Closet

C’era una volta, mica tanto tempo fa, un uomo grezzo come la carta vetrata, grasso come un porco da campionato del mondo e peloso da fare schifo.

La cosa incredibile è che aveva una bambina bellissima, bionda assaettata, dagl’occhi che strabuzzavano un blu da oceano indianifico (non mi veniva altro aggettivo) e due gambe secche, lunghe e diritte.

Il babbo non lavorava da mattina a sera (attenzione, ho detto “non”), rimanendo sdraiato su una sciagurata poltronuccia che aveva già stroncato una decina di volte per la sua stazza spropositata.

La sera la piccola Closet, che aveva un fratello di nome Water, se ne andava a letto sfinita dopo dodic’ore di lavoro alle filande, tre per preparare da mangiare e rigovernare, due per rifare le stanze, una per fare il massaggio ai piedi al babbo e una per riprendersi perché i piedi il babbo non se li lavava da sei mesi. Direi che a lei Cenerentola le faceva una pippa.

Era in quel momento che avveniva il miracolo che rende le favole tali:

“Babbo, mi addormenti con una favola?” chiedeva la piccola dalla sua camera.

“Quanto rompi i ciglioni (correttore di word)!” urlava il babbo con voce sgradevole frammista a rutto da patatine Pai.

Sedici minuti. Il tempo per alzarsi dalla poltrona, intendo.

Altri dodici per salire i sei gradini che portano alla camera di Closet e sei decimi di secondo per sedersi su un cubo di cemento che Closet aveva sostituito alle nove sedie spiattellate dal padre.

Questi, preso un opuscolo, cominciava a leggere:

“Gli ho preso la verga, non mi bastavano le due mani per afferrarla del tutto… scusa, questa è la novella che racconto alla tu’ mamma. Allora, dove eravamo rimasti? Ecco, si, la principessa rimase con la testa spiaccicata sotto la zampa del drago e tutti i superstiti vissero.”

Rimase un attimo a sedere poi guardò dolcemente la sua piccola che già dormiva da venticinque minuti senza che lui se ne fosse accorto.

Premuroso le mise la sveglia alle quattro di mattina.

Robertino

Oggi c’era Robertino a mangiare con me.

Niente di che, un giorno come un altro e il menù non aveva nulla di particolare a parte il fatto che era lì, bello, pronto per essere ingozzato voracemente da quelli come Robertino.

C’era anche una dozzina di suoi fratelli ma probabilmente non avevano fame visto non stavano a tavola ma a bighellonarsi per la cucina e il soggiorno.

Ovviamente, anche la mamma di Robertino, grande madre da tutti i punti di vista.

Un sacco di figli e una grande maestria nel crescerli come si conviene.

Secondo i desideri e le speranze degli uomini.

Li guardavo sorridente mangiare.

Ero felice, anche se in realtà qualcuno mi avrebbe piuttosto preso per pazzo.

C’era un sole splendido, una giornata di maggio che ricordava una delle migliori del periodo estivo.

Un tardo pomeriggio dai colori vivi della primavera e dai toni delle pinete in Versilia.

Una luce che entrava in cucina senza essere filtrata da alcuna tenda a rendere belli e luccicanti persino gli occhi di Robertino, che certo chiamarli belli è esagerato.

Il sole mi fa sentire bene, mi dà energia, forza.

Coraggio.

Guardavo Robertino e sua madre, ascoltavo il casino terrificante dei suo fratelli e mi dicevo chissenefrega di chi ci guarda.

Ho acceso la tv.

Miracolosamente a Robertino piacciono i cartoni animati e io lo accondiscendo spesso.

Era  ancora presto, c’era la pubblicità.

Di un programma, Report, che sarebbe stato trasmesso domenica.

E’ apparso un galletto arrosto con una voce che diceva “questo sapete cos’è? Era un pulcino…”

Subito dopo sono apparsi migliaia di pulcini su nastri trasportatori che alla fine del nastro venivano gettati non so dove come fossero stati un sacchetto dello zucchero.

Poi una donna, di cui non vedevamo il viso, li prendeva uno per uno per il collo e, vivi, li infilava in un tubicino stretto che li aspirava non so dove…

Robertino e sua madre sono rimasti pietrificati.

D’altronde quale reazione pretendere da una gallina e da uno dei suoi figli a vedere certe immagini?

Ed io che non sapevo spiegare il perché.

