La Stele di Rosetta

Mamma mia, come piango! Non riesco a trattenermi, è come un conato di dolore che dall’addome sale e sale fino a comprimersi sotto i miei occhi per poi esplodere in milioni e milioni di lacrime. Tutto ciò che è intorno a me si bagna della mia sofferenza, gente che cerca di ripararsi e altra che tenta di consolare questo mio strappo dell’anima. Un tentativo senza speranza, mi piego su me stesso e affogo il mio respiro nella sua assenza.
Poi mi sveglio.
Sudato marcio, devo farmi una doccia. Guardo la sveglia, sono le sei. Nemmeno avessi l’orologio biologico dalla suoneria più infelice che si possa conoscere.
Mi lavo, faccio colazione e mi vesto. Tutto piano, mia moglie e i miei figli dormono e non voglio rompere i coglioni. Con delicatezza esco dalla porta e scendo le scale.
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“Maremma maiala, quant’è carina…”. Quando siamo adolescenti e ci sono nuovi arrivi nel condominio, si spera sempre nella principessa bionda che strega i nostri cuori. E’ ciò che avvenne quel giorno, solo che era una morettina col caschetto e gli occhi color notte e non mi rispose. Anzi, per vari giorni tirava di lungo senza proferire parola nonostante, rompicazzo com’ero, mi facessi trovare sempre sulla sua strada.
Poi accade che il destino (che esiste, nel bene o nel male) si diverta con noi e soprattutto a far cadere i libri di mano dalla bellissima morettina. Io cogliendo al balzo il messaggio del Destino (maiuscolo, per rispetto), mi chino alla velocità della luce e l’aiuto a raccattare le decine di pagine cadute a terra. Sono quasi tutte disegnate, poche sono scritte con un tratto infantile e incerto. Ma smetto subito di osservare quei fogli e porgendoli alla ragazzina, le mollo uno dei miei sorrisi. Stavolta non può resistere, non può. Infatti me ne regala un mezzo dei suoi e poi scappa via come se fosse rincorsa da cani feroci.
Il mezzo sorriso più straordinario che potessi immaginare. Non ho dormito tre notti al pensiero. Poi ho preso coraggio e al quarto giorno l’ho fermata e le ho detto:”abitiamo, nello stesso condominio, non possiamo continuare a non presentarsi, a non sapere neppure il nostro nome!!!….”.
“Rosetta.”
Ecco, appunto… un nome bellissimo, ci avrei scritto un poema che Romeo e Giulietta gli avrebbero fatto una sega.
“Io sono Riccardo…”
“Lo so…”
Lo sapeva, come sapeva altre cose dalle sue nuove amiche, quelle fatte qui, da quando abita nel nuovo appartamento di edilizia popolare. Veniva dalla Sicilia, viveva in un paese che non aveva niente in comune con questa città fatta di lavoro e di ironia. Un cambiamento traumatico per chiunque, per lei assai di più, in una famiglia patriarcale fatta di un padre despota, di una madre succube e di troppi figli.
Ma io mica ci pensai. Mica compresi il problema. Le feci la corte e basta, con tutta la dolcezza che il mio cuore sapeva dare, con tutta la passione che la mia mente creava, con tutto il desiderio che i miei ormoni sprizzavano.
Lei si innamorò, almeno quanto me, nonostante ci fossimo scambiati pochissime parole e quelle poche assolutamente incomprensibili, dette in un dialetto stretto che solo un interprete mi avrebbe potuto tradurre. Ma era bella, oh, com’era bella! Quella frangina sulla fronte, gli occhi scuri e vivi, il nasino leggermente arcuato e le labbra fini bombardavano questo pianeta di quella luce che adesso vedevo nel mondo, così grigio fino ad allora.
Un giorno la baciai. Chissà, forse a volte ci costruiamo noi i castelli su cui trascorriamo la nostra felicità, ma se anche così fosse, non avrei cambiato con niente al mondo quell’emozione. Lei staccò le labbra e pianse. Mi preoccupai, ma era solo un pianto di gioia.
Da allora eravamo fidanzatini, ci incontravamo lontani da tutti e da tutto, senza fare niente di più di quello che lei desiderava: abbracci e baci.
Ero ed era felice. Lo leggevo nei suoi occhi e io mi sentivo in quel paradiso di cui mi parlavano ogni domenica.
Gioia.
Poi una sera, salendo le scale del palazzo, la luce condominiale a tempo si spense. Cercai il pulsante, riaccesi la luce e un urlo mi si strozzò in gola: davanti a me era apparso d’improvviso il padre di Rosetta. Mi guardò feroce negli occhi, iniziò a parlare, anzi a gridare sottovoce in quel dialetto che non capivo. Intesi solo l’ultima frase, detto in un italiano che potessi comprendere: “Se ti rivedi con mia figlia ti ammazzo!”
Mi tremarono le gambe per una settimana.
Rosetta non capiva perché non mi facessi più vivo, mentre io me la facevo sotto. La incrociavo varie volte al giorno, era inevitabile per la vicinanza, ma io abbassavo gli occhi o guardavo da altra parte. Riuscivo però a vedere il suo sguardo, a volte sprezzante, ma il più delle volte implorante. Era un “Perché???” urlato nel silenzio della mia anima, ma non c’era una risposta.
O meglio c’era ed era “paura”, ma me ne vergognavo.
Gli anni sessanta e settanta furono tempi in cui nuove comodità si affacciarono alla vita anche dei meno abbienti. Il gas prima, il metano successivamente furono tra quelli. Ma erano anche così nuovi che certe situazioni fortemente pericolose non erano ancora conosciute. Perché ciò accada servono e serviranno sempre dei martiri, delle vittime involontarie.
Una caldaia funziona male ed ecco che l’ossido di carbonio ti accompagna silenzioso verso la signora in nero. Rosetta la trovarono distesa nella vasca da bagno. Respirava appena, ma troppo poco per tornare a sorridere.
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In facoltà oggi parlerò della Stele di Rosetta. Apparentemente sembra non entrarci niente in tutto questo, se non per il nome. Invece quel masso si chiama così proprio per la mia bellissima Rosetta, scuro come i suoi occhi e pieno di una poesia che io non ho compreso e che mi porto dietro come un macigno nero sul cuore. Quando andai a darle l’addio, era distesa con un vestito bianco e puro come lei. Il suo viso pallido era quello di un angelo e io iniziai a piangere. Per ore. Non riuscivo a smettere. Suo padre e sua madre mi vennero vicino e mi abbracciarono. A farmi capire ancor di più che non avevo compreso. Oggi parlerò della Stele di Rosetta, ma non credo che saprò controllare il mio dolore.

