Informazioni su Marco Torracchi

Mio padre, quando abbandonai l'università, mi svelò che il mestiere adatto a me era addetto alle miniere d'oro del Brasile, che non era proprio il massimo della comodità. Come caspita sia successo, non lo so, ma adesso mi trovo a vendere automobili e siccome di novelle ne raccontiamo a quintali, scrivere più che un hobby è diventato un corso di formazione.

Lungimiranza

Girava lentamente la forchetta sul piatto di carta. Guardava lo spaghetto arrotolarsi in attesa di entrare nella sua bocca e prima di farlo, alzò lo sguardo alla finestra. Nevicava. Gli fu inevitabile pensare alle scarpe leggere che indossava, ma poi la fame riprese il sopravvento che le spettava di diritto. Portò alle labbra lo spaghetto, l’ultimo della porzione che gli era stata data, e chiuse gli occhi come se dovesse memorizzare quel momento per il futuro. Che strano, pensare una cosa così, lui che se aveva difettato era proprio nella lungimiranza. Non era il solo, probabilmente, ma buona parte di tutti quelli che erano seduti ai tavoli di quello stanzone trasformato in mensa. Masticò lentamente la pasta anche per dare dignità a molari troppo inoperosi. Poi bevve acqua che veniva da colline lontane, quasi non ce ne fosse lì dove si trovava. Mise le posate sul piatto e a braccia conserte aspettò il personale addetto a sparecchiare. Roberto, che veniva dal Nord, era arrivato dieci giorni prima portando tanta allegria, là dove ormai pareva una prigioniera rinchiusa nelle galere del dolore. Fu lui a passare a raccogliere le vettovaglie e che lo salutò con un sorriso che gli stimolò solo un”cazzo avrai da ridere?”. Roberto fece una smorfia strana per alleggerire l’atmosfera. “Finisco questo compito e poi giochiamo a carte, ok?”
Venti minuti dopo, Roberto alla terza calata fece la prima scopa. “Antonio, ho troppa fortuna…”. Lui lo guardò in silenzio e poi annuì. “Tanto ormai, perdere non mi fa più specie.” Si girò intorno a sé. Una decina di disperati come lui osservavano attenti lo svolgimento del gioco. Antonio guardò le carte e mise sul tavolo il settebello. “Vaffanculo, se lo prendi niente cambierà. Tanto essere lungimiranti non serve a un cazzo! Potevo tenere in mano il settebello e aspettare di giocarlo, per poi essere vittima di un destino che si accanisce su di te che hai risparmiato una vita per una casa che un terremoto ti ha portato via senza pietà. La prossima vita me li sputtano tutti in divertimento…”.
Roberto mise giù il sette di picche e prese settebello. “Primiera è mia…” e rise allegro. “Sai una cosa, Antonio? Io credo che speranza e lungimiranza siano due cose opposte e siccome la seconda non ci appartiene, non ci resta che la prima.”
“Cinque e quattro, nove. Scopa!!!” replicò Antonio, “chissà, forse hai ragione… e ripartiamo da questo punto, per vincere la partita.”
Sostegno e pacche di spalle di chi gli stava intorno.
Annunci

Vento

È certo che il vento si alzato forte, sventola maglie lavate di operai stanchi e piega rami di alberi infastiditi. Colpisce anche me nell’aprire la portiera dell’auto e chiudo gli occhi cercando di evitare granelli di polvere che potrebbero far molto male.
Alzo il bavero del cappotto e abbasso il cappello sulla fronte mentre con la schiena curva a chiudere la macchina mi chiedo che ore sono.
Il vento è sempre più potente, sembra poter staccare i lampioni da terra mentre a fatica inizio a camminare verso l’entrata del mio palazzo nel buio appena orfano del tramonto.
È vento di tramontana, afferra il mio corpo con le sue mani possenti e cerca di spingermi indietro ma l’inclinazione del mio corpo lo sopporta.
Ormai sono a cinque metri dal portone d’entrata quando sento una voce, sibilante, molto più dell’aria. Mi volto assumendo sguardo sorpreso dell’evento inatteso.
Una lama si avvicina al mio collo mentre una voce chiede qualcosa che non capisco.
Urla, in maniera tanto sgradevole quanto decisa. Il vento è sempre più possente e cerca di coprirne le grida ma non può farcela.
Incerto, metto mano al portafoglio come per pagarlo perché se ne andasse da lì.
La voce urla ancora e prende il portafoglio.
Il vento sibila e sposta un vaso sul terrazzo al primo piano..
La voce che urlava alle mie spalle improvvisamente si fa muta. Cerco di capire ma vedo il trincetto per terra, il vaso frantumato e un uomo incappucciato sull’asfalto. Raccolgo il mio portafoglio, anch’esso per terra.
Raggiungo il portone, lo apro, con fatica lo richiudo, salgo le scale ed entro in casa pensando che l’energia eolica dovrebbe essere sfruttata di più.

