Due pacchetti di Ringo

Ho appena finito di inzuppare due pacchetti di Ringo in un bicchiere di latte freddo.

Come quando ero bambino.

Sto facendo molte cose che ricordano la mia infanzia.

È l’ora che è differente, a quei tempi dormivo già da tre ore.

Adesso dormo tre ore.

Dicono sia l’età.

A volte invece penso che sia non voler perdere troppo tempo della mia vita.

Come adesso, che ho voglia di te, che ho voglia di pensare a te, che ho voglia di scrivere a te.

Scrivere.

Ci sono momenti che hanno percorsi obbligati, come piccoli sentieri segnati che ai loro bordi rivelano precipizi perigliosi, momenti in cui l’assenza e la presenza acquistano la sostanza e il senso del vivere.

Ed io scrivo, perché scrivere mi aiuta a pensare, a riflettere, a discernere, a capire, a ricordare.

Ed è a te che io penso, è su di te che rifletto, è per te che discerno,  è con te che capisco ed è in te il mio ricordo.

Scrivo, per posare pietre a lastricare un sentiero che sembrava impervio e renderlo facilmente percorribile.

Scrivo perché il suono delle mie parole ti giunga anche nel mutismo della mia lontananza.

Scrivo perché la follia dell’amore è la saggezza della razionalità.

Scrivo per te.

E adesso mi mangio un altro pacchetto di Ringo.

Che mi garbano da morire e io son goloso da far paura.

Bellissima

Stavo riordinando lo scaffale dei pomodori pelati quando avvertii una presenza ferma dietro di me.
Sicuramente chiunque fosse necessitava di sapere dov’era la carta igienica o i sorbetti alla cioccolata.
Mi giro e ti vedo un pezzo di ragazza che manda direttamente in pensione il mio poster di Monica Bellucci.
Alta ma non troppo, capelli scuri e lisci di lunghezza media, ben pettinati, due occhi neri che m’hanno sciolto il cuore e due tette che m’hanno sciolto la lampo dei jeans. E le gambe! Tornite che Michelangelo avrebbe dato due martellate alla Pietà per metterci le sue.
Era talmente bella che mi sembrava di averla sempre conosciuta.
Ovviamente non ho emesso alcun suono dalla sorpresa mentre la mia faccia poteva essere presa a demo di demenza senile precoce.
“Ciao.” Lo disse con un sussurro, come una carezza, mi sfiorò come un petalo portato dal vento.
“Eh?”
Ebbene sì, ognuno di noi s’immagina che in certe strane situazioni possa tirare fuori il meglio di se stesso. Se quell’”Eh?” era il meglio di me stesso non stavo messo bene.
“Mi accompagneresti a fare la spesa? Sai, sono un po’ imbranata e sarei felice se tu mi potessi aiutare?”
Nel mio lavoro è un po’ un problema lasciare le disposizioni, ma se mi licenziavano per questa meraviglia della natura, chissenefrega. Un giorno ai miei figli avrei potuto raccontare di aver avuto un contatto ravvicinato con un angelo.
Avevo ancora una cinquantina di scatole da mettere a posto, maledetti pomodori. “Puoi aspettare che finisca di mettere a posto questi?”
“Certo…”
Certo fu il mio impegno a far tutto veloce, e poiché non avevo tempo di spostare lo scatolame misi i pelati tra fagioli, ceci, piselli, insomma feci un po’ di troiaio.
La vidi sorridere e ci manca poco che scivolo e picchio una musata.
“Ora sono solo per Lei (si sentiva proprio la maiuscola)”
“Dai, diamoci del tu”.
Star Wars era meno di fantascienza di quella situazione. Il Poppi, il Matteoni, il Guasti non avrebbero creduto ad una parola, non lo avrei fatto nemmeno io.
“Da dove cominciamo?”
“Dall’inizio.”
Volavo, camminavo leggero lungo gli scaffali e non mi ero mai accorto di quanto fosse stato bello quello squallido supermercato.
Forse era un sogno o forse una bolla di sapone. Ma finché non scoppia è comunque di una bellezza straordinaria.
Una Meraviglia!
“Ma tu veramente non mi riconosci?”
Eccoci, ci doveva essere qualcosa sotto.
“No…” mai vista, come avrei potuto non riconoscerla.
“Ci siamo visti una settimana fa.”
Questa s’è fatta una pera, se fò in tempo prima che le passi l’effetto finisce che ci faccio anche qualcosa.
“Dove?”
“Era un tempo terribile, nevischio e vento forte e gelido. Avevo forato…”
“Sei tu?” e chi la poteva riconoscere, era tutta imbacuccata e fradicia. Poveraccia, non sapeva come fare a spostare l’auto e cambiare la gomma. Mi fermai col furgone di ditta e le cambiai il pneumatico.
“Come hai fatto a trovarmi’”
“So leggere le insegne dei furgoni.”
Ovvio, che stupido. “Non dovevi disturbarti per venire a ringraziarmi”
“Invece sarei felice se tu venissi a casa mia sabato per la cena che ho intenzione di cucinare con queste cose”
Indicò il carrello e poi guardò me. Forse aspettava la mia conferma ma nello sguardo c’era una strana espressione
Ero già a Blade Runner.
“Volentieri”
Non so cosa succederà sabato sera, ma riflettete, gente, riflettete: a far del bene non può esserci che ricompensa.

