina.
È strano, non ricordo cosa mi aveva fatto arrabbiare oggi.
Appena a casa, abbraccio stretta la mamma (che non capisce e sospetta forte ubriacatura) e vado a nanna tranquillo.