Regalo

Niente di che

un fiore di campo

con radici e terra

dentro un piccolo vaso

perché se di colori

il dono dev’essere

che sia di vita viva

 

Forse non lo vedrai

passerai oltre

col tuo passo leggero

e lo sguardo volto

all’azzurro del cielo

o forse lo vedrai

e saprai che sono io

presenza semplice

che si regala

senza aspettative

 

Prendimi e adorna

anche solo cinque minuti

del tuo tempo

e se tu sarai felice

io sarò felice

Onore

Ho appena indossato il giubbotto di piuma d’oca di colore blu elettrico e mi girano i coglioni a duemila rotazioni al minuto.
Saluto il mio collega cercando di sminuire il mio stato d’animo, che lui non c’entra una sega in tutto questo, monto in auto e mi avvio verso casa. Solo che al km 3,300 prendo e svolto a destra.
Vado in centro, che non ho fame.
La mamma non si offenderà, sono un bamboccione che dal secolo scorso vive coi genitori e chissà che non speri in una improbabile anima gemella.
È un freddo cane, i vetri delle auto già si colorano di ghiaccio e vedrai che zizzola sarà stanotte. Ho guanti, sciarpa e cappello, saprò riparami. C’è pochissimo traffico, è ora di cena e per molti è ancora presto per un giro dei negozi aperti per le feste. Parcheggio in un punto comodo, chiudo l’auto e mi avvio a fare una “vasca”, il tipico circuito rettangolare del centro storico.
Guardo il cielo, pulito come fosse passata la cooperativa degli angeli delle pulizie che avevano lustrato come non mai anche la luna, bianca come le camicie appena lavate dalla mamma.
Mi prendono i sensi di colpa e la chiamo. Il telefono mi illumina come un fuoco fatuo sulla foto della lapide e, riflesso sulla vetrina spenta di un negozio, mi vedo proprio come un morto.
“Dimmi…” risponde mamma.
“Non torno, mamma, sono a prendere un aperitivo con amici…”
“A quest’ora…” si chiede tra sé mamma, “ che strani orari avete voi giovani (giovani per te, mamma)… fai come vuoi, ma non ti ubriacare che io e il babbo non possiamo fare la vita dell’altra sera…”
Non bevo mamma, lo dico e lo penso.
Passo davanti alla libreria. I più venduti sono esposti in una bacheca dal primo al decimo posto e con il fiocchetto rosso da regalo. Li guardo e la sensazione è che gli darei fuoco tipo Fahrenheit 451, da quanto sono idioti. Entro e dopo sei minuti e dieci secondi esco con una guida comica sull’uso del viagra da parte di chi soffre di angina pectoris.
Riprendo a camminare e lungo il tragitto vedo negozi di abbigliamento, articoli da regalo, elettrodomestici, illuminati così tanto da rendere felice il CEO dell’Enel.
L’aria fresca passa dalla sciarpa e arriva a bocca e naso, cazzo è freddo per davvero. A un angolo della “vasca” invece di girare a sinistra, senza un perché, giro a destra e entro in un vicolo oscuro. Strade che sembrano essere arrivate dal medioevo senza una ristrutturazione, persino l’illuminazione sembra fatta da lanterne a olio. Era proprio quel che cercavo: il silenzio. Faccio dieci passi e poi mi blocco. Vedo un’ombra e riconosco un essere umano piegato su se stesso appoggiato al muro. Aumento il passo, non si sa mai… assai me ne capitano di questi giorni. Oltrepasso l’ombra senza guardarlo, ma fatti tre metri devo fermarmi. Sento un rumore strano, un ticchettio rapido, acuto. Mi giro e guardo l’uomo (è chiaramente maschio) che trema e batte i denti in maniera incontrollata. È un barbone, un clochard o come cavolo si chiamano, di certo una rottura di palle che, relativamente alla mia giornata, diventa una ulteriore rottura e quindi da evitare. Mi giro di nuovo e torno indietro verso le luminarie della “vasca”
Eccheccazzo, manca solo che mi debba preoccupare di uno sconosciuto. Vedo altri negozi e la gente che aumenta nel numero col passare dei minuti. Molti adulti e pochi bambini, ma tutti festosi e sorridenti. Tutti eccetto me a cui girano i coglioni più di prima.
Maledizione, devo farmi vedere da uno psicologo, ma da uno bravo.
Mi fermo a un piccolo bar. Chiedo un tè caldo. Metto sette o otto cucchiaini di zucchero e inizio a berlo piano. Ecco, è come se inesorabile salisse piano piano dentro di me: sia il caldo della bevanda che il freddo del cuore. Ci sono cose che non ci fanno onore e ci che rendono peggiori di coloro che ci disgustano. Ecco, sì, è proprio questo, una questione di onore.
Chiedo un altro tè, da portare via. Che sia caldo, molto caldo.
Torno sui miei passi, torno nel vicolo e torno vicino a quell’ammasso di disperazione che non si è mosso di un passo da dov’era. Gli porgo il tè. Due occhi stanchi e immersi nel sangue incrociano i miei. Questo, penso tra me, due ore e ci lascia per sempre.
“Ciao, io sono Igor… ti va un tè caldo?” chiedo inutilmente, avendolo lui già preso tra le mani.
Ho visto nel suo viso una espressione che nemmeno io quando ho vinto per l’azienda l’appalto da tre milioni. Tra la felicità e l’incredulità. Lo ha bevuto lentamente e sono certo di aver visto la sua pelle cancellare le grinze della sofferenza. Certo che con un euro e venti possiamo fare grandi cose.
“Grazie”, mi dice.
“Hai dove dormire? Chiedo e lui mi dice che è il mondo il suo letto e che non devo preoccuparmi. Ah, non deve nemmeno pensarlo, non lo porto certo a casa. Però…
“Accetta queste cose…” e gli porgo sciarpa, guanti e cappello.
Lo fa con una rapidità che crea invidia alle mie giunture.
Gli do la mia buonanotte e me ne torno rapido verso la macchina.
È strano, non ricordo cosa mi aveva fatto arrabbiare oggi.
Appena a casa, abbraccio forte la mamma (che non capisce e sospetta forte ubriacatura) e vado a nanna tranquillo.

