Juke Box

Mi piace questa piazza. Santa Maria Novella, si chiama, almeno credo. Perfetta per me. Apro la custodia, tiro fuori la chitarra e subito dopo espongo il cartello “Juke Box. 2 euro per la canzone che volete.”

 

Presumo possa ritenermi fortunato. Credo di non poter pensare diversamente se guardo nel complesso lo svolgersi della mia vita. Certo se dovessi basarmi sul fatto di non sapere chi è mio padre e che mia madre, una ragazzina, è morta quando avevo sei anni lasciandomi solo e senza nessun altro parente, dovrei valutare diversamente il mio destino. In Brasile ce n’erano e ce ne sono tanti, come me. Non solo in Brasile.

 

Il primo che fa la richiesta di solito è anche il più curioso, o almeno lo è certo nella vita: si avvicina quasi sorridendo tra l’imbarazzato e l’orgoglio del suo coraggio e chiede cosa significa il cartello. Nell’italiano stentato che posseggo gli dico che può chiedere una canzone qualunque e io la suonerò. Come sempre il primo, che crede di essere un tipo ganzo, pensa bene di chiedermi una canzone quasi sconosciuta, così per mettermi in difficoltà e farmi fare una brutta figura. Dovrei dirgli che non è poi originale in questo suo atteggiamento, ma lascio correre. Mi chiede se conosco “Sei come il mare “ di Stefano Zarfati. Gli rispondo di sì e inizio. Non canto, faccio schifo come voce, ma le mie mani si muovono in un arrangiamento che avrebbe fatto invidia all’autore. Devo dire che la canzone proprio non mi piace, ma capisco che era solo una scelta per mettermi in difficoltà.

 

Sopravvivere e crescere era stato di per sé un miracolo, senza nessuno che davvero si prendesse cura di me. Sarà per questo che non feci nessuna resistenza quando un tipo alto e secco mi prese per mano e mi portò via dalla favela quando avevo undici anni. Prometteva una vita bella e felice in cambio di un lavoro poco faticoso e piacevole. Solo un ragazzino stanco e bisognoso avrebbe potuto crederlo. Io e molti altri come me. Mi portò in aereo, che io avevo visto solo da terra immergersi tra le nuvole e nei miei sogni e invece in quel momento era vero e vi ero sopra. Fu un viaggio lungo, verso un luogo che non ho mai capito quale fosse.

 

Il secondo di solito, fa meno il ganzo. Vista l’abilità che ho con lo strumento pensa bene di spendere al meglio i due euro e mi chiede un brano di Santana, Black Magic Woman. Questa è certo più conosciuta, ma senza spartito gli sparo un assolo che fa strabuzzare gli occhi non solo al richiedente, ma a tutti quelli che si erano fermati intorno a me. Le mie dita si muovono veloci e la musica si diffonde come un fluido benefico nelle orecchie di chi ascolta. Appena finita l’interpretazione l’applauso parte quasi timido di non essere abbastanza intenso per l’emozione ricevuta. Giunge il terzo ragazzo con due euro e mi chiede “Hotel California”. Gli sorrido e gli chiedo se la vuole classica o a modo mio. Non ci pensa un attimo e chiede la mia interpretazione. Alla fine ha le lacrime agli occhi, come avesse assistito a qualcosa di eccezionale.

 

Lo stabile dove andai a vivere coatto per quattro anni era stato costruito tra le cime di una catena montuosa quasi insormontabile e impossibili da lasciare. Non a caso era lì visto il suo fine. Eravamo tanti e di varie età con un unico comune denominatore: eravamo soli al mondo. Lì per lì ero felice di aver abbandonato un luogo che mi avrebbe ucciso molto presto, ma iniziai ad avere strani sospetti quando mi impedirono di avere contatti con gli altri che si trovavano in quel luogo. Poi avvennero cose che mi turbarono: mi sottoposero a visite e controlli, mi fecero test attitudinali e fisici. Poi iniziò quella che chiamavano “terapia”: mi legavano a una poltrona e con attrezzi strani attorno al mio cranio, bombardavano il mio cervello con non so ancora cosa.

 

La folla è triplicata, ma ormai non è una novità per me. Non me ne vanto, chiaramente, ma devo sostenermi in qualche modo e questo è il più semplice per me. Pericoloso, ma semplice. Sono alla nona richiesta e alla decima cambio posto. Devo farlo per non dare vantaggi ai miei inseguitori. La ragazza, bellissima mi chiede l’assolo di “Firth of Fifth” dei Genesis e io le regalo una interpretazione che lei riprende col telefonino in un video che avrà un successo clamoroso su YouTube e firmando forse la mia condanna. Ma detto tra noi, chi se ne importa.

 

Vivere in una favela ti cresce a dismisura rispetto alla propria età. Col tempo capii che c’era qualcosa di terribile in quel luogo. Qui torno alla affermazione di essere in fin dei conti fortunato. Fortunato di essere stato scelto per un esperimento di condizionamento mentale, per l’esattezza il trasferimento di dati e di conoscenza musicale e abilità motoria. Fortunato per aver superato al meglio questa violenza fisica, cosa che non è accaduta a molti altri presenti. Sottoposti a utilizzo di farmaci per la cura di malattie o a esperimenti atti a verificare la resistenza umana, avevano avuto un destino assai meno benevolo. Avevo cercato di incontrarmi con quei miei compagni di sventura, ma la rete di sicurezza era potente, anche perché era una organizzazione che godeva della protezione di tutti i potenti del mondo. “Il sacrificio di pochi, per il meglio di tutti”, sentii dire per caso a un paio di visitatori ben vestiti. La favela mi aveva insegnato molte cose, tra cui scappare. Nessuna montagna mi avrebbe fermato o ucciso. Scappai.

 

Finito l’assolo di The Wall, ho chiuso velocemente la chitarra nella custodia. Mi sembra di vedere facce poco raccomandabili e vado via con una rapidità che sconcerta gli spettatori delusi di non poter sentire altro suonato in maniera così eccezionale. Non è merito mio, ho pensato, e vi farei schifo se sapeste il perché sono così bravo.  So che mi cercano e non per farmi vivere. Tra un’ora ho un appuntamento con uno che conduce una trasmissione televisiva e credo che sarà lieto di ascoltare certe rivelazioni. Sempre io riesca a vivere ancora per un’ora.

 

 

 

 

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