Insight

Appena atterrato con successo sul pianeta rosso, il modulo Insight cominciò a curiosare tra le irregolari superfici di Marte. D’un tratto la ricezione dei suoi messaggi cessò. Se uno della Nasa fosse stato lì, si sarebbe accorto della enorme creatura che, non vista essendo di spalle, aveva schiacciato Insight con un masso di trentadue tonnellate. Il marziano svegliato dal suo letargo siderale non poteva tollerare la presenza umana, troppo pericolosa. Poi tornò nel suo dolce nonfareuncazzo, attività millenaria e comunque mai davvero noiosa.
Il creatore di Insight, uscito dalla base Nasa e colto da un esaurimento nervoso di terzo grado, tornò a casa senza sapere di aver bisogno di picchiare la moglie, rea di aver gufato la sua creatura. Ma quando la vide non solo continuò a non sapere di aver bisogno di picchiarla, ma ebbe necessità di dirle “ma che cazzo me ne frega di cosa accade su Marte!!!” e propose alla sua donna di andare a mangiare una pizza e di andare a vedere un film di Pieraccioni.
“Pier… chi???”, domandò sorpresa sua moglie certa che la necessità fisico-astronomica del consorte lo avesse un po’ confuso.
In effetti lui la guardò. Lei guardò lui. Loro si guardarono. Poi si gettarono sul letto e trombarono tutta la notte.
La mattina, in video chat, uno col parrucchino biondo e tutto incazzato gli urlò che era stato messo fuori dal gruppo di Ricerca Astrale. Lui lo osservava con lo sguardo vuoto similare al mostro marziano, che però lui non sapeva esistere. Alla fine dello sbraitare dell’esagitato, sempre per chat, lui affermò “m’importa una sega, tanto ciò l’orto!”, in una lingua, quella toscana, che parrucchino non intese. Poi chiuse la video chat e gettò il cellulare nel cesso. Intasandolo, ma questo lo vide più tardi.
Si alzò dal letto, guardò fuori dalla finestra e immerse ogni suo pensiero nel celeste del cielo estivo. Eccolo lì, pensò, la spazio più bello dell’universo è davanti a me, cosa vado a cercare? Anzi, tenendola per mano, confessò a sua moglie che il suo futuro lavoro sarebbe stato proteggere quel cielo.

Ecco, questa è la storia che racconta la nascita dell’ultimo Che Guevara. Ha protestato, lottato, combattuto chi e cosa uccideva il nostro pianeta. Inneggiato dalla moltitudine, immagine iconica di quasi tutte le magliette esistenti nel mondo. Adesso, come il primo Che, eccolo lì disteso sul marmo freddo di un ambulatorio in territorio russo. Quattro fori altezza cuore e gli occhi ancora aperti. Sua moglie, dall’altra parte dell’oceano, piange tra il dolore e la certezza che lui sia morto felice; la sua casa davanti al mare ha già un angolo riservato al corpo di suo marito.
Terra, mare, cielo e lui,come un’unica, eterna cosa.

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Solo la morte mi libererà dalla morte.

 

Ho freddo. Mi sono messo il piumino comprato lo scorso inverno, di marca e di qualità, ma niente. Tremo come una foglia. Che cazzo di tempo: cinque giorni fa era un caldo esagerato e adesso questo umido che sgretola le ossa. Cammino nel buio del lungo il fiume e non posso certo dire che sto facendo qualcosa di buono per riscaldarmi, ma ho bisogno di stare solo. Solo, veramente solo, senza voci o rumori o segni di vita. Neanche la vista delle stelle, voglio. I lampioni fanno una luce ridicola, tra il risparmio della Amministrazione e il timido rispetto nei confronti di chi non vuole vedere bene. L’asfalto non è pari e ogni tanto infilo i piedi in pozze che si sono formate con la pioggia di un paio di ore fa. In altro momento avrei smadonnato, adesso è come se ci immergessi totalmente il mio corpo. Mi volto verso il fiume. Il rumore appena avvertibile era lo scivolare di una nutria. Nella penombra riesco a intravedere la scia che forma sull’acqua. Come vorrei essere liquido anche io e prendere la forma di tutto ciò che mi contiene. Riprendo il cammino e sento la prima goccia. Il cielo sta per tornare a piangere, ma resto insensibile al peggiorare del tempo. Continuo la camminata e dopo un centinaio di metri trovo la panchina che ricordavo dare verso il fiume e mi ci fermo. Ormai piove a dirotto. Addosso ho un piccolo k-way che non mi ripara e sono già tutto fradicio, ma è incredibile scoprire che non sento più freddo. Il mio corpo ha cessato di avere sensibilità e non teme più umido e temperatura. Lavora solo la mente, o meglio il ricordo.

Due giorni prima, nello stesso buio, sulla stessa panchina, Giada si mostrava a me in tutta la bellezza che sa dare solo il dolore. La sua pelle pallida, quella che nessuna oscurità sa nascondere, come un coltello affilato mi aprì il petto e da esso fuoriuscirono le viscere dell’impotenza. La sua testa reclinata all’indietro pareva urlare ai demoni che se l’erano presa e che si mostrarono in tutta la loro crudeltà. Pioveva, anche allora. Mi sedetti di fianco a lei, cominciai a carezzarle il viso esangue e a guardarla in quegli occhi, immersi ormai in acqua piovana,che non ho voluto chiudere perché sentivo che mi stava ancora vedendo. L’avevo cercata per tutto il giorno, non rispondeva al telefono, nessuno l’aveva vista. O forse qualcuno sì, ma senza dirlo. Come un atto di pietà nei miei e nei suoi confronti, qualcuno ha deciso che fossi io, stanco e stravolto, a trovarla. Con un braccio scoperto e una siringa sbagliata.

Avrei dovuto proteggerti, come mille altri a proteggere altre mille come te. Come vedi non ci sono riuscito; incapace a sconfiggere il Male, ne sono diventato la coda del suo piacere sadico. Mi torturo dentro, tra rimpianti e rimorsi che non credevo potessero far parte di me.
Tornerò spesso su questa panchina e ogni volta morirò con te.
Strano pensare che solo la morte mi libererà dalla morte.