Evanescenza

Mi verrebbe da dire che il tuo è stato un bacio assassino, ma è chiaro come il sole che non è così.

Rivederti dopo così tanti anni è stato un vero e proprio shock, una emozione che ha azzerato tutte le mie sicurezze e ha sciolto come un gelato al sole ogni mio muscolo facendone poltiglia informe. Ovviamente tu non te ne sei nemmeno accorta, non potevi non avendomi più visto da trent’anni, ma non ero più  me stesso.

Il bar, il nostro bar (ma questo probabilmente non lo sentivi come me) era particolarmente affollato e rumoroso, ma come sempre accade in momenti come questi, non sentivo assolutamente niente se non la tua voce.

Il cappuccino col cuore di schiuma mi costava 50 centesimi in più, ma avrei dato dieci euro al barman se riusciva a scriverci “Dio, quanto sei bella!”

Abbiamo cominciato a raccontarci di noi, di tutti questi anni passati lontani, delle nostre esperienze e di quello che era il nostro presente.

Io parlavo come un demente, con respiro affannoso tartagliando come un motore a due cilindri; lei invece muoveva quella sua bocca scrivendo nell’aria le parole con la grafia divina della perfezione e ascoltavo la melodia dolce dei suoi racconti con l’espressione ebete del mancamentato mentale.

Siamo stati tre quarti d’ora a parlarsi, seduti a un tavolino all’esterno del bar, proprio di fronte alla piazza. Ogni frase mi allontanava da lei, gli impegni, la famiglia, il lavoro, ma non c’era niente di nuovo, niente di diverso da quello che era stato fino a quel momento. Io ingenuamente innamorato di chi non potevo avere, ma che avrei difeso con la vita se ce ne fosse stato bisogno.

Solo che a un certo punto lei ha smesso di parlare e mi ha guardato negli occhi. “I tuoi sono bellissimi – mi ha detto – mi sono sempre entrati dentro e ci sono rimasti.”

Ho avuto uno sbandamento come a uno che gli si rompe i freni in curva alla 24 ore di Le Mans. Non sapevo cosa ribattere.

“Non dire niente – mi aiutò lei così – dammi solo un bacio. Il bacio che non mi hai dato quando avresti dovuto.”

Mi ha dato un bacio, anzi IL BACIO. Poi si è alzata con una leggiadria che ancora fa tremare le mie gambe, mi ha sorriso (e che sorriso!) e se n’è andata. Per sempre.

È passato qualche giorno e comincio a comprendere quello che mi sta accadendo.

È evanescenza quella di cui sono vittima, sto scomparendo lentamente.

Sto svanendo.

Vittima felice di un bacio che ha reso inutile tutto il resto.

 

 

senza titolo

D’improvviso le piccole attenzioni
quelle che non so altrimenti darti
mi svelano il niente d’intorno a me
Tu che m’hai procreato mi guardi silente
in quell’impossibile comunicare
i tuoi pensieri fermi alla porta del cuore
Ma non importa che dalla tua bocca
escano suoni che parlino di te
senza saperlo mi racconti la vita
ed io imparo ciò che conta davvero
Addolcisci i tuoi occhi stanchi e impotenti
come faccio io guardando te

Quattro mesi (racconto breve)

L’articolazione mandibolare si apriva in uno sbadiglio che riassumeva la trance del momento.

Da tempo, ogni mattina, si svolgeva questo rito che aveva ormai il sapore ancestrale di un evento che si perdeva nella notte dei tempi.

Ero certo che tu non mi vedevi, altrimenti avrei messo la mia mano davanti alla bocca, in quella reminescenza educativa che faticosamente cercava spazio in una famiglia operaia e di sinistra (quella vera, rossa) cui appartenevo.

Appena le due arcate dentali si riunivano alla fine del gesto di dispersione di sonno, sorridevo. Era l’espressione di un pazzo, di un maniaco che si fermava sotto una finestra, neanche tanto vicina a dire il vero, e ascoltava (credeva di ascoltare) il respiro leggero di una ragazza addormentata e ignara.

Sorridevo perché sapevo che avevi il viso rilassato (o forse no, chissà cosa ti riservava la vita), sorridevo perché, vittima di una timidezza da record del mondo e nella mia incapacità totale, era il regalo più grande che potessi farti. Sorridevo perché ero certo che fosse l’unica cosa che poteva rallegrarti i sogni.

Per quattro mesi, ogni mattina alle cinque e mezza, accadde questo. Nessun sole all’orizzonte, in quei mesi di inverno pieno. Il buio a accompagnare me che accompagnavo a lavoro mio fratello, prossimo alla patente, ma non ancora automunito. E prima di tornare a casa, passare da te.

A casa si chiedevano come mai fossi felice di farlo e non mostrassi mai disagio.

Se avessero visto quanto eri bella, non si sarebbero mai fatto domande del genere.

Il blocco appunti e il disco

–        Ma te chi sei?

–        Perché? Che te ne frega?

–        Si fa per ragionare! Mamma mia che scorbutico… certo tutto nero in codesto modo come potevi essere altrimenti.