Che non sapevo spiegare come la vita, l’essenza della vita si possa dimenticare per questioni industriali fino a compiere certi atti osceni.

Che non sapevo spiegare come mai nei cartoni animati non accade.

Mentre Robertino e sua madre hanno ripreso a mangiare il becchime in silenzio e a capo chino, ho spento la televisione e ho guardato il sole tramontare malinconico.

Tempo

Non credo esista un esatto perché, a volte, per quello che facciamo.

O almeno non esiste per gli altri.

Guardo l’orologio sofferente segnare le dodici e dieci. Ho un attimo di tenerezza nei suoi confronti e sono tentato di metterlo in una tasca del giaccone, ma poi mi prendo per grullo e lo lascio dov’è. La guida guarda preoccupato il mondo circostante col cannocchiale. Il meteo non prometteva niente di buono e i nuvoloni sopra la nostra testa e d’intorno sembrano confermare il pessimismo delle previsioni. La guida si gira verso di me raccomandandosi con gli occhi di fare presto. Ci parliamo così, con quel tizio dalla carnagione bruna e bruciata da un sole inusuale. Senza stare a dire chi dei due è lo straniero, l’unica cosa certa è che non capisco una mazza di quello che dice e comunichiamo solo a gesti, l’unica vera lingua universale. Provate a fare il segno dei soldi e vedrete che, come è capitato tra me e lui, la comprensione è immediata.

“….” In questo inciso ci sono i miei movimenti silenziosi a dirgli “farò presto, ma levati da qui, che ho bisogno di stare solo”. La guida capisce bene anche questo discorso più complicato, ma solo perché era negli accordi.

Si allontana e resto da solo su questa cima del gruppo dell’Himalaya a 6.680 metri di altezza. Il punto più alto che potesse raggiungere un imbranato come me che persino odia l’alpinismo. L’aria rarefatta sembra schiacciarmi il petto e impedirmi di fare quello che devo fare: urlare.

Mi guardo intorno, voglio rassicurarmi che la guida non sia nelle vicinanze. Non lo vedo.

Allora mi apro il giaccone e me lo tolgo. Resto con un maglione termico a venti sotto zero.

Allargo le braccia e alzando lo sguardo al cielo urlo:” Ci seiiiiii?!?”. Lo urlo ancora e ancora e ancora.

Il fiato mi viene meno, ma non mi arrendo.

 

Quando te ne andasti da questa vita, non ebbi tempo per te, non ebbi tempo di lasciare quello che stavo facendo per raggiungerti prima della fine, non presi tempo per alleviare il tuo, di tempo, così doloroso in quei momenti.

Quando ti vidi distesa con quel viso innaturalmente pallido compresi che non eri più lì, dentro il tuo corpo. Eri lassù verso il sole. Piansi, tanto da convincermi che avevo ancora tempo e me lo presi, quel tempo. Abbandonai tutto e venni a cercarti. Il punto più vicino al sole che potevo raggiungere divenne la mia meta.

 

Adesso ti chiamo. “Ci seiiii?!?”, ma le nuvole stanno coprendo il sole. “APRITEVI, MALEDETTE!!!”. Non respiro quasi più e urlare serve a niente. “Apritevi…” in un quasi sussurro.

Sembra una gentile richiesta.

Accolta, perché si apre uno spiraglio tra le nubi. Proprio dove punta il sole e una striscia di luce illumina una zona vicina a dove sono io.

È lei, ne sono certo.

Dura poco più di un minuto, poi scompare appena il cielo si richiude.

Era lei.

Il suo tempo per me.

Mi sento meno triste.

Chiamo la guida e gli faccio segno di rientrare. Capisce anche stavolta, visto che scompare la preoccupazione dal suo viso.

 

Il vetrinista (un giallo)