Sciogliere

Cercavo il bandolo della matassa, ma, al contrario, tutto si era annodato in maniera irreversibile.

Almeno apparentemente.

Giorni passati intrecciati a conseguenze indesiderate, decisioni prese legate a soluzioni inevitabili, azioni rimandate incollate a rimpianti inutili.

Vedevo il groviglio della mia vita talmente complicato da rendermi inquieto e sfiduciato.

Era un giorno di sole che stava finendo e mi trovavo su una spiaggia che si rivolgeva verso ovest. Così, per dire semplicemente che stavo osservando un tramonto, ma adoro complicare anche le cose più semplici e non poteva sorprendere alcuno quella mia caratteristica vitale. Il mare era calmissimo e il leggero frangersi delle onde era una specie di ninna nanna ai miei sensi.

“Oggi è stata un’altra di quelle giornate infernali che hanno il solo compito di volermi impedire la mia gioia più bella…”, mi ha detto Nina quasi facendomi paura, non avendola sentita arrivare, “ma come vedi niente può fermarmi…”

Nina era una signora dall’età inconoscibile (non voleva si sapesse), ma avrei detto sui 90 anni. Ogni tardo pomeriggio percorreva un paio di chilometri di lungo mare, non senza averlo fatto anche la mattina presto. Con il bastone e una andatura claudicante, pareva dovesse cedere e cadere da un momento all’altro. Invece, quella sera, come in ogni altro momento simile,  al rientro mi salutava con un sorriso che mi lasciava sempre una domanda in sospeso.

“Devo chiederti una cosa…” le dissi ritenendo di non dover far passare altro tempo per porre la questione.

“Dimmi pure caro…”. Nina era una persona gentilissima.

“Il segreto della tua serenità… ti andrebbe di svelarmelo?”

Nina mi guardò con un mezzo sorriso.

Rimase in silenzio, come se mancasse una parte della domanda. Rimasi a aspettare, senza dire altro.

“Il segreto è imparare un verbo semplice quanto importante..”

Inarcai le sopracciglia e le chiesi quale fosse. Lei sorrise come a farmi capire quale fosse la parte di domanda mancante.

“Il verbo è sciogliere. Sciogliere i propri dubbi, incertezze, paure, indecisioni; sciogliere, con calma e senza arrendersi mai. Sciogliere anche ciò che appare complicato e irrisolvibile. Ti renderai conto che non poteva che essere a quel modo e le scelte erano quelle giuste. La mia serenità è solo accettarmi.”

Poi se ne andò con un “buona serata” appena sussurrato.

Mia cara Nina, mi è chiaro che sono difettoso. Ho cercato di fare come dicevi tu, ma la matassa è più annodata di prima. Ti sto pensando con uno spritz in mano, adagiato su un divano della terrazza di un grattacielo da dove vedo il globo solare sparire a occidente( si, un aperitivo davanti al tramonto).

Sai una cosa, Nina? Una parte di quello che mi hai detto però l’ho fatta: accettarmi.

Alzo il calice e sotto lo sguardo stranito di una bella bionda bevo alla tua salute.

La triste vita Pino Allu (tratto da una storia vera)

 
Nato agli inizi degli anni sessanta in una famiglia fortemente disagiata, terzo di treallaseconda figli, Pino non avendo potuto studiare non ha mai saputo calcolare quanti fratelli aveva. Ma erano certo tanti se suo padre decise che l’unica salvezza era emigrare a Prato, ridente cittadina (ma solo perché probabilmente aveva una paresi).
Saranno stati quattordici minuti tra il si e il no che la famiglia Allu era arrivata in città, insediandosi in uno scantinato polveroso e pieno di ragnatele di fianco a una gora (un canale dove le aziende scaricavano i gli scarti lavorativi liquidi più inquinanti mai visti sulla terra), che il padre disse a Pino: “ Aaargggghheeeeeaaarrggh???”*
Pino chinò lo sguardo preoccupato.
Il padre continuò: “guruuuuugugreeeaaaahhhhgggrrruuuto!!!”**
Pino colmo di sensi di colpa rispose “hai ragione babbo…” (io l’ho scritto con la acca, ma lui l’ha detto senza).
Il padre terminò con “ccccrrrraaaaaiiiiioooooggghhherrrre!”***
 
