Informazioni su Marco Torracchi

Mio padre, quando abbandonai l'università, mi svelò che il mestiere adatto a me era addetto alle miniere d'oro del Brasile, che non era proprio il massimo della comodità. Come caspita sia successo, non lo so, ma adesso mi trovo a vendere automobili e siccome di novelle ne raccontiamo a quintali, scrivere più che un hobby è diventato un corso di formazione.

Rabbia

Quando il bimbetto, tutto lercio per aver giocato col vestitino bòno della comunione dentro la mòta che s’era formata per l’acquazzone estivo, s’avvicinò all’uomo con la lunga tunica azzurra e con un cappello a punta anch’esso azzurro questi stava appoggiato a un albero e si stava chiaramente lamentando.

“Icchè t’hai?” chiese il bimbetto che era tutto fuorchè timido.

“Un ne posso più…”

“Tu mi sembri stanco!”

“Tu dici bene, giovincello… o come tu se’ bellino! Un po’ sudicio, ma bellino…”

“Ma icchè t’è successo?”

L’uomo lo guardò rendendosi conto che il piccolo un l’avea riconosciuto.

“Dimmi una cosa, ciccino, ma chi ti sembro, io?”

“Un mago… oh, un son mica deficiente!”

“Ah… ma un ti sorprende la cosa?”

“No davvero, di maghi son pieno fin qui (indicando dieci centimetri sopra la testa) con tutte le favole a bischero che mi raccontano da quando ho sei mesi, ma ora che ho otto anni dovrebbero cambiare genere, a casa mia…”

“Un ti dò torto… però scommetto che un tu sai che io son specializzato!”

“Specializzato?”

“sì, c’ho un master in magia della rabbia…”

“Un cosa?”

“Ah, scusa, un puoi capire se parlo difficile… insomma sono specializzato a far scomparire la rabbia dalla gente. Non la malattia, ma l’isteria e l’arrabbiature delle persone.”

“Ganzo! E come mai tu se’ tutto stravolto?”

“l’è stata una giornata terrificante, oggi un smettevo più d’agitare questa bacchetta…”

“Mi racconti qualcosa?”

“Tu se’ curioso, eh? Insomma ho cominciato alle sei di mattina a una rotonda per entrare sull’autostrada: una vecchina unn’ha dato la precedenza e c’è mancato un pelo si schiantasse contro un’Audi nòva di zecca; è uscito il proprietario e ha cominciato a offenderla come fosse stata una de’ viali. Son’arrivato io e con una bacchettata l’ho reso tranquillo che alla fine l’ha scortato la vecchietta fino a casa.”

“Ganzo!!! E poi? Dimmi, dimmi ancora…”

“in ordine di tempo:

  • alla posta un vecchio s’è incazzato con un cinese che facendo finta di nulla è passato avanti a tutti
  • al supermercato una donnina s’è incavolata con quello della gastronomia che la voleva fregare sul peso
  • un extracomunitario urlava come un ossesso con un suo conterraneo per la mancata consegna di roba strana che unn’ho capito icchè fosse
  • un ragazzo tutto bellino che tirava cazzotti a un muro perché era stato lasciato dalla su’ ragazza
  • un cinquantenne tirava delle madonne che un le saltava un cavallo perché un su’ amico gli aveva dato cinquanta euro falsi
  • una mamma tirava col battipanni al figliolo reo d’essere stato su internet a vedere roba che un posso dirti
  • un prete… “

“Aspetta mago, aspetta un attimo…”
“O chi urla in questo modo?”

“L’è la mi’ mamma… l’è un po’ imbufalita per via del fango sulla camicia bianca…”
“Un po’??? senti come la sbraita!”

“Per favore, maghino mio, ce la fai a usare ancora la bacchetta??? La mi’ mamma la n’ha bisogno…”

“Tu dici? Vabbè, ci provo… (Se un vò a letto veloce, mòio…)”

Un lampo partì dalla bacchetta e la mamma guardando sorridente il bimbetto gli chiese “O come t’hai fatto a conciarti in codesto modo???”

Il bimbetto terrorizzato le rispose: “in quelle tre o quattro pozze…”

“Ganzissimo!!!” e detto questo si sbatacchiò nelle pozze anche lei col vestito di raso rosa.