Non capiva una segaccia di niente, lo diceva il su’ babbo e lo confermavano tutti.
Quando fece il corso di vetrinista pensava fosse sull’utilizzo dei vetrini del microscopio, per i quali provava una passione spropositata, ma a fine corso si trovò assunto da una ditta di sanitari e fare vetrine con cessi e bidè.
Sentiva di perdere il suo tempo lontano da scoperte straordinarie in campo biologico e fu così che prese la grande decisione.
Prese di mira un panzone che era entrato nel negozio e appena questi si trovò da solo lungo un corridoio dove era esposto il materiale in vendita, lo graffiò sul collo.
Il panzone sorpresissimo si girò urlando “cazzo fai???” e lui per risposta gli tirò sul cranio una chiave del 28 in acciaio inox uccidendolo sul colpo.
Poi scappò senza farsi vedere.
La polizia iniziò le indagini, ma senza avere informazioni o immagini importanti.
Allora arrivò lui e disse: io potrei aiutarvi.
Si fece accompagnare all’obitorio e quando gli fecero vedere il cadavere, avvicinò le sue dita seguendo i graffi del collo.
“Coincidono!!!” disse soddisfatto. Poi si guardò sotto le unghie, estrasse il materiale organico che vi era rimasto coi graffi, lo mise in un vetrino (finalmente!), e guardando con un potente microscopio annunciò
” Credo di aver scoperto l’assassino! Farei per sicurezza l’esame del DNA”.

E prese l’ergastolo, felice e contento.

Tempi morti

 

Questa è la breve storia di un tempo morto.
La breve e tragica storia, potremmo dire, in quanto termina con la dolorosa dipartita dello stesso.
Con la contraddizione della morte di un morto, il tempo appunto.
Che per definizione morto non lo potremmo dire, in quanto se qualcosa vive, questo lo fa chi ha tempo e “un” tempo.
Ma come sempre accade, l’apparenza esiste anche in ciò che sembra una certezza.
E quando questo tempo si rese conto di quanto fosse morto, un profondo senso della disperazione lo colse in maniera inaspettata.
Come un bambino perdutosi in un bosco di notte, un folle terrore lo colse in ogni sua parte. Come una lama di freddo glaciale a tagliarlo in due.
Si rese conto di essere il tempo di un innamorato senza la sua innamorata.
Un tempo che aveva perso calore e consistenza, presenza e memoria, vita e sostanza.
Un tempo che c’era senza esserci.
Un tempo buio nonostante le albe e i tramonti.
Nella contraddittoria contraddizione della vita, decise di morire, lui già morto.
E riuscì nel suo intento.
Trafitto dal lampo di luce del bacio impaziente tra i due innamorati.

Gingerino

Era una giornata uggiosa quando Gingerino decise di uscire di casa senza l’ombrello.
Non pioveva e quindi la cosa potrebbe apparire normale.
Infatti lo sarebbe stata se non fosse accaduto quel che è accaduto.
Ora vi aspetterete che vi racconti l’avvenimento, però dovrete aspettare un attimo perché mi chiama mia moglie.

Scusate, devo rifare i letti, torno subito…

Eccomi…
Allora… Gingerino era un tipo un po’ particolare non tanto perché beveva analcolici dalle sette della mattina o perché era alto due metri e diciassette centimetri.
Lo era soprattutto perché gli piaceva portare i pantaloni corti.
A righe grosse bianche e blu, a fiorellini gialli, con dromedari rosa, di seta verde lucida.
Considerando i 117 centimetri da terra all’attaccatura del femore, i ginocchi secchi e sporgenti e le cosce a stecchino non c’è da meravigliarsi se tutti i bambini stavano ad aspettarlo sull’uscio di casa sua con patatine, popcorn, caramelline gommose, coca cola, gazzosa e spremuta d’arancia comprata presso i ventisette furgoncini con la porchetta che s’erano parcheggiati in quella zona. Questi bambini, circa duecentosettanta (ma stavano aumentando e provenivano anche dalle vicine province) erano posizionati ormai su delle tribune volanti montate dal comune. Il costo del biglietto era di quindici euro ma solo per gli adulti, che non c’erano, cosicchè quando l’assessore si accorse che non prendeva una lira pensò che lo spettacolo dovesse essere gratuito.
Al momento in cui Gingerino usciva di casa una specie di esplosione gioiosa riempiva gli spazi sonori di circa dodici chilometriquadrati. Con bandierine, clicclac, tamburi, piatti e soprattutto con delle risate sguaiate che i bambini, emeriti pezzettini di cacca, emettevano tra lacrime e urti di vomito incontrollabili.
Gingerino, con gli occhi rossi come quello che beveva, salutava.
Con quelle gamberullone lunghe s’avviava verso la meta che si era stabilita e si domandava cosa caspita ci faceva tutta quella gente davanti a casa sua.
Quella mattina, il cielo era nuvoloso…
come lo sguardo di mia moglie adesso…
aspettate un attimo…

Scusate, devo andare in cantina a prendere del vino bianco per il pesce (wow, oggi pesce!)…


Ci so…no… scu…sat…e ho il fiatone, ho fatto di co…r..sa sennò non ricordo quello che devo scrivere.