Confusione

Confusione
.
.
“C’è una grande confusione dentro di me…”
Lo diceva piangendo mentre teneva puntata la pistola alla mia testa e me la stavo facendo sotto per il terrore che stavo provando. Ho sempre temuto di poter essere vittima di una rapina, ma tra il dire e l’accadere mi sono reso conto che c’è una gran bella differenza. Mi sono ritrovato a essere ostaggio in pericolo di vita. Quell’arma puntata era silenziosa, ma sembrava poter parlare all’improvviso il suo canto di morte in mano a quel disperato.
“perdere il lavoro alla mia età è devastante… d’improvviso ti ritrovi in un mondo fatto di nemici che ti prendono la macchina… e poi la casa… e infine la dignità…” e mentre raccontava la sua storia, ogni mia goccia di sudore erano i miei pensieri fatti dei miei figli e di mia moglie e dei miei parenti e dei miei amici e dei miei collaboratori e del mondo intero.
“… ritrovarsi in mezzo alla strada con due bambini piccoli e non sapere come fare a sfamarli…”
Tremava la sua mano e davanti a me la canna della pistola pareva incerta se forarmi la tempia o in mezzo alla fronte. Non ricordo quanto tempo è passato, so solo che è stato sufficiente a sentirmi senza via d’uscita e a mettermi il cuore in pace. Vittima predestinata della vittima di un mondo ingiusto fatto di ingiusti.
“ho cercato e ricercato, ma nessuno voleva prendermi a lavorare… e i miei figli in quella colonica diroccata dispersa tra monti a aspettare che portassi loro da mangiare… piangevano, ieri sera, piangevano… io non sapevo cosa fare… c’è una grande confusione dentro di me…”
La disperazione non ha logica da seguire, solo una strada senza cartelli e avvertimenti. Mi sentivo morto, ma era la sensazione più sbagliata che avessi avuto nella mia vita. Mi porse la pistola e chiese scusa travolto da un pianto a dirotto.
Adesso lo guardo prendere nota delle scatole di tonno sullo scaffale.
Arrivarono a dire che nella mia testa c’era una grande confusione quando decisi di non fare denuncia e di chiedere alle autorità di prenderlo a lavorare nel mio piccolo supermercato. Ancora di più quando decisi di metterlo caporeparto, visto che capaci e onesti come lui ero certo di non averne mai trovati.
Mi guarda e rispondo al suo sorriso con una smorfia di soddisfazione.
Penso che in fin dei conti la confusione ci sia davvero, ma nel mondo, tra gli uomini.

