C’è stato un tempo che aveva il giorno di festa

C’è stato un tempo
che aveva il giorno di festa
la cui fine iniziava la settimana
e la sera, proprio come questa,
mi donava sana agitazione.
Mi sono affacciato alla terrazza
cercando una luna che si fa preziosa
l’unica che sa ascoltare
le mie parole silenti
urlate di nascosto al mondo e che
chiedono di un perché senza risposta.
Non è mia intenzione, o Luna,
percorrere sentieri insulsi
che portano al niente e soltanto tu
che sai cosa sia immergersi nel buio
puoi raccontare agli sciocchi
quanta poca luce basti per essere amati.
Fa’ che torni, o Luna,
il tempo che aveva il giorno di festa.

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Futuro

Futuro

 

Chissà se davvero sei stato tu. Me lo chiedo spesso e alla fine di ogni pensiero mi convinco sempre di più che sia così. Non può essere capitato per caso e posso tranquillamente credere a questa magia, visto che davvero di una magia si tratta.

Saluto Alberico, gli stringo la mano e faccio per andarmene quando mi salta addosso per stringermi in un abbraccio potentissimo e colmo di felicità incredula. Piange. Non mi meraviglia più tutto questo, ormai capita da tempo e mi spiace un po’ che presto non accadrà più. L’abbraccio si scioglie e vedo Alberico allontanarsi.

Sono passati più di due anni da quando il mio cervello ricevette quella scossa. Non toccai niente di pericoloso, anzi stavo semplicemente leggendo un libro di Asimov quando una fitta tremenda e velocissima mi squassò la testa. Un dolore fortissimo che però durò un attimo. Non passarono due giorni che mi resi conto di un fatto straordinario: prevedevo il futuro. Peccato che vedessi il futuro di tutti e di tutto ciò con cui entravo in contatto. Al terzo amico di cui compresi il suo destino, non proprio roseo, entrai in crisi. Poi Giovanni morì. Fu un evento che da una parte mi sconvolse, dall’altra mi permise di fare una scelta e su quella mi concentrai.

Partì la mia frenetica attività. Iniziai con i miei ultimi mille euro e con Sandro, un padre disperato per un figlio malato. Lo accompagnai in una sala scommesse  e con lui vicino puntai tutti i miei soldi su una serie di partite di calcio che moltiplicava per cento la puntata. Sapendo quali sarebbero stati i risultati fu facile vincere. “Sono tuoi – dissi a Giovanni – a me basta che tu mi renda i soldi che ho puntato… tu pensa a curare tuo figlio.”

Da allora ogni giorno, in luoghi diversi, ho scelto persone che avevano bisogno e per loro ho scommesso e vinto cifre stratosferiche.

Oggi ho saputo che tre grosse aziende di scommesse chiudono per fallimento. Non temere, Giovanni, mi fermerò solo quando avranno chiuso tutte, perché non si può arrivare a uccidersi per essersi rovinati col gioco. No, non è giusto e qualcosa dovevo fare.

O forse mi hai guidato davvero tu?

Silenzio

Se mi avessero dato un fucile a canne mozze glielo avrei finito sui denti. Avevo un sonno che mi sgangherava e sulla panchina mi ci sarei anche appisolato a questo solicello se non ci fosse stato quel demente che non sta in silenzio un secondo.
Ma gliel’ho anche fatto capire a Mario: “O t’allontani da questo grullo o non rispondo di me stesso… e poi che non si tema la rabbia, ok??”, ma si vede che non sono molto comprensibile in questo momento.
Mi domando poi a Mario cosa cazzo gli frega del mutuo di questo coglione, di tutti i numeri senza senso… Per non parlare poi del telefono touch super tecnologico, della macchina quattro ruote motrici, del viaggio in Costa Rica, del ristorante tre volte alla settimana, della collana di perle alla moglie, della Thailandia e di quelle ragazzine che… (che che cosa?), del materasso a acqua, della televisione 88 pollici e via dicendo.