Quindi,
il cielo era nuvoloso e il pubblico già dalle sei della mattina era appollaiato sulle tribune, ormai sponsorizzate da tutti i gestori telefonici mondiali compresi quelli della Guinea Equatoriale dove il telefono ce l’hanno anche i coccodrilli.
L’età degli spettatori era compresa fra i sei e dodici anni, che da una verifica di matematica svolta sul posto (visto che a scuola questi non ci andavano mai per vedere Gingerino) ha rivelato una media di nove anni.
Coperti da impermeabilini da stadio, da poncho formato scout, da ombrelli di Dolce e Gabbana (che hanno fatto denuncia di smarrimento), da pensiline in vetro oscurato per bambini ricchi e in eternit per bambini poveri, aspettavano impazienti l’arrivo di Gingerino.
Erano ormai le nove e venti quando tutti cominciarono a rumoreggiare.
I primi fischi arrivarono verso le nove e trenta, quando il ritardo sul normale orario di uscita cominciava a superare l’ora e mezza.
Quando l’atmosfera surriscaldata stava per trasformarsi in una rivolta popolare, ecco la maniglia della porta girare e…
scusate…
Mia moglie…
Sì?…
Ah, un attimo, serve il limone ma non ne abbiamo… come? Ah, devo andare dalla suocera… Torno subito…



UFF UFF… Ma…mmma mi..aa!!! che fati…ca scr…i…ver.eeee…
Ripiglio … fiat…ooo…


In dov’ero rimasto? Già, alla maniglia…
Tutti la videro girare e ci furono gli applausi scroscianti che però morirono in un istante.
Il silenzio della delusione più cocente calò in un attimo.
Gingerino era uscito. Si guardò davanti e vide tutti i bambini imbronciati come se gli avessero decapitato Big Jim e Barbie.
Ebbe un moto di compassione.
“Poveri bambini!” pensò amorevolmente, “Chissà cos’è successo loro…”
Li avrebbe voluti carezzare tutti, ma non ne conosceva uno e poi aveva da andare al bar.
E vi si incamminò tranquillo.
Ma subito fu fermato da trentasette giornalisti e da cento telecamere delle televisioni di tutto il mondo che gli domandarono all’unisono:
“Perché hai voluto deludere i nostri bambini???”
Gingerino sgranò gli occhi non capendo.
Vedendone l’incomprensione, ancora una volta all’unisono (tanto per dare l’idea della fantasia dei giornalisti) i cronisti domandarono “Perché ti sei messo i pantaloni lunghi?”
“Perché ha cominciato a fare freddo.”
“Ah, allora va bene…”
Le tribune furono smontate, i bambini tornarono a scuola, i giornalisti tornarono a occuparsi di cose poco interessanti tipo lavoro, povertà e politica e Gingerino a domandarsi che cosa stava accadendo.

Come?…
Smettila di scrivere cazzate che devo pulire i vassoi per il pesce?…
Vabbè… Arrivo subito…

due

“Dovessi descriverle la mia vita, avrei molte difficoltà.

Tralasciamo le cose di ogni giorno: il respirare, il lavoro, il mangiare e i suoi connessi, le attività ludico motorie e l’inizio del sonno a chiudere il ciclo.

È che mi sento metà. Metà nel corpo, metà nella mente.

C’è un numero che mi rimbalza continuamente nella testa negli ultimi tempi: il 2.

Da quando lei se n’è andata, si è evidenziato un paradosso matematico affettivo che fa dell’unità una metà, nonostante non sia altro che l’inevitabile epilogo dell’altro che di 2 faceva una sola cosa. Come io e lei.

Adesso, proprio adesso, io mi sento metà…”

Mi resta difficile riportare quello che mi ha detto in quei momenti. Ricoverato nella Casa di Cura “Le calle bianche”,  in realtà era ancora il sospettato principale dell’assassinio di sua moglie. Il corpo della donna era stato ritrovato in una zona lontana e impervia, integro, ancora vestito e un chiaro segno di strangolamento; Nelle vicinanze c’era solo un  cartello con la scritta “IO T’AMO!”.

Quando il Capo mi chiese di andare a interrogarlo, mi aveva anticipato che avrei trovato un soggetto scosso e io dovevo capire se lo era solo apparentemente.