Il bimbetto, inarcando gli occhi, guardò il mago che sorrideva.

“Ma icchè tu le hai fatto?”

“Niente di che… insomma, a volte basta far tornare bambini…”

“E le altre volte?”

“Nelle altre occasioni fermo il mondo, creo il silenzio, lancio profumi, disegno sorrisi, diffondo musica allegra, faccio sentire sciocchi. Tutto in una volta sola.”

“Ganzo! Lo fai anche a me?”

“Ancora un tu n’hai bisogno, ciccino… Ora fammi andare a letto che di questi tempi fò un monte di straordinari!!!”

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IL VECCHIO E IL TONNO (Brevissimo racconto liberamente, ma molto liberamente, tratto dal racconto quasi omonimo di Eminguei)

Vagava lentamente con lo sguardo perso lungo i corridoi della vita, o almeno ne avevano l’aspetto.
Si voltava continuamente a destra e a sinistra, mostrando una incertezza che il suo sguardo, al contrario, nascondeva dietro una spessa patina di saggezza.
La sua era un’età non valutabile, poteva avere mille anni e forse era proprio così.
Lo guardavo con tenerezza e osservavo che molti non gli si avvicinavano, come se fosse stato qualcuno da evitare.
O forse, più semplicemente, era come invisibile, un essere incorporeo e privo d’interesse.
Come spesso mi accade con certi personaggi, me lo sono trovato molto vicino e ho incrociato il suo sguardo.
Aveva gli occhi azzurri come il mare e le palpebre disegnavano un passato decisamente triste.
Ho provato subito una grande simpatia per il vecchio, ma mi sono badato bene di dirgli qualcosa.
Ci ha pensato lui.
“Scusi (mi ha dato del lei…), sa dov’è il tonno?”
Ho sorriso.
C’era un ettaro di supermercato attorno, ma il tonno era proprio lì davanti a noi.
“E’ in quello scaffale, gli ho risposto indicandoglielo, ed è anche in offerta…”
Ho subito notato il cambio dello sguardo, mortificato per una figura, secondo il suo modo di vedere, non proprio intelligente.
“Mi scusi, ma è la prima volta che vengo a fare la spesa…”
Troppo carino. A me gli anziani che fanno così danno proprio gioia.
“Non si preoccupi, fare la spesa è bello e poi, una volta o l’altra si deve pur cominciare…” e ridevo per rallegrarlo.
Il vecchio mi ha guardato.
Ci sono tempi che hanno un volume dal sapore d’infinito anche se hanno una durata infinitesimale.
Uno di questi è stato certo quei tre secondi tra il mio discorso e il suo successivo.
Tre secondi colorati dal nero di un ricordo non richiesto.
“Avrei voluto non dover mai cominciare…” mentre lacrime dolorose si stampavano sulle sue iridi.
Mi sarei voluto sotterrare.
“Ho capito, mi scusi… davvero, mi scusi…”
“E’ successo venti giorni fa…” ha detto traballando con una visibile voglia di sciogliersi come acqua sul quel pavimento.
E senza che fossero proferite altre parole, ho visto allontanarsi il vecchio e il tonno.

