Informazioni su Marco Torracchi

Mio padre, quando abbandonai l'università, mi svelò che il mestiere adatto a me era addetto alle miniere d'oro del Brasile, che non era proprio il massimo della comodità. Come caspita sia successo, non lo so, ma adesso mi trovo a vendere automobili e siccome di novelle ne raccontiamo a quintali, scrivere più che un hobby è diventato un corso di formazione.

racconto d’inverno

Tira un vento forte. Freddo.
La sciarpa, che ha cura di me più di tanti altri, mi protegge bocca e guance. Ho gli occhi sferzati da lame gelide e piego la testa verso il basso. Un foglio sbatte e si avvinghia alla mia gamba destra. Prendo il foglio e smetto di camminare nei pressi di un lampione che mi aiuta a vedere cosa è scritto su quella pagina strappata. Non ci sono parole, solo il disegno di un bambino o almeno credo visto le forme infantili che ci sono riportate. Lo strappo, forse dovuto al vento stesso, ha diviso una casetta dipinta di verde in due parti e una figura femminile da chissà chi altro.
Metto il foglio in una delle tante tasche del mio giaccone di marca e riprendo a camminare. La luna che ringrazia il vento di averla liberata dall’oscurità, rischiara la ciclabile che sto percorrendo più di quanto non faccia l’illuminazione pubblica. Il fiume, che col suo letto percorre in parallelo il mio cammino, grida la sua crescita pericolosa per gli ultimi intensi giorni di pioggia.
Respiro dentro la sciarpa e ne sento il calore. Aumento la cadenza del mio passo, il mio corpo si riscalda e il vento si dispera della sua inefficacia. In breve tempo giungo alla meta, dove, appena mi vedono, mi chiedono dove ho l’auto, se si è guastata.
Camminare sembra anomalo a quanto pare.
Rispondo, solo per cortesia, che la recupero domani. Decine di facce e di bicchieri colmi di liquidi colorati sono aggruppati attorno a delle piccole stufe all’esterno del locale.
Guardo la luna che mi sembra fare l’occhiolino. La siepe che divide il locale dalla strada è alta circa un metro. Vedo un pezzo di carta e riguardo la luna. Questo? Le chiedo e senza aspettare risposta lo prendo. Lo guardo e non posso crederlo. Tiro fuori dalla tasca il foglio di prima ed è chiaro che combaciano. Li unisco e noto che nel disegno intero oltre la bambina non c’è nessun altro, solo una scritta dentro un sole giallo vivo che dice “è bello vivere!”
Vado al bancone. “Il solito?” mi chiedono. “No, un bicchiere d’acqua.”
Mi disseto con l’origine della vita mentre penso che il vento del tempo farà in modo di farmi ritrovare la parte strappata di me.
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Le recensioni cinematografi’e di Macchinadelpopolo: THE SHAPE OF WATER

Le recensioni cinematografi’e del Torracchi:
THE SHAPE OF WATER

Ieri sera, a fronte di una settimana segnata dallo sbriciolamento lavorativo degli zebedei, ho dedicato la sera a una delle mia passioni peggio riuscite: la recensione cinematografica.
Questa si manifesta in un secchio di popcorn (con pagamento dilazionato in sei mesi al 9,5% di TAN, ma con un centilitro di cocacola compresa nel prezzo) e un posto in seconda fila proprio sotto lo schermo gigante che per vederlo tutto si deve girare la testa di 180 gradi (ma sembra d’essere dentro il film).
“The shape of water”, la forma dell’acqua: il film di Guillermo del Toro m’attizzava parecchio, piucchealtro perché dopo aver visto il “labirinto del fauno” ero curioso di vedere cosa tirava fuori. La trama sembrava fatta apposta per me, poiché pare voler dire che anche i mostri trombano.
Il filme ha preso inizio con una che la s’alza dal letto la mattina, la s’ignuda, l’entra in vasca e la comincia a toccarsi come una ninfomane, al che mi sono alzato pensando d’aver sbagliato sala. La mi’ signora, già sfavata perché l’avevo costretta a vedere questo cine, la m’ha agganciato per la giacca e la m’ha sbatacchiato giù sulla poltrona. Dopo di che , zitto che sennò prendevo una scarica di legnate, me lo son gustato tutto in quella fotografia e scenografia bellissima tipica di Del Toro.

Una metafora riuscitissima dove da buon messicano, il regista ha espresso in maniera poetica quanto segue:
1) Gli statunitensi sono idioti e teste di cazzo
2) I sovietici sono idioti e teste di cazzo
3) Rivela perché il sesso maschile viene chiamato anguilla
4) L’amore non ha limiti

Se credete che vi racconti qualcosa del film, avete sbagliato uscio. Prendete le vostre gambette, pagate il biglietto e ve lo guardate.
A me è garbato.

Fumantino

Vomito e diarrea. Febbre intorno ai 38,5° e un po’ di dolore muscolare. Beh, poteva andare peggio e quindi va molto bene.
Mi rigiro inquieto nel letto, ho appena preso una tachipirina e tra un po’ comincerò a sudare come d’estate in Versilia. Mio figlio mi guarda di traverso, arrabbiato come pochi. A dieci anni non si ha la sufficiente capacità critica, non sappiamo comprendere che la vita può presentarsi sotto vesti spiacevoli. Lo guardo e gli dico “Sandro, dai, non aver paura, sono certo che fra due giorni saremo sulla spiaggia a goderci il sole dell’Oceano Indiano.” Ma è impossibile convincerlo e, mandandomi mentalmente a fare in culo, si gira su se stesso e torna in cucina dove lo sento gettarsi tra le braccia di sua madre urlando: “ma quello è sempre malato!!!”
Fumantino come sua madre.
Mi butto sotto le lenzuola, completamente coperto e in quel buio cerco di non sentire niente.
Sempre malato. Beh, non ha torto, povero figliolo: continuamente colpito da tutte le possibili infezioni virali, da tutte le influenze conosciute, passo a letto un settantina di giorni all’anno che mi tengono lontani da tutti coloro che amo escluso mia moglie, la sola che sa di non dover temere e che al contrario rispetta la mia salute cagionevole. A dieci anni abbiamo anche un altro limite, le cose ci sfiorano, passano rapide o persino proprio non le sentiamo. Sandro non può ricordare quando quattro anni fa per me perdere il lavoro significò rischiare la casa, il cibo e la scuola per una famiglia che amavo più di ogni altra cosa. Non può ricordare la disperazione di non trovare un altro lavoro che fosse uno. Quando quel tizio si avvicinò facendomi La Proposta, 10.000 euro al mese netti mi guardai allo specchio e mi dissi che altro posso fare? Forse un giorno, Sandro, potrò spiegarti che sono una cavia per queste aziende farmaceutiche. Che provo per loro i virus creati in laboratorio per poter vendere poi i vaccini. Che vivo nella speranza che siano davvero poco virali e per niente mortali. E, soprattutto, che quello che ho addosso oggi rispetta i sintomi previsti e perciò dovrebbe durare massimo un altro giorno.
Quindi, maledizione, tra due giorni faremo il viaggio che abbiamo prenotato.
Adesso devo dormire e stare al caldo.
Così mi hanno detto di fare.

Quando capita di parlare di te

Quando capita di parlare di te

fermo ogni cosa attorno a me

è un momento inatteso

perché raramente mi va di farlo

ma quando accade è inutile

resistere a questo evento e allora

chiedo la magia che merita

chiedo attenzione al colloquio

chiedo il silenzio di parole inutili

chiedo di svelarmi ciò che