“Quando tornai a casa da lavoro e la trovai distesa senza vita, la disperazione si fece gesti inconsulti, ma poi, da folle quale ero diventato, capii che era solo apparenza: lei era semplicemente andata altrove. Presi il suo corpo e la portai dove un giorno mi confessò che avrebbe voluto essere sotterrata quando fosse stato il momento.

Da allora aspetto la notte, sperando sia libera da nubi. Alzo lo sguardo e cerco una stella, mi illudo che una di esse possa essere lei in questa mia pazzia, fatta della certezza che torneremo insieme in qualche maniera.

Ha mai perso un braccio? Una gamba? Una parte dello stomaco, del cervello o un occhio? – concluse – ecco, a me accade questo… Sa che lei è venuto a farmi visita proprio quando credo di averla ritrovata?”

Cosa dirò al mio Capo? Non potrò certo dirgli che a un certo punto è scomparsa dalla mia vista tutta la parte sinistra del suo corpo e neppure che, dopo avermi fatto mezzo sorriso e un saluto con la mano destra è scomparso del tutto. Mi è venuto da vomitare, ma come per un ordine divino alzai la testa al cielo e nonostante fosse pieno giorno, mi sembrò di vedere due comete incontrarsi nell’azzurro del cielo.

No, non credo che il Capo mi crederà. Resterà un caso irrisolto e io il testimone di una meravigliosa storia d’amore che non potrò raccontare a nessuno. Neanche a mia moglie.

Secchio

All’Autogrill mi ero stancato di vedere camionisti battere il record di schizzo su controsoffitto e chiesi a Aristide, il caporeparto, di trasferirmi alla stazione centrale. Non che fosse meglio, ma valeva la pena tentare che fosse almeno diverso.
Non so per quale assurda combinazione di testadicazzaggine aristidiana e sfortuna, ma è la sesta volta consecutiva che mi tocca di turno la notte.
Ora, vorrei faceste mente locale su due aspetti: la fragilità di nervi che coglie chi lavora di notte per un lungo periodo e cosa siano i bagni pubblici la notte in una stazione ferroviaria. Difficile descrivervi le due situazioni, ma è certa la anormalità in entrambi i casi.
La fauna che frequenta in ore piccole i locali adibiti a bisogni momentanei dei passeggeri è una accozzaglia di disperati con i quali necessita una specie di patto o armistizio che potremmo chiamare di “convivenza” sul tipo tu non fare troppo sporco e io non ti denuncio.
Ma quando ti riempi di droga oppure mangi schifezze terrificanti dai cassonetti, il vomito e la diarrea mica puoi bloccarli e allora eccomi qui a ripulire rimanenze umane che hanno dentro storie su cui potrei scriverci libri di successo e smettere con questo lavoro. Ho detto potrei, quindi basta sperare.
Ovviamente non è che fischietti una canzone di Arisa mentre ripulisco, piuttosto tiro degli accidenti in quantità direttamente proporzionale alla mia stanchezza, che ad ora ha superato il limite di sicurezza.
Come dicevo stasera è il sesto turno notturno consecutivo e il nervosismo mi si è attaccato ai testicoli come avesse le unghie del mio gatto. Ero appena arrivato e mi dirigevo al cassetto degli attrezzi quando dalla finestra ho visto arrivare un corteo composto da una decina di motociclette, sei o sette auto grosse come il mio appartamento e tre camionette piene di militari.
“Cazzo ha fatto il Drudo (un tossico testa di cazzo)?” mi son chiesto.
Fatto è che si sono fermati tutti davanti all’entrata della stazione. Tre o quattro energumeni sono scesi da una vettura e hanno aperto la portiera di un’altra da cui è sceso un vecchio tutto vestito bene. Questi si guardava attorno fino a che uno della stazione che conosco bene, inchinandosi, gli ha fatto cenno di seguirlo. Mi sono accorto solo allora che c’era un sacco di gente con telecamere, macchine fotografiche e fari potentissimi che gli andava dietro.
Ho chiuso la finestra dicendo chissenefrega e ho cominciato il mio turno prima che Aristide mi telefonasse per dire che non faccio una mazza. Ho riempito il SECCHIO di acqua e varechina e ci ho messo il cencio dentro per passarlo con lo spazzolone quando d’un tratto sento dire “Mi consenta!” con un accento non proprio sconosciuto. Mi giro e vedo l’anziano che avevo visto giù che mi fa cenno di aspettare. “Cazzo vuoi?” gli chiedo, ma non faccio a tempo a sentire risposte che nei bagni uomini entrano una cinquantina di persone tra guardie del corpo, giornalisti e colleghi del vecchio.
“Mi consenta!” ripete e mi prende lo spazzolone di mano. “Come vedete, riprende a dire, io non mi tiro indietro davanti a niente. Innocente, pago la punizione tremenda che mi è stata inflitta facendo questo lavoro umiliante, sporco, malsano e sottopagato!” passando lo spazzolone subito a una giovane, credo filippina, che inizia a dare strisciate possenti al pavimento rendendolo pulito come non avevo ricordanza. Poi il vecchio mi guarda e fa una smorfia schifata coperta da un sorriso falso come i dieci euro che mi dette il “romano”, barbone in pianta stabile alla stazione. Un po’ lo guardo anche io, poi gli dico gentilmente “ma che ci vai a fare in culo!” proprio mentre “il Sinistro” (inteso non come piede ma come sensazione), pusher che si divertiva a fare l’assaggiatore della sua roba, è entrato di corsa senza badare a chi c’era dentro e vomitando prima di arrivare al cesso con conseguente strisciata verde di succhi gastrici e pezzi tra banana, pasta al pomodoro e presumo un hamburger di Mc Donald.
Mentre il Sinistro aveva ancora la testa dentro la tazza colto da violenti conati, io mi sono avvicinato al vecchio e gli ho detto: “Come hai detto che è il nostro lavoro? Sai una cosa? Penso che tu abbia ragione, ma va fatto! Prendi questa carta e inizia a raccattare questi liquidi, va!”
“Ma come si permette!!!” mi urla il vecchio mentre due guardie del corpo mi attaccano al muro tenendomi coi piedi a venti centimetri dal pavimento.
Nel giro di un minuto se ne sono andati tutti compreso i due energumeni che si divertivano a sbatacchiarmi un po’.
Il Sinistro ha alzato la testa dal cesso e tutto rincoglionito mi ha chiesto: “Mi scusi vero? E’ stato tremendo, un attacco improvviso e violento… ma chi erano quelli?”
Ho preso la carta e ho cominciato a togliere il suo troiaio da terra.
Gente di passaggio, gli ho risposto.
Sperando fosse vero.