Confusione

“C’è una grande confusione dentro di me…”
Lo diceva piangendo mentre teneva puntata la pistola alla mia testa e me la stavo facendo sotto per il terrore che stavo provando. Ho sempre temuto di poter essere vittima di una rapina, ma tra il dire e l’accadere mi sono reso conto che c’è una gran bella differenza. Mi sono ritrovato a essere ostaggio in pericolo di vita. Quell’arma puntata era silenziosa, ma sembrava poter parlare all’improvviso il suo canto di morte in mano a quel disperato.
“perdere il lavoro alla mia età è devastante… d’improvviso ti ritrovi in un mondo fatto di nemici che ti prendono la macchina… e poi la casa… e infine la dignità…” e mentre raccontava la sua storia, ogni mia goccia di sudore erano i miei pensieri fatti dei miei figli e di mia moglie e dei miei parenti e dei miei amici e dei miei collaboratori e del mondo intero.
“… ritrovarsi in mezzo alla strada con due bambini piccoli e non sapere come fare a sfamarli…”
Tremava la sua mano e davanti a me la canna della pistola pareva incerta se forarmi la tempia o in mezzo alla fronte. Non ricordo quanto tempo è passato, so solo che è stato sufficiente a sentirmi senza via d’uscita e a mettermi il cuore in pace. Vittima predestinata della vittima di un mondo ingiusto fatto di ingiusti.
“ho cercato e ricercato, ma nessuno voleva prendermi a lavorare… e i miei figli in quella colonica diroccata dispersa tra monti a aspettare che portassi loro da mangiare… piangevano, ieri sera, piangevano… io non sapevo cosa fare… c’è una grande confusione dentro di me…”
La disperazione non ha logica da seguire, solo una strada senza cartelli e avvertimenti. Mi sentivo morto, ma era la sensazione più sbagliata che avessi avuto nella mia vita. Mi porse la pistola e chiese scusa travolto da un pianto a dirotto.
Adesso lo guardo prendere nota delle scatole di tonno sullo scaffale.
Arrivarono a dire che nella mia testa c’era una grande confusione quando decisi di non fare denuncia e di chiedere alle autorità di prenderlo a lavorare nel mio piccolo supermercato. Ancora di più quando decisi di metterlo caporeparto, visto che capaci e onesti come lui ero certo di non averne mai trovati.
Mi guarda e rispondo al suo sorriso con una smorfia di soddisfazione.
Penso che in fin dei conti la confusione ci sia davvero, ma nel mondo, tra gli uomini.

Mani (favola)

Non era proprio il massimo.
Avere le narici più piccole delle proprie dita, intendo.
Giacomino al posto delle mani aveva due pale da pizzaiolo, due vanghe da mezzadro, due picconi da minatore.
Aveva delle dita grosse come le viti di un traliccio dell’alta tensione, dal pollice al mignolo il diametro non scendeva sotto i tre centimetri. Non avrebbe mai potuto fare il sarto a meno che un fabbro non gli avesse costruito un ditale su misura.
Ma Giacomino non aveva solo il nome, di piccolo: aveva un nasino di fata.
Un naso bellino bellino, tutto all’insù che era stato preso a demo dai migliori (e anche peggiori) chirurghi plastici del mondo.
Beh, si potrebbe pensare che ne potesse essere orgoglioso, che potesse essere in definitiva una raffinata e elegante attrattiva per l’altro sesso.
In realtà, Giacomino, era un uomo tristissimo.
Aveva un desiderio che sembrava irrealizzabile: scaccolarsi.
Le sue dita non potevano penetrare le narici, erano così grosse che spesso, nel tentare di metterci anche il solo mignolo, rischiava di strapparle.
Il soffiarsi il naso non gli rendeva giustizia e la sofferenza si faceva ogni giorno più grande.
Poi come in quel miracolo naturale dell’alba che sostituisce la notte, a Giacomino si presentò la rinascita.
Aveva la forma di una graziosissima signorina di nome Susanna, il cui nome porterebbe a una rima che tradirebbe sul suo carattere. In effetti era una ragazza introversa e timida, molto carina, intelligente, ricca e raffinata. Cioè, su quest’ultimo aggettivo sorvolerei, visto il seguito.
Fatto sta che Susanna prese una sbandata per Giacomino che sembrava una di quelle di Raikkonen dopo la solita birra durante i Gran Premi. Per essere esatti, si innamorò follemente delle sue mani.
Palmi grossi e ruvidi da sembrare un disco di carta vetrata, dita enormi e gesti grossolani le fecero capire le qualità di massaggi di cui fossero capaci.
Gli occhi di Susanna lacrimavano al solo pensiero del piacere che potevano regalarle le mani di Giacomino, lo stesso suo corpo si sentiva calamitato da quelle dita di dimensioni mitologiche.
Giacomino non era né sordo, né cieco.
Si può pensare che si fosse accorto dello sbavare leggero di quella gentil donzella.
In realtà lui guardava ben altro.
Le finissime, esili, lunghe dita di Susanna.
Fu una rivelazione, una gioia, la possibile fine di un dolore.
Le uniche mani che possedevano falangi su misura per le sue narici.
Giacomino le raccontò la sua triste storia.
Susanna gli confessò i suoi desideri.
Capirono di essere fatti l’uno per l’altra. E senza spiegare cosa facessero nell’intimità, che forse è meglio, è bello sapere che vissero felici e contenti.