–        Ascoltami bene, ciccino, se tu avessi la storia che è dentro di me t’avresti più rispetto!

–        Eccolo, Nembo kid! Ma chi ti credi d’essere? E poi scusa, io non t’ho certo offeso. Ho chiesto solo chi sei.

–        …

–        …

–        Sono un disco in vinile

–        Ah… e cioè?

–        Caspita ma sei proprio ignorante! Non sai cos’è un disco in vinile?

–        No.

–        Siamo musica, caro, siamo suoni, melodie, aria colorata, baci ballati, battito del cuore. Siamo il trascorrere ritmico di una esistenza. Capisci? Puoi comprendere il senso?

–        Perché non dovrei? E ti dico, bello! Accidenti!

–        Ah, ecco… appunto! Ma tu invece chi sei?

–        Io non sono tutte codeste cose, sono molto più semplice.

–        Ognuno è quello che è. Ma tu cosa sei, esattamente

–        T’importa davvero saperlo?

–        Sì!

–        Beh, se proprio ci tieni sono quello che ti ha permesso di essere qui, quello che ha fatto si che tutti noi ci trovassimo ancora tutti insieme in questo posto.

–        Sai, mi stai proprio sulle palle! Presuntuoso alla millesima potenza.

–        Tu sarai tutto quello che dici, ma sei anche uno che giudica senza sapere.

–        E cosa ti fa pensare di essere quello che dici? E comunque, cosa sei?

–        Beh, anche tu vedo che non hai conoscenze particolarmente profonde. Sono un blocco appunti dalla copertina lavorata e con fogli bianchi di carta riciclata.

–        E quindi?

–        Quindi cosa?

–        Quindi a cosa servi?

–        Mamma mia, qui i ruoli si invertono. Ma davvero non sai a cosa servo? Vabbè, appartengo a lui e fui un regalo di lei, uno dei primi se non il primo in assoluto. Gli garbai subito, adorava scrivere e decise di coprire le mie pagine coi suoi pensieri, di farne lo scrigno segreto agli occhi di tutti, compresi a quelli di lei. Poi mi donò le sue poesie e sopra di me lasciò tutte le emozioni che lei faceva germogliare nel suo cuore.

–        Carino, davvero.

–        Grazie.

–        Ma mi domando perché tu dovresti essere il nostro salvatore…

–        Non ho salvato nessuno, ho solo detto che se siamo tutti insieme qui è solo per merito mio.

–        E in che modo lo avresti fatto

–        Hai tempo?

–        Perché? Secondo te dove dovrei andare?

–        In effetti… allora, non sempre tra loro sono stati momenti felici. Ci fu un periodo estremamente nero, dove gli scambi di sguardi parlavano una lingua dura e dove la gelosia la faceva da padrona. Triste storia la gelosia, erode e corrode il desiderio e la fiducia e spinge a decisioni irresponsabili. Un giorno lui mi prese e con le lacrime agli occhi iniziò a scrivere usando quella schifezza di penna bic da due lire. Ma mi ascolti?

–        Di solito lo fanno gli altri con me, ma ti seguo, sì, vai tranquillo.

–        Insomma scrisse queste parole

 

 

 

Un mio pensiero

Per te

 

 

 

Ti lascio per sempre

 

 

 

Poiché amore

S’è perso

In questo nulla

 

 

 

Ma

Di me

Avrai

Solo il ricordo

 

 

 

–        Comprendi?

–        Cosa dovrei comprendere?

–        Le stava dicendo che era tutto finito! Ma certo tu sei un capoccione terrificante!

–        Ah, sì, credo di aver capito.

–        Insomma, lui non lo sapeva, ma lei di nascosto ogni tanto mi prendeva e mi leggeva. Avresti dovuto vedere le sue lacrime di gioia! Uno spettacolo!

–        Quindi?

–        Quindi cosa?

–        No, dicevo: e se lei leggeva che importanza ha?

–        Tu suonerai anche bene, ma hai la sensibilità di uno scoglio di Viareggio.

–        Spiegati.

–        Ma caspita, se lei avesse letto l’ultima poesia, le sarebbe preso un coccolone. Lei lo amava alla follia!

–        Quindi?

–        Ancora? Ma come disco tu sei incantato, vero?

–        Cerca di finire veloce, va!

–        Non potevo tenere quella poesia.

–        E cosa è successo?

–        Beh, non potevo cancellarla, non avevo i mezzi necessari.

–        E come hai fatto? Ti sei buttato nel fuoco?

–        Davvero spiritoso… no, ho fatto l’unica cosa possibile sperando in un bel colpo di culo.

–        Hai giocato al superenalotto?

–        Te sei proprio un deficiente. No, ho cominciato a agitarmi.

–        Perché?

–        Per mescolare le parole.

–        ???

–        Sembravo un contenitore per fare i cocktail, sciabordavo quella poesia sul mio foglio con tutta la forza che avevo.

–        E cosa è successo?