Sull’uscio (7)

Da piccino ricordo le anziane che facevano la rafia sedute davanti all’uscio di casa, dove passavano il tempo a ragionare. Due di loro sono nate nel mio cuore e ogni tanto mi regalano una loro chiacchierata…

 

 

 

“Che ha’ visto che giornatina? Uggiosa com’era il tu’ marito…”

“Tanto il tuo gl’era di molto garbato…”

“Lascia stare il mi’ poer’Oreste, sant’òmo!!!”

“Invece, il mi’ buonanima Arnaldo? Che gl’era? Un rompicoglioni?”

“Un pochino sì…”

“…”

“Un t’arrabbiare, Teresa, tu lo sai che scherzavo…”

“…”

“A me mi sembra che la rompicoglioni tu lo sia te, altro che il defunto…”

“Defunto sarà quello sciagurato che t’ha sopportata fino all’ultimo rantolo…”

“O quando te l’ho detto?”

“Cosa?”

“Che m’è morto mentre m’era sopra?”

“A parte i’ fatto che un capisco icchè c’entri, ma che t’è morto sopra lo sa tutta la città…”

“Ah sì?”

“Tu se’ stata te per fargli fare un figurone… un te lo ricordi… <<vecchio bavoso 75enne mòre mentre copulava con la sua signora…>> tu glielo hai detto te a quelli del giornale e loro l’hanno riportato pari pari!”

“Sì… mi sembra di ricordare…”

“Ti sembra, eh?”

“…”

“…”

“Fa la rafia, invece di dir bischerate… badalo, il bimbetto, torna da scuola…”

“O che ore sono?”

“Boh, chi lo tiene l’orologio… perché, t’interessa di molto sape’ che ore sono?”

“No, è che mi sembra parecchio presto…o che gl’abbia fatto forca, il tu’ nipote?”

“ Sì, per tornare a casa… unn’è mica rimbambito come te!… Lapo, o Lapo, o come mai tu se’ già torno?”