Roccia

Giunto quasi alla vetta del colle si fermò davanti a un lastrone di roccia. Sudato intinto e con le gocce che gli entravano negli occhi provocando un bruciore che lo faceva smadonnare come un minatore inglese, se li stropicciò per vedere meglio quella superficie in pietra serena. Roccia giusta, esclamò a se stesso con una voce disfatta dalla fatica tanto da renderla in falsetto. Poi, girandosi, si accorse dello splendido panorama che su cui si affacciava quella parete liscia e verdastra. Sì, sì, è perfetta, pensò tornando verso casa.

Il giorno dopo, si fermò quattro volte a riposarsi prima di arrivare in vetta. Carico di uno scaleo, martello, scalpello, sedici panini e tre bottiglie d’acqua aveva faticato come una mondina all’inizio del ‘900 per arrivare davanti alla roccia con tutta quella roba. Non so quando torno, aveva detto a sua mamma e in effetti poteva essere necessario un giorno come tre per portare a termine il suo progetto.

Aprì lo scaleo e salì tutti i gradini per vedere dove poteva arrivare a lavorare. Perfetto, proprio dove voleva. Iniziò a scalpellare con forza. Tirava delle martellate terrificanti, come avesse timore che la roccia non si facesse colpire. Per questo partivano continuamente delle schegge che lo colpirono dappertutto: naso, mani, petto, braccia, facendo graffi e tagli che alla fine dell’opera lo ridussero in una poltiglia sanguinolenta.

A metà del secondo giorno scese giù dallo scaleo e guardò la parete di pietra serena. Restò soddisfatto e ritenne completata  la sua opera. Si mise in ginocchio e, senza pregare qualcuno in particolare, ringraziò.

Prese scaleo, martello e tutto il resto per incamminarsi verso casa.

Giunto da sua madre, che ogni volta lo vedeva scuoteva la testa, rimase due giorni a letto soprattutto per curarsi tutte le ferite che lo avevano quasi sfigurato.

Poi si alzò e andò a cercarla.

Dopo averla trovata, la prese per mano e le disse devi venire con me.

Lei che lo avrebbe seguito ovunque non sentì la minima fatica per arrivare alla roccia.

Ecco il mio regalo per te, le disse mostrandole la scultura.

Volevo che il mondo vedesse il tuo viso, per sempre.

Lei restò affascinata, lo baciò e gli disse ti amo.

Tornarono tenendosi per mano e a lei non passò neppure per la testa di dirgli che la scultura era una schifezza così terrificante che un bambino di sei anni sarebbe stato più bravo e che aveva deturpato per sempre quella bellissima lastra di pietra serena.

No, non glielo avrebbe mai detto.

Ciò che contò fu il pensiero.