*non penserai mica di stare qui senza fare una sega, eh???
** hai già otto anni, ti do du’ giorni per trovarti un lavoro o a calci in culo ti butto in questa gora, vagabondaccio che non sei altro!!!”
***Brutto mostro, figlio illegittimo, sei ancora qui? Vedi di fare veloce che devo trombare la tu’ mamma!
 
Pino comprese allora quanto la povertà fosse brutta,ma senza perdersi d’animo cominciò a cercare lavoro. Capitò in una filatura senza sapere che cosa fosse una filatura, tipo la stragrande maggioranza di chi sta leggendo. Trovò un uomo grasso, lercio e sdentato che gli chiese cosa cazzo volesse. Lui disse lavoro. L’omone di dimensioni spropositate, in particolare nella pancia piena di peli sudati, gli chiese cosa sapeva fare. Pino ci pensò, poi ci ripensò e quando comprese che pensare era una cosa troppo complicata rispose “so dire la formazione dell’Inter!”
“Assunto!” disse l’omone Misclèn e non perché era per l’Inter, ma perché Pino era la persona adatta per un tipo di lavoro che nessuno voleva fare.
Si dice che questa città offrisse lavoro a sfare in special modo a chi sapeva contare fino a tre e non conoscesse le H (appunto).
Fabbriche sotto forma di capannoni di mille dimensioni (dal garage di casa a cattedrali in mattoni rossi di cinquemila metri quadri), come legate da un cordone ombelicale in un preciso processo produttivo, trasformavano la lana appena tosata in tessuti che vestivano mezzo mondo e necessitavano per i vari stadi di lavorazione gente che svolgesse i lavori più umili.
Tra questi c’era il carbonizzo, il tintore, il follatore, il cardatore e molti altri. Ma ve n’era uno che era il più umile di tutti e da come lo era nessuno lo aveva degnato di un nome. Appunto, quello assegnato a Pino
Pino Allu seguì le indicazioni del Capo Filatura (l’omone): 1) sedici ore al giorno e paga dieci lire al giorno e ringrazia che ti si danno visto che ti si insegna un lavoro. 2) Seguire le indicazioni del capo e a ogni sgarrata una serie di schiaffi che quelli del su’ babbo erano carezze per un dieci in pagella (cazzo è la pagella? si domandò Pino).
Ogni giorno gli davano vari colli da quattro quintali l’uno di lana grezza, nylon, cotone, terital e così via che doveva smistare secondo un ordine ben preciso e oliare con dosi di lubrificante al fine che le fibre mescolate potessero essere lavorate al meglio. Alle nove la sera quando usciva di filatura era letteralmente ricoperto di batuffoli di lana, nylon etc e unto come una bruschetta, così da sembrare un mostro notturno.
Ma Pino Allu era orgoglioso di se stesso. A quella età già sosteneva la sua famiglia e nonostante ogni sera s’addormentasse quindici secondi dopo essersi seduto a tavola svegliandosi la mattina alle quattro e senza aver mangiato, era felice.
Così tanto che l’omone dopo un paio di anni in cui l’aveva strizzato come un limone, gli domandò “Ma che cazzo c’hai da ridere?”
Pino si fermò un attimo, corrucciò gli occhi e sembrò pensare. Sembrò, perché la domanda gli parve così difficile che per non passare da grullo non rispose.
Il Capo Filatura (ancora l’omone) non essendo poi proprio un genio, non si domandò come mai non rispondeva, ma decise che Pino era un bell’operaio, di quelli su cui puoi contare e decise che usare il suo nome per il ruolo che svolgeva fosse il giusto premio.
Allu Pino adesso è nella storia.
Dicono sia morto contento.
Allora è bene che cambi il titolo del racconto, togliendo la parola triste e che rifletta sul fatto che l’esistenza è solo un punto di vista

Sul Silenzio e l’arte del rigovernare (saggio filosofico)

 

Nello svolgersi delle attività umane, fin dagli albori della specie, si è fatto recondito il senso della inevitabilità che trasforma il bisogno in una spinta potente alla azione. Dobbiamo affermare che mai è stato fatto alcunché senza un motivo: curiosità, necessità, evoluzione, forza maggiore e altri che hanno spinto l’uomo a pratiche piacevoli e soddisfacenti, ma anche faticose e dolorose.
Quella di cui voglio discorrere stasera riguarda una attività molto diffusa, ma che in realtà è arte sopraffina e sconosciuta: il rigovernare. Premetto che non voglio cadiate nel errore di non ritenerla sconosciuta, in quanto troppo spesso è azione quasi esclusivamente forzata e svolta in maniera sbagliata; in questo caso mi riferisco a soggetti che possono essere riconosciuti in dipendenti di ristoranti a paga minima, oppure a mariti o mogli che sognano lavastoviglie ogni notte e di cui restano privi perché non c’hanno una lira.
La vera arte del rigovernare è riservata a pochi, come in fin dei conti accade in ogni espressione di altissimo livello artistico.
Si tratta del parto tra due opposti, l’effimero e la sostanza. Nasce nel momento più intimo dell’esistenza individuale, quando il Tutto opprime e rende l’agire un peso insopportabile.
Il potenziale sinergico che esplode tra senso di sopravvivenza e desiderio, trasforma il rigovernare in atto mistico.
Gli occhi si fanno ciechi alla storia, l’udito si concentra all’eco del lavello, il tatto si fa piacere sopraffino in base al sapone usato, l’olfatto vive la cancellazione di odori inquieti. Il gusto si mette timidamente da una parte, stancato da un lavoro precedente al rigovernare.
È così che il passato e il futuro si annientano nella mente dell’artista, il cui mondo si limita a quel presente. L’acqua calda ha un suono leggero, è la musica dell’attimo senza parole dove una sacra quiete accompagna l’opera in atto. Schiuma bianca scioglie impurità oscene sulle superfici; gesti sapienti ne completano l’opera facendo riflesso di luce ogni spazio toccato dalle mani dell’artista. Lo sciacquare si rivela purificazione ed è forse uno dei momenti più elevati del rigovernare. L’utilizzo di attrezzi idonei come spugne morbide e teli per asciugare in cotone indiano ci avvicinano alla perfezione di un’opera che solo a coloro che mostrano limiti può apparire ogni volta uguale: basterebbe pensare ai menù sempre diversi.
Il tornare alla realtà, alla fine del rigovernare, è per molti artisti uno shock psicofisico potente.
Spossati si distendono sul divano a vedere la partita e negli occhi mostrano l’assurda sofferenza per una vita sbiadita nella sua rottura di coglioni.
Il Silenzio?
Perché, credete che l’artista abbia anche voglia di parlare?

Ser Ciarls e Escvulid (favola per bambini)

Miei cari bambini,

oggi vi racconterò la brevissima storia di Ser Ciarls, che in inglese si scrive Sir Charles ma siccome non si legge come si scrive, rimane Ser Ciarls per tutto il racconto. Questi era il Lord della Contea di Svuingsvuord, che in inglese si scrive Swingsword, che si estendeva a perdita d’occhio, ma per non far diventare cieco nessuno arrivava fino alla fine della Contea… Come? Si, perché altrimenti  avrebbe perso un occhio, bravo!… ora state  in silenzio ed ascoltate cosa successe al povero Lord.

Una donna dai grandi poteri nell’arte della magia, s’innamorò di lui.

Si chiamava Escvulid, che in inglese si scrive Ashwoolead, che non significa niente ed è intraducibile. D’altronde anche Marco cosa significa?

Comunque per dieci lunghissimi giorni Escvulid sconvolse la vita del giovane Ser Ciarls che, dimenticavo, era un bellissimo ragazzo ambito da tutte le Miss, che in inglese si scrive miss, della contea Svuingsvuord.

Fatture, riti magici, liquidi infernali non ebbero alcun effetto su Ser Ciarls e Escvulid non riusciva a capire il perché.

Era talmente disturbata che disintegrò la propria casa con un colpo di bacchetta magica.

Non fece una piega, tanto con un altro colpo di bacchetta magica la rifece pari pari ma in più con l’intonaco rifatto.

Come mai la sua magia non aveva effetto? Escvulid non riusciva proprio a comprendere.

Almeno fino a quando Ser Ciarls non si presentò a casa sua dicendole: “ lei è la donna più bella che abbia mai visto, miss Ashwoolead (proprio come si scrive, miracoli dell’amore…). Vuol diventare mia moglie?”

Ecco svelato l’arcano, nessuna magia poteva aver effetto su Ser Ciarls in quanto lui era già stregato.

Stregato d’amore e dalla bellezza di Escvulid.

La morale, cari bambini?

Prima di cercare strane strade, abbiate fiducia in voi stessi.