“Bada la mi’ nonnina bella come i’ssole!!”

“O come tu parli grezzo…”

“O nonna, tu m’hai insegnato te…”

“Lo so… e mi garba tanto… insomma, o che hai marinato la scuola?”

“No, nonna, c’è sciopero!”

“Sciopero??? O perchè vu lo fate?”

“Vogliono tagliare i fondi, licenziare la gente e insegnare meno!!! Un tu lo faresti sciopero te?”

“E in do’ vu siete andati? In piazza?”

“Si, in Dòmo a fa’ casino…”

“V’avete fatto bene… anche se te che tu ci vada o no a scuola un mi sembra faccia differenza, asinaccio!”

“Grazie nonna, tu se’ un amore! Ciao!”

“Ciao, birichino…”
“…”

“…”

“Teresa…”

“dimmi Armida…”

“Te lo ricordi quando si facea noi lo sciopero?”

“Se n’è fatti due soli…”

“Sì e altro che in piazza… s’andava in camporella… Ricordi?”

“Sì e tu mi fa’ diventa’ rossa…”

“Se n’è fatti troppo pochi… se ne dovea fa parecchi ma parecchi di più!”

“Comunista!”

“Io, eh? O Teresa,  t’hai detto ora ora che tu se’ diventata rossa… o mi sbaglio?”

La schiacciata coi ciccioli

Alle sei e mezza di mattina avere  gli occhi abbottonati non è cosa incomprensibile.

Ma la visione della schiacciata calda coi ciccioli apre non solo le palpebre, ma visioni che si avvicinano all’Amore perfetto, unione tra corpo e anima che solo il palato unito a una fame spropositata sa dare alla nostra esistenza.

La donnina del negozio mi guardava schifata… vorrei vedere… la salivazione abbondante causata dal desiderio non mi rendeva certo attraente.

Con la bocca impastata le ho chiesto che me ne tagliasse un paio di grosse strisce e me le incartasse.

La piccola fornarina la m’ha accontentato in tre secondi netti, dandomi l’impressione che mi volesse fuori dalle palle rapidamente. Non ho colto la sua provocazione, ho solo pagato e me ne sono uscito dalla panetteria reggendo in mano gelosamente il cartoccio.

Ora me lo mangio, ho pensato, ora me lo mangio.

L’ho pensato molte volte ma non ho compiuto l’azione. Forse allungare l’arrivo di quel momento ambito mi ha fatto pensare che avrebbe avuto un effetto fantastico.

Un venerdì libero, un giorno di ferie per me. Caso raro, davvero, in cui tutto pare così particolare.

Anche la schiacciata coi ciccioli, quei deliziosi pezzettini di carne di maiale, reminescenza di quand’ero ragazzo e fonte di ricordi allegri e di sapori intensi. Che adesso, dopo tempo immemorabile, avevo lì, sul cruscotto della vettura in un pacchetto che urlava aprimi aprimi e io che lo facevo soffrire immaginandomelo tutto caldo e bagnato d’olio come… in che modo lo lascio alla vostra immaginazione.

Alle nove e trenta il cartoccio era ancora lì, integro.

Poi accade ciò che ti fa capire che niente è per caso.

Semaforo rosso.

Extracomunitario tutto imbacuccato e con un pacchetto di fazzolettini da vendere in mano.

Lo guardo.

Lui guarda i cerchi in lega della mia auto, senza avvicinarsi per offrire la sua merce.

Lo guardo.

Lui pure, sempre le ruote, ma facendo una impercettibile smorfia naso/zigomi, che diceva molte cose.

Apro il finestrino. Prendo il cartoccio e glielo offro.

Lui adesso guarda me, senza capire.

“LO VUOI???” gli urlo.

Lui annuisce senza fare una parola ma mi dice grazie con un sorriso. Un grazie di quelli veri.

Prende il pacchetto e attraversa rapidamente la strada, probabilmente per andare a soddisfare un appetito ormai ancestrale.

Semaforo Verde.

Sono in silenzio e in silenzio è anche tutto il resto del mondo, viaggio in una specie di muto apparire.

I miei occhi si fanno lucidi.

Dopo cinquecento metri rallento e comprendo.

Mi fermo e mi metto a piangere.

Per forza lo faccio: quello era certo un musulmano e i ciccioli li avrebbe buttati via… quel bendiddio… chissà com’erano buoni…

Mi vien da lacrimare ancora.