Ingranaggio

Giovanni ha tredici anni. Erano le sedici del pomeriggio, ma come spesso accade, anziché studiare passò dalla fabbrica dove lavora suo padre.
Una filatura, dove una serie di macchinari trasformano la materia prima in filato.
Giovanni, ogni volta che ci va, osserva affascinato tutto quel muoversi meccanico così perfettamente allineato a produrre quel filo che si farà tessuto.
Quella volta però c’era qualcosa strano. La filanda era ferma e suo babbo era disteso a terra nella zona motore. Tirava dei moccoli che non li saltava un cavallo. Quando vide Giovanni avvicinarsi, smise di bestemmiare e lo salutò imbarazzato: “Ciao, Gio… studiare niente neanche oggi?”
“Più tardi…” rispose il ragazzo. “Che succede?” domandò incuriosito e preoccupato.
Il padre aveva sempre pensato di parlare al figlio senza tanti fronzoli e anche quella volta fu a quel modo: “Si sono spezzati i fili per due volte. Ogni volta, per riattarcarli e far ripartire la filanda, ci vuole mezzora e non ce lo possiamo permettere…”
Giovanni lo ascoltava e comprese che doveva essere una cosa difficile da risolvere. In silenzio si mise da una parte seduto su una cassa di legno vuota. Gli si avvicinò Lucio, un operaio collega di suo padre, dicendogli: “ Il nostro capo (tuo babbo) risolverà facilmente il problema.”
Un’ora dopo tutto si era aggiustato, per la soddisfazione di tutti e di Giovanni. Suo babbo gli si avvicinò, sedendosi anche lui sulla cassa.
“Come hai fatto, babbo?”
“A risolvere il problema?”
“Sì…”
“Amore mio, ricordati questo: ogni cosa che vedi qui dentro si muove grazie ad ingranaggi che da soli non sono niente, ma tutti insieme fanno girare il mondo.”
“Non capisco, babbo…”
“Un ingranaggio sbagliato nel posto sbagliato dava troppa velocità alla filanda e il risultato è stato i fili che si rompono… è bastato mettere quello giusto nel posto giusto e il problema non è più esistito.”
Giovanni strizzava gli occhi per arrivare a comprendere, poi la luce nei suoi occhi svelò al padre che aveva capito il problema e la sua soluzione.
Il padre lo osservò per un po’ poi gli disse:”Giovanni, ricorda che anche noi, io, tu, siamo gli ingranaggi di tutto ciò che ci sta intorno. Se non siamo quelli giusti, niente si muoverà come deve…”
Giovanni silenziosamente rifletté e poi disse: “In quel caso ci sarai tu a riparare il problema?”
Suo padre sorrise:”E tu cosa ci fai qui, altrimenti?”

Pozzo

Quando la mano agguantò il bambino per il colletto della camicia, iniziò una sceneggiata composta di strilla isteriche, urla terrificanti e una sculacciata che sapeva di mitologico.

Il piccolo, alto un metro e otto centimetri per anni quattro, vestito con un paio di pantaloncini corti blu di cotone e una camicina bianca tutta bellina, in quel momento guardava senza capire. Per essere più precisi usava gli occhi per guardare e tutto il resto del corpo per scansare le tremende manate della mamma.

E non capiva.

Era lì sul bordo del pozzo, incuriosito di quel buco scuro e profondo e siccome a differenza di molti più vecchi di lui cominciava a vederci bene, si divertiva a vedersi riflesso su un tondino lontano che senza saperlo era acqua. Si stava persino salutando con la manina quando una ben più grossa ha fatto quello che sappiamo.

La mamma gridava come un’ossessa e il piccolo, che a ogni schiaffo nel viso smuoveva teneramente quei pochi capelli che aveva, non capiva. Non il comportamento, proprio non capiva cosa diceva. Già era nato analfabeta e privo di capacità oratoria, se poi chi dovrebbe comunicare con lui erutta urla come il Krakatoa quando è gonfio di lava, è comprensibile l’incomprensione.

Il peggio arrivò col peggio: il babbo. Lo prese da una parte, cianotico e senza misura, sbraitava con tono duro e con un dito della mano destra che agitava in su e in giù. Il bambino voleva chiedere cosa stava accadendo, ma non potendolo fare iniziò a piangere. Più che altro perché stava prendendo degli scapaccioni da wrestling professionistico. Quando tutto parve finire, la mamma e il babbo all’unisono fecero la domanda: “Hai capito?”

 

Guardo il pozzo.

Mi ci avvicino piano e nel farlo ogni immagine si fa meno fumosa. A quattro anni siamo piccoli, molto piccoli, siamo noi stessi pozzi vuoti da colmare di acqua…  (accidenti, poetico a bestia!)

Appoggio le mani sul bordo e mi sporgo verso il suo interno.

“Ci sono emozioni solo nostre, che non si possono spiegare, come il brivido che mi percorre nel guardarmi riflesso nel cerchio d’acqua.

Potevo morire, ma io allora non l’ho mica capito. Per tanto tempo non ho capito quanto potesse essere pericoloso il bello.”

Mi giro a guardarla. Beh, non ha proprio l’età che avevo io allora, ma per un babbo i figli non crescono mai. Lei sembra aspettare una mia parola.

“Sai perché ti dico queste cose? No? Neanch’io.

Ma fai quello che ti senti senza dimenticare una cosa: stai un pochino attenta, è un mondo pericoloso questo.”