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Che giorno è? (fantaracconto)

Il quattro aprile. O era il sei?
Non ricordo più.
Era certo mercoledì, portavo mio nipote a scuola, mi tocca farlo il mercoledì. Quando mi hanno spinto dentro quell’auto lo avevo appena lasciato, questo lo ricordo, ma è troppo il tempo passato in questa cella senza più vedere i giorni o le notti.
Osservo il vomito ai miei piedi e guardo le mie mani devastate. Mancano tre unghie e un conato di vomito mi coglie al ricordo del dolore. Le altre dita credo siano fratturate, non riesco a muoverle. No, l’indice destro sì, si muove, ma che male!
Non riesco a capire, a dare un senso, un perché.
Gli elettrodi hanno distrutto i miei muscoli, sono seminudo e disteso a terra in posizione fetale. Mi agito, non trovo una posizione che mi conceda un momento senza spasmi fortissimi di dolore. Non ci vedo quasi più, gli occhi gonfi per le percosse.
Viscido traditore del paese, mi hanno detto, antipatriota, contro la bandiera e contro gli italiani.
La mente funziona a scatti. Ho incubi, vedo mio figlio da piccolo urlare e piango a dirotto dimentico della mia pelle ferita ovunque. Ogni tanto si apre un oblò di luce e mi appaiono quei post innocenti sui social. Una espressione che era solo d’amore e invece si mostrava antipatriottica e da eliminare. Un attimo di lucidità che si fa spiegazione. Pubblicazioni memorizzate che si sono fatte condanna a morte, mia e di chissà quanti altri. La stanchezza prende il sopravvento e si spengono i miei sensi.
Buio.
Sogno grida di uomini che cavalcano la paura e di mille e mille ancora che li seguono con la falce della Morte e che tagliano a pezzi me e tutta la mia famiglia.
Un secchio di acqua ghiacciata e un calcio nella schiena mi svegliano da un sonno che avrei voluto fosse eterno.
Vedo lo stesso viso di sempre, due occhi privi di vita che mi guardano con disprezzo e due labbra carnose a coprire denti cariati. Ha due braccia possenti e mi alza tirandomi su per i capelli. Nonostante le forze siano al minimo mi dò una spinta a alzarmi perché non me li strappi.
Mi dice che torniamo là dove si addirizzano le schiene sbagliate. Non credo, gli rispondo. Gli salto addosso, pur con le dita inutilizzabili, lo agguanto con tutta la forza che mi è rimasta. Non se lo aspettava, gli stacco un orecchio con un morso e urlo, urlo, urlo. Il suo compagno con un colpo al collo mi stacca dal viso dell’aguzzino. Questi infuriato per il dolore, tira fuori la pistola e spezzandomi i denti me la mette in bocca. Il dolore ormai è l’unica cosa che prova il mio corpo.
In un conato d’odio mi urla che mi ammazza e io sorrido. Spero non abbia la forza di fermarsi. Non lo fa, infatti.