–        È venuto fuori questo

 

 

 

ti lascio

il ricordo di me

ma avrai

per sempre

un mio pensiero

solo per te

 

poiché nulla

s’è perso

in questo amore

 

 

 

–        Mi sembra un po’ diversa.

–        Abbastanza perché lei, leggendola, rimanesse ancora una volta contenta  e lui avesse il tempo di capire quanto fosse sciocca la sua gelosia.

–        Com’è finita.

–        È finita che è trent’anni che siamo in questa scatola…

–        Ah, ecco perché! Se tu non cambiavi il senso dei versi…

–        Sei davvero perspicace.

–        Grazie.

–        Di niente. Dimmi, quelle le conosci?

–        No.

–        Gli va chiesto, no? Scusate, ma voi chi siete?

–        Fotografie…

–        Cosa?

–        Fotografie.

–        E cioè?

–        Siamo gli attimi della vita, le immagini della memoria, i colori del tempo, la visione lucida dell’esistere…

–        Ti pareva? Tutti fenomeni come te, in questa scatola, mio caro vecchio vinile…

 

Anzi

Davvero vorrei sorridere

sorriderti anzi

ma a cosa servirebbe?

Qui in riva al mare

l’acqua mi carezza i piedi

e il vento suona nel silenzio

sto bene

benissimo anzi

ma che senso ha se non te lo racconto?

Passano i giorni

senza particolari scossoni

il sole sorge e non lo vedo

ma lo guardo sempre tramontare

nel mezzo e subito dopo

una vita normale scorre

e sono fortunato

fortunatissimo anzi

ma come può essere vero senza di te?

Il lago e il mare

Il  lago non gli piaceva, non gli era mai piaciuto. Quando tutti dicevano “andiamo al lago!” lui scuoteva la testa, ma per non essere quello che rompeva le palle stava zitto e ci andava.

Adesso era lì da solo e comprendeva ancor di più perché non amasse quel luogo. Non quel lago, ma tutti i laghi.

Acqua ferma, immobile, silente e triste. E putrida, li sulla riva, con quelle alghe, con quei sassi scivolosi e verdi dalla superficie schifosa. Si domandava che cosa ci avessero da scrivere poeti e scrittori su una parte così morta della Natura.

Prese un sasso piatto, adatto per ciò che voleva fare. Lo lanciò parallelo alla superficie, lo fece in maniera perfetta. Avrebbe dovuto fare tre quattro cinque saltelli sull’acqua. Affondò impietoso al primo impatto.

Non ci siamo, pensò tra sé.

Si alzò in piedi e senza nessuno intorno si sentì alto. Da quella altezza imprecò contro quell’immenso circolo d’acqua e urlò “bel troiaio di posto, sì!” Si guardò attorno e sospirò vedendo che non c’era alcuno che lo potesse prendere per un paranoico.

Ciao. Gli venne di salutarlo, il lago, senza astio e, montando in macchina, non comprese questa alternanza di emozioni.

Il tragitto seguente si fece breve, tutto si fa veloce quando i pensieri ti occupano la mente e non ti lasciano vivere  il vero. Attraversando delle splendide pinete che ai suoi occhi erano solo strisce verde-marroni, si trovò a una rotonda d’asfalto circondata di sabbia. Con l’auto era nel mezzo di una spiaggia e lì la lasciò parcheggiata senza chiuderla. Si tolse le scarpe e i calzini. Quando poggiò le piante dei piedi sui granelli umidi di un’aria bagnata d’acqua salata, sentì un brivido lungo la schiena per giungergli ai gangli nervosi di un cervello confuso e fuso.

Sospirò forte e si incamminò verso il tramonto. Una cinquantina di metri per trasformare l’affondare i piedi dentro sabbia fredda in un infrangere onde morenti su bagnasciuga.

Guardò il mare. Mosso. Agitato. Imprevedibile. Il sole, lontano nel vento, sembra spettinarsi nell’affogare nell’ultima riga di mare.

Ecco, è così mi piace il mondo, si disse.

Immerse la mano nell’acqua e ne sentì la forza vitale. Si guardò attorno. Non vide niente. Camminò lungo la riva per qualche metro fino a che non lo trovò. Un sasso perfettamente piatto. Lo prese tra il pollice e indice, arcuò il braccio e a seguire la schiena, si fece arco e lo lanciò. Nonostante le onde contò sette rimbalzi sulla superficie.

Un gioco da bambini. Una spiegazione da grandi.

Lentamente tornò verso l’auto e a piedi scalzi guidò per cento chilometri.

The End

Abbiamo occhi diversi

sguardi diversi

i colori, i rilievi, le forme

rendono il nostro mondo diverso

inutile cercare un altro senso delle cose

 

Io chiaramente osservo il tutto

in una maniera che non t’appartiene

poiché lo scivolare tra le mani

di un amore come sabbia

incupisce e impedisce

il vivere gli eventi come dovremmo

o meglio, com’io penso che dovremmo

ma solo perché, che tu lo voglia o meno,

le mille forme dell’amore

sono una condanna alla scelta

 

e tu mi hai giudicato colpevole