Amaca

Quando il morettino srotolò il telo sul terreno tra i due  pini marittimi che si trovavano vicino alla loro tenda, calcolò che la distanza era giusta per legarci l’amaca.

Legò prima la parte destra e si accorse che c’era un piccolo ramo ad altezza uomo che sembrava fatto apposta per l’ancoraggio dell’amaca. Girò la corda tre o quattro volte attorno al fusto e la annodò con perizia rendendola sicura.

Lo stesso fece per l’altra parte. Anche qui, colpo di fortuna sfacciata,  si trovava un ramo nella stessa posizione dell’altro.

A lavoro terminato il giovane valutò soddisfatto che meglio non poteva essere fatto.

Chiamò la sua ragazza che mostrò tutto il suo gradimento per il risultato con quei suoi occhi dolci pieni di promesse  che a suo tempo avevano fatto innamorare di schianto il suo ragazzo.

Si presero per mano e pensarono insieme a come sarebbero state le notti trascorse abbracciati su quell’amaca.

Poi andarono a tuffarsi in un mare meraviglioso.

Mentre i due ragazzi nuotavano, i due non riuscivano a credere ai propri sensi.

Per i due intendo i due pini marittimi che, e non chiedetemi come si distinguono, erano un maschio e una femmina.

Ma soprattutto innamorati.

Da sempre si guardavano le chiome, il fusto elegante, le fertili pigne e sentivano il profumo intenso l’uno dell’altro.

Ma non potevano toccarsi.

Erano cresciuti assieme, erano passati ore, giorni, anni guardandosi, soltanto guardandosi.

Ci sono stati giorni in cui la sofferenza di quella impossibilità di toccarsi e di unirsi  si mutava in lacrime di linfa e altri in cui la malinconia inclinava le foglie aghiformi verso il basso. Altri in cui si sentivano fortunati della vicinanza dell’altro.

Ma quel giorno accadde una cosa strabiliante: una corda li univa.

Fu come un miracolo il trasmettersi quelle vibrazioni d’amore così potenti che avevano dentro di sé e fu come toccarsi, parlarsi negli orecchi, baciarsi. Tornò anche il  pianto di linfa, ma stavolta era di gioia pura.

Il ragazzo e la ragazza avevano finito di cenare e prima di dormire erano andati al bar del campeggio a vedere quello che potevano trovare come divertimenti.

Poi decisero di andare sull’amaca.

Era da un posto, ma loro, ormai esperti, riuscivano ad abbracciarsi in un modo tale che lo spazio risultava più che sufficiente.

Sdraiati, si guardarono negli occhi. C’era qualcosa di strano, qualcosa di buono.

Loro non potevano saperlo, le vibrazioni che si trasmettevano così intensamente i due alberi passavano per i loro corpi, per i loro sensi, come un massaggio rilassante.

Fu una notte speciale.

Furono 7 notti speciali.

Andarsene da quel luogo magico non fu facile e il ragazzo, come se avesse capito, lasciò l’amaca attaccata tra i due alberi.

Disse “il prossim’anno si torna, e voglio venire qui!!! Lascio l’amaca apposta…”

Ma non poteva vedere il sorriso dei due pini marittimi.