Nella vettura bruciata trovata in una piazzola di sosta dell’A1, il corpo carbonizzato di un uomo non riconoscibile. Si pensa a un suicidio, uno dei tanti di questi tempi difficili. A dimostrazione che serve uno Stato forte che si basi sulla disciplina e sul senso della Patria.

Onda sonora

Non disse nulla. Ormai non c’erano più segreti tra noi, ma una capacità di comprensione fuori dal comune. Non importava parlasse e anche allora era bastato lo sguardo implorante e la smorfia delle labbra antiche. In poco tempo lo alzai dal letto mettendolo sulla carrozzina, preparai la canna da pesca e uscimmo prestissimo di casa. Tutto il resto del parentado ancora dormiva e comunque non si aspettavano certo questa uscita.

Affiancai la carrozzina alla mia auto, aprii lo sportello e poi con una manovra faticosa montai il nonno sul sedile anteriore. Mentre lo facevo, mi dette una carezza. Sorrisi. Poi montai anche io e partii verso la meta che sapevo di dover raggiungere. C’era nebbia, il sole doveva ancora sorgere del tutto e ci avrebbe messo un po’ a diradare quel grigio. Non ci volle molto, un quarto d’ora. Raggiunsi il lago quando ancora non c’era nessuno e quindi potei occupare il posto che sapevo essere il preferito del nonno. Con manovra inversa alla precedente, lo appoggiai alla carrozzina e lo spinsi in una specie di spazio concavo, quasi su misura, al punto di rendere così ferma la carrozzina da sembrare piantata.

Montai la canna da pesca e stavo per passare la lenza quando il nonno disse “ non importa…”. “Ma dai!!” risposi alla sua richiesta, ma ancora gli occhi, sempre i suoi bellissimi occhi, mi dissero che doveva essere a quel modo.

Gli passai la canna. Sul lago la nebbia non faceva intravedere niente. Il nonno mimò il lancio della lenza e dell’amo. Restai sbalordito nel notare il diradarsi di quei fumi grigi per far posto a delle canne che parevano nascere dal pelo dell’acqua. Poi vidi anche lo spasmo sofferente che lo perseguitava costantemente negli ultimi tempi e che ci aveva portato entrambi a trovarsi lì.

“Cerca di fare il bravo, dopo…” si raccomandò. Sorrisi, ma con malinconia.

“Dopo? Ecco, appunto, mi chiedevo cosa troveremo <<dopo>>, nonno…”

“ Chi lo sa? Nessuno potrà mai rispondere a questa domanda.” Faceva fatica a parlare, ma fu come se sentisse di doversi confessare. “ In questo mondo esiste un solo dio conoscibile e dimostrabile ed è il dio Denaro. Il desiderio di potere e di ricchezza che porta gioia a pochi e dolore a tutti gli altri. Tutte le altre religioni sono nate perché si era fatto necessario un comportamento alternativo che sapesse limitare il senso di vuoto e di disperazione, che trovasse la vittoria del Bene sul Male…” tossì e mi strinse forte la mano, ma mi fece segno di ascoltarlo. “Disciplina, regole, imposizioni in mille forme, ognuna delle quali sente di possedere la Verità. Seppure ne ho scelta una, non potrò mai dirti se ho scelto quella giusta. Quindi non so rispondere alla tua domanda, ma posso consigliarti di guardarti attorno…” Si fermò stanchissimo. Riprese dopo venti secondi durante i quali tossì un paio di volte: “ Osserva la Natura e amala, come lei ama te  e tutti coloro che ne fanno parte. Ad esempio, guarda quegli arbusti che affiorano dall’acqua. Sai una cosa? Io non ci vedo, ma ci sento qualcosa: una armonia perfetta, una onda sonora che giunge a un cuore che non sempre sa ascoltare. Con la vecchiaia ho imparato a parlare con la Natura. Ogni volta che lo faccio è per me come rinascere…” fu silenzio per un attimo, ”…e per questo ho voluto che tu mi portassi a morire qui.”

Lo sguardo intenso e lucido durò dieci secondi e poi si spense.

 

Mi guardo le mani. I calli sono il segno più evidente di un lavoro davvero duro e pesante, ma sono già fortunato ad averlo. Lancio la lenza. Ormai sono sei anni che vengo nel piccolo incavo dove è morto il nonno. I pescatori mi guardano storto, perché la lenza non ha amo, ma solo dei piccoli contenitori per nutrire i pesci. Non riuscirei proprio a far loro del male.

Fiammella

Ho riconosciuto in te la fiammella

che vaga nei campi arati dei miei pensieri

visibile nel giorno e accecante di notte

accompagna timida il mio tempo

silente come il volo dell’aquila in alta quota

ma è lì, presente, sempre, continuamente

 

Le chiedo se è mia prigioniera e risponde di sì

lo stupore mi avvolge e cerco di capire

ti voglio liberare da me, le dico per rassicurarla

ma facendosi più intensa nel suo rossore

mi rivela che pur volendo non mi sarà possibile

 

Ho riconosciuto in te la fiammella

con cui illumino i miei giorni oscuri.

Autobus

Erano migliaia di anni che non prendevo l’autobus. Quando accade è certo un evento raro, come in questo caso, ma è anche vero che si tratta di una scelta logistica che mi affascina da sempre.

È che quando ci monto sopra, d’improvviso torno adolescente o poco più. Viaggio rapidamente indietro nel tempo e, seppur l’autobus si presenti vuoto, mi trovo immerso in un aggregato di corpi attaccati l’uno all’altro intenti a non cadere ai colpi di freno ancora orfano di Abs e altri congegni elettronici. Io come ogni volta che andavo e tornavo da scuola, allungavo il collo sperando di vederla e incrociare i suoi occhi, perché ognuno dei presenti su quel mezzo barcollante per il peso massimo superato abbondantemente aveva una qualcuna o un qualcuno da abbordare, guardare, sognare, ascoltare e ogni altro verbo che appartiene ai fantastici amori giovanili.

Io non ero da meno ed ero particolarmente abile a prendere sempre lo stesso autobus che prendeva lei  anche se mi toccava alzarmi un’ora prima del dovuto perché accadesse. Era bellissimo il suo sguardo che per tre microsecondi incrociava il mio.

 

Riapro gli occhi che erano già aperti, ma non con la mente. L’autobus torna vuoto e io torno alla realtà. Il veicolo si spenge, è a un capolinea del tragitto, da cui ripartirà a breve. Vedo il conducente che scende dal suo posto guida e si rivolge a un ragazzo che si era seduto proprio di lui. Mi pare un cingalese o un indiano, non riesco a riconoscerlo. Il conducente, in un tono un po’  strano gli chiede:”Puoi cambiare posto?”. Il ragazzo pare non capire. “Puoi cambiare il posto, per favore?” ripete deciso, il conducente.

Il giovane adesso comprende (ma non del tutto e nemmeno io), si alza e viene a sedersi dietro di me e mentre lo fa mi guarda come di dire “Cosa ho fatto?”

In tutta onestà ho pensato che all’autista gli desse noia averlo proprio dietro, oppure c’era qualche cosa di vecchia data.

Dopo pochi secondi l’autista, che era sceso, è tornato sul bus con una bicicletta mettendola appoggiata al posto che aveva chiesto di liberare. Lo voleva libero per quello.

Mi sono chiesto perché non ha spiegato al ragazzo il motivo per cui aveva bisogno di quel posto libero, sarebbe stato molto più comprensibile e accettato. Non ho trovato risposta, ma solo una incapacità generale di essere semplici, sinceri e rispettosi verso gli altri. Chiunque essi siano.

Sono arrivato, suono per prenotare la fermata  e mentre scendo gli scalini mi auguro che la gente ritrovi l’allegria dei miei tempi.

Mi sono fatto un selfie

Mi sono fatto un selfie. Mi pare proprio bellino. Pensavo di venire peggio, invece se mi inclino un po’ a destra, mi pare d’essere proprio un bell’uomo. Inclinandomi a sinistra, quasi scompaio.
Quindi è perfetta come foto di profilo. La posto.
Osservo il continuo laiccare che dovrebbe darmi la soddisfazione che desidero quando metto una nuova foto di me. Invece devo dire che non riesco a essere contento a causa dei commenti, che non sono proprio quelli che mi aspettavo.
“Fai caà!!!”
“Tu m’hai sciolto il corpo!”
“Mi auguro per te che dal vivo la cosa migliori un po’…”
Ho iniziato a scaccolarmi per il nervoso e chiaramente la tastiera ne ha un po’ sofferto. Anche il mouse. Ho deciso di rimettere una foto già usata un paio di anni fa sempre come profilo. Si tratta di una immagine di Paolo Rossi al Mondiale dell’82. Poi spengo il PC e vado a lavorare.
Apro il bandone del garage e tiro fuori la bici. Gomme a terra, saranno due mesi che non la uso. Prendo la pompa. Avete presente quei tubolari con la valvola e il tappino ad essa collegata che quando provi a gonfiarli al contrario si sgonfiano? Quattordici minuti di tentativi durante i quali ero così marcio di sudore che nei miei confronti un lottatore di sumo era asciutto come un calzino dopo tre ore di sole.
I miei neuroni non rispondono logicamente e invece di segare la bici con la fiamma ossidrica, ci sono montato sopra e ho cominciato a pedalare. Il primo tonfo l’ho fatto dopo tre metri appena iniziata la salita del garage, sbandando paurosamente a destra. E sbandare paurosamente a destra ha significato prendere in pieno una inferriata dura accidentata.
Ho visto addensarsi in maniera preoccupante le nuvole sopra la mia testa alle espressioni poco amichevoli verso varie tipologie di dei, quindi ho preferito calmarmi e chiedere scusa.
Il tempo è tornato estivo e ho salito la rampa a piedi, ma non rinuncio a usare il mezzo nello stato in cui trovasi.
Pedalo con fatica, sbarello da far paura, i cerchioni battono ogni volta che sull’asfalto picchia la valvola dei tubolari che piano piano si stanno disintegrando.
Tre chilometri in ventitre minuti. Nemmeno a piedi ci mettevo di più.
Chi mi vede arrivare si sganascia dal ridere. Forse per la bici o forse perché sono in canottiera. Sono uscito senza camicia. Sbagliare la foto di profilo ti squilibra.
Johnny mi dice che non importa che torni a casa. Mi presta lui una camicia. Me la metto e vado subito al banco. Non mi metto il grembiule, ho deciso di non usarlo, questa camicia sfarzosissima mi ha stregato: gialla, rosso fosforescente e verde potrei usarla come semaforo.
Sono state sei ore al banco Gastronomia spettacolari, tra camicia, affettati, formaggi e pietanze pronte all’uso. Ho fatto un pienone di clienti, divertiti dalla mia montura e dall’allegria che mi regalava dentro. Chiaramente ignari del mio tic nervoso di cui prima.
Alla fine del turno ho restituito la camicia a Johnny. “Te la lavo io e te la riporto?” ma Johnny quasi si offende e non mi resta che ringraziarlo: “ Comunque c’è un perché amate questi colori sgargianti… Aspetta!”
Mi rimetto la camicia e mi faccio un selfie con Johnny. “Mettiti a favore di luce che con codesta pelle nell’ombra scompari!” gli dico.
Torno a casa pedalando ormai solo sul ferro e con scintille che rischiano di far esplodere un camion che trasporta benzina.
Salgo in casa, apro il PC, vado sulla mia pagina e aggiorno la foto di profilo con me, Johnny e la camicia.
E se non dovesse piacere, non importerà.