Mario… fallo smettere… Mario, un ce la fò più… Mario…

Ecco, l’ho fatto, mi hai spinto alla disperazione, all’unico atto per zittirlo e avere il silenzio che cercavamo insieme…
Come dici, Mario?
Come, grazie per averlo fatto?
Mi fai anche delle carezze???
Come dici? Ah, stava sui coglioni anche a te… ho fatto bene a morderlo… Grazie!!! Sei proprio il mio padrone preferito!

Sì, Mario, scodinzolo ora che siamo io e te da soli. E scusami se mi appioppo un po’, a questo solicello.

Tilt

anche se mi vedi in piedi

lì davanti a te

non ti arrabbiare se non rispondo

non sto ascoltando le tue parole

sono così lontano che neppure io

saprei dirti dove

 

seduto su un prato privo di cielo

ad occhi chiusi e senza respiro

non esisto più

il cuore non batte ma non temo

la morte o quel che le somiglia

piuttosto il suo contrario

fatto di auto e clacson irrequieti

di parole inutili come il sole sul deserto

di doveri per bisogni primari

e di diritti sempre più rari

 

non ti arrabbiare se non ti rispondo

sono un flipper andato in tilt

Il mio mondo

Era il 14 gennaio del 2024.
Non so esattamente che tempo fosse stato, essendo inscatolato nel biofrigo della Seanconnery. Le previsioni dicevano cielo terso e sole primaverile e presumo ci avessero dato. Ormai che c’ero, era bene partire quanto prima e quanto prima raggiungere la meta.
Devo ammettere che il crioliquido mi aveva fatto venire la pelle d’oca. Era già freddo di suo, quel cazzo di liquido e chiaramente ci aveva messo pochissimo ad arrivare alla temperatura necessaria a congelare questo mio corpo di neopensionato.
Credevo che tutto di me si azzerasse, che nessuna funzione vitale fosse in essere. Invece qualcosa non ha seguito questa regola.
Il pensiero e la memoria non si sono congelati, anzi adesso accompagnano me che senza vedere, sentire o toccare, vado verso un futuro incerto.
Appena mi sono accorto di questa falla, di questo difetto, mi sono impaurito pensando alle decine di anni che avrei passato in solitudine in attesa di arrivare con questo catorcio di astronave al Pianeta A, il pianeta della speranza per l’umanità. Il buio più assoluto e assenza totale di qualcuno con cui trascorrere il tempo.
Presumo che la partenza sia andata come nelle previsioni e il viaggio sia iniziato. Credo. Trattandosi di un viaggio interspaziale di circa 112 anni, l’ibernazione di un equipaggio volontario era l’unica soluzione per affrontarlo.
Poi, come sempre, accade l’inaspettato. Il mio cervello, al contrario di quanto si prevedesse, ha trasformato l’assenza funzionale degli organi del mio corpo in un potenziamento delle sue capacità.
Incredibile quello che mi sta accadendo. Come se la mia anima avesse preso forma e nel vuoto del mio cranio congelato avesse creato un mondo basato sui miei ricordi.
Non so quanto tempo sia passato e non credo mi importi saperlo. In questo momento sto uscendo di casa per andare a prendere la bambina a scuola. La porterò, come promesso, al mare, a guardare il silenzio del tramonto. Eccoci arrivati. Mi metto in ginocchio sulla sabbia e la mia piccola si mette di fianco. È uno spettacolo affascinante. Mi piace questo mondo, è fatto di pace e amore, è fatto di ciò che piace a me.
Mi chiedo se quei fenomeni di scienziati avrebbero potuto prevedere che in una ibernazione ci saremmo trovati a costruirci e vivere il mondo che ci piace, a essere noi stessi il creatore di un nuovo presente.
Non credo.

Prendo per mano la mia bambina e le chiedo se vuole un gelato. Dicendo sì, mi sorride in un modo che mi scioglie il cuore. Sì, a me piace questo, di mondo e spero tanto che quest’astronave non arrivi mai.