Cannocchiale

Quand’ero piccino, il mi’ babbo comprò un bel cannocchiale da un ottico, sì, un ottico vero e proprio, visto che a quei tempi vucumprà e cinesi erano ancora a casa sua.
A icchè gli servisse un s’era compreso, visto che poi lo mise da una parte senza quasi nemmen levarlo dalla custodia. Chi invece sapeva cosa farne gl’era il mi’ fratello che di notte si metteva dietro le persiane con quel coso e io non capivo perché. Fino a quando la mamma un lo rovinò di scapaccioni urlando che eran cose da sudicioni guarda’ le donne ignude alle finestre. Per contro, a me prese una curiosità e una voglia di usarlo tali da sgangherarmi quel pancino a sega che avevo, al punto di finirmi dalla diarrea. Poi capitò di trovare il cannocchiale sul tavolo, bello, solitario, ne’ buio della notte. Maremma zingana! un’occasione d’oro di quelle che, come dice il detto, fa il bambino ladro. E siccome c’avevo una fissazione nella testolina, lo presi attento di non essere visto per non soccombere alle potenti manate della mamma. La fissazione, presto detto, era che mi garbava un monte la fantascienza e volevo vedere se c’era qualche astronave che solcava il cielo nero della notte. Andai in terrazza e misi gli occhi al cannocchiale guardando verso il cielo. Mi prese un accidente: il cielo, che a occhio nudo mostrava solo alcuni puntini luminosi, con quell’attrezzo aprì la realtà di un universo sconosciuto, fatto di migliaia e migliaia di stelle. Ero sbalordito e affascinato. Poi d’improvviso…
“Ciao!”
M’impaurii, o chi mi stava salutando? Restai ammutolito.
“Ma tu se’ parecchio maleducato, bimbo! Si risponde ai saluti, un te l’ha insegnato la tu’ mamma???”
Il mi’ corpo ebbe preoccupanti sommovimenti intestinali. Chi mi parlava?
“Mi stai guardando e ti chiedi chi parla??? Son io, Cassiopea della Via Lattea!”
Porcaccia miseria, mi stava parlando una stella…” E quale sei, che ne vedo mille e mille?”
“Aspetta…” e vidi illuminarsi un puntino più degl’altri.
“Capito ora? Anzi, siccome siamo tutte parecchio chiacchierone, quando ora si parla ci si illumina un po’ più dell’altre così tu capisci chi chiacchiera.”
Chiacchiera?? Tutte? Altre?
“Ciao, ciccino? Come stai? Io son Betelgeuse che come nome fa cacare, ma son parecchio luminosa!”
“Io sono Orione, e mi gira sempre il coglione e non ripetere ‘sta cosa che non sta bene…”
Ero terrorizzato.
“Ciao, bimbetto, son Zeta Cefei, che paio l’ultima dal nome, ma son la meglio!”
“Ma smettila rincoglionita!!” “Ti garberebbe, Zeta della mi’ fava!” “Ma lo sai quanto t’hai da camminare per arrivare a quel che siamo noi?”
Bella discussione.
“Ehi, bimbe, badate un po’ chi c’è: Monocerotis, antipatica come poche, con quel nome a bischero…”
“Saranno bellini i vostri di nomi, brutte sottosviluppate, che come minimo siete metà di me… Supernova da record del mondo, inchinatevi alla mia grandezza!”
“Inchinati qui, su questi!!! Bischera, nelle botti piccine ci sta il vin bòno!”
“E icché significa?”
“Boh, lo dicono gli uomini, quelli che abitano sulla Terra…”
“Dove? Non dirai mica sul pianeta di quella mezza sega di Sole?”
“Di certo! Anche questo bimbetto è della Terra. Vedi com’è curioso?”
Accidenti, e ora che succede??
“Ragazzino, ma lo sai che son talmente grossa che se faccio uno sputacchio di calore, disintegro te, la Terra e il Sole in un attimo?”
“No, non lo so” rispondo, “però ho sempre pensato che le stelle fossero buone…”
“Continua a pensarlo, mi rassicura Orione, noi siamo qui da sempre, ci parliamo da milioni di anni luce di distanza che se parlo ora mi ascoltano tra tredici anni, ma da sempre regaliamo calore a mille luoghi abitati come quello dove tu sei e senza chiedere niente.”
“Ma tu mi pigli in giro, dai! Se fosse vero quello che dici, come potrebbe essere che vi ascolto senza nessuna pausa da aspettare?”
“Grazie a te, bimbetto! Che con il tuo cuore entusiasta ci stai cancellando le distanze. Quando guardi nel cannocchiale e ci vedi vicine, ecco che accade il miracolo, come se ci avvicinassimo tra noi fino a potersi parlare.”
“E tu così ci rendi felici…”
Continuarono a chiacchierare per un sacco di tempo e io che seguitavo a guardarle e ascoltare le loro parole. Fino a che non m’arrivò lo scappellotto della mamma che quasi mi ribaltò da com’era forte. “Ma icché tu ci fai qui a quest’ora??? Che fa’ di già come il tu’ fratello? Va’ a letto e di corsa!”
Iniziai a piangere, come una fontana sulle Dolomiti.
La mi’ mamma si preoccupò pensando di avermi picchiato troppo forte, ma unn’era per quello: mi dispiaceva che le stelle non potessero più parlarsi.
A letto non dormii tutta la notte al punto che la mattina mi videro con degl’occhi gonfi che sembravano canotti. Ma allo stesso tempo ero certo che avrei fatto di tutto per usare il cannocchiale e permettere alle stelle di parlarsi e parlare con me.
Per molto tempo è stato così.
Ho parlato con le stelle.
Poi son cresciuto.
Troppo.
Ed ho smesso.