Dammi la mano, Madre.

Dammi la mano, Madre.

Solo l’incrocio tra le nostre dita

cancella le paure dei miei giorni,

nient’altro è così potente

come il tuo amore.

Era un giorno di primavera

quando mi dicesti quale pensavi

fosse il dolore più grande,

sopravvivere a un figlio.

Tra le rovine di questo tempo,

mentre comprendo il tuo pensiero,

prego che un destino benevolo

carezzi il nostro viso

Per un oggi senza ieri e domani.

Ridotto ai minimi termini

direi che questi giorni

passano senza un perché.

Nel loro trascorrere, credo che

non avrò abbastanza tempo

per comprenderne la perdita.

Non mi va di farlo adesso

anche se mi sarebbe facile dirlo

troppo tardi che mi mancano.

Quello che ho tra le mani

è un coltello dalla parte della lama

ma non sento alcun dolore.

Pensando d’essere a metà corsa

ho staccato la spina

appena ho visto il traguardo.

Non ci sarà alcuna volata, solo

occhi privi di memoria e labbra mute

per un oggi senza ieri e domani.

Rimmel

Il canto della malinconia

strappa a piccoli morsi

ciò che chiamiamo cuore,

ciò che chiamavi cuore.

Ho messo il tuo sorriso

nel taschino destro

della giacca buona.

L’indosserò nei giorni di festa

quando farò di tutto

per restare solo

e tirare fuori l’arco

delle tue labbra rosso vivo.

Le bacerò cercando

di non farmi vedere,

soprattutto da te,

poi

tornerò ad essere

comparsa comune

di una vita normale.

Monologo

A notte tarda

tiro la riga

per il riepilogo

del giorno

Come gli ultimi

è fatto di silenzi,

quelli che vestono

i miei disagi

Nascono prematuri

per le troppe parole

che non condivise

feriscono il mio tempo

Che strano ossimoro

questo mutismo

da prolissità, per me

vuota e spiacevole

Non so impormi

e non lo voglio,

sciocca illusione

della comprensione

I mali del mondo

hanno la faccia

scarna e triste

del monologo

Cielo

Ti ho appena salutata. Piove.

Guardo il cielo e non riesco a staccargli gli occhi di dosso. Un grigio anonimo riempie il mio sguardo, ipnotizzato dal leggero muoversi dei cumulinembi.

Seduto in auto e affascinato dal mistero della Natura, resto nell’inutile attesa che le nubi aprano uno spiraglio per mostrare anche una sola piccola fetta di infinito.

Il tempo sembra passare lentamente e, dopo quella che pare una vita intera, torno a abbassare lo sguardo. Alberi piegati e scarruffati da un vento possente, una pioggia insistente che disseta l’asfalto e  alcuni fogli di giornale in movimento a spirale, disegnano il presente prossimo.

Inspiro. Espiro. I vetri della macchina si appannano, fino a rimanere diviso dal resto del mondo. Sospiro.

Vorrei saper disegnare per creare la tua immagine con le dita sul vapore acqueo, ma non so farlo.

Vorrei saper scrivere per lasciare il mio sentire in versi sul parabrezza, ma non so.

Non so fare molte cose e questo non è un pregio. Solo un dato di fatto che non tutti sanno accettare. Uso lo specchietto retrovisore per guardarmi negli occhi e se davvero gli occhi parlano, mi sto dicendo tante cose.

Molte dicono di te.

Altre di me.

Le ultime che il tempo aggiusta tutto. Metto in moto, accendo il climatizzatore e appena si sono spannati tutti i vetri, parto.

Senza voltarmi indietro.      

Non ne ho voglia

Racconterò del cielo e delle stelle

dei mari e di isole tropicali

di spiagge bianchissime e cime innevate

di donne sensuali e uomini irresistibili

di quadri ipnotizzanti e sculture perfette

racconterò di poesie d’amore e canti melodiosi

di tutto ciò che è bello e piacevole

che riempie gli occhi e colma i cuori

racconterò solo di questo perché

se dovessi far parole di dolore

strapperei la terra e cancellerei la luna

annegherei il mondo nelle lacrime

e di urla ne farei colonna sonora

ma non ne ho voglia

no

non ne ho voglia

curo l’attimo nel silenzio

mettendomi a leggere nel cuore

le mille parole belle che ho scritto sinora  

Cosmologia cardiaca di un amore

Quella di cui vi intratterrò in questa serata sarà la dimostrazione di un teorema che chiamerei la teoria del tutto e del niente.

Quanti scienziati e scienziate, matematici e matematiche, fisici e fisiche, scemi e sceme, cammelli e cammelle, pterodattili e pterodattile, insomma tutti i maschi e tutte le femmine, quanti di loro da sempre hanno cercato di dare una spiegazione unica all’attrazione affettiva chiamata Amore senza intenderci una emerita mazza?

Allora mi sono incaponito di trovare una semplice e unica formula matematica che regoli il giramento dei pianeti che popolano i nostri affetti. Poiché la mia mente è spettacolarmente geniale al punto che se mi faccio un selfie mi pago per i diritti d’autore, come vedrete sono arrivato alla soluzione del problema ricavando la teoria che spiega la Cosmologia Cardiaca dell’Amore.

Purtroppo e troppo spesso cerchiamo chissà dove ciò che possiamo trovare ai nostri piedi.

Sto rileggendo l’ultima frase che ho scritto. Non c’entra un cazzo.

Vediamo. Ah! Sì, volevo dire che facendo punto centrale il cuore inteso come organo di pensiero e considerandolo dal punto di vista qualunquistico, che quantistico lo sanno fare tutti ed è ciò che impedisce la soluzione, possiamo calcolare la forza di gravità che provoca l’implosione a buco nero da delusione secondo la formula: G/A.T dove A sta per Aspettative, T sta per Tempo e G non è gravità, ma Ganzini/e che tentano colui/ei che si ama.

Questa forza, direttamente proporzionale al numero di coloro che ci tentano il compagno/a, crea un risucchio così potente che il buco nero (seppur parlare di buco nero in questi casi porti a fraintendimenti), il buco nero, dicevo, aspira ogni pensiero, speranza, desiderio, progetto presenti nella mente dei soggetti.

La teoria del tutto e del niente, appunto.

Calcolabile secondo la seguente formula: I = A/B.C

L’I(incazzatura) è data dalla quantità di A(ssenza) fratto il numero di B(aci) per quello delle C(arezze).

Perché la semplicità spiega sempre il complicato e io mi sento un genio.  

Senza Titolo

Ecco il cross dalla destra

il dio del gol esplode il tiro

centrando il suo obiettivo,

in urla e in abbracci

si unisce la folla.

Mi vergogno di un lessico

dove oggi si confonde

giocare e morire.

Colpevole

nient’altro che colpevole,

privo d’attenuanti

colmo di colpe,

vivo tra complici del niente

così tanti da non trovare

giudici che possano condannarmi.

Quando i rumori lontani

si faranno sangue sulle strade

che percorriamo ogni giorno

sarà troppo tardi per ricordare

che siamo invisibili

in questo universo.

Niente sentirà la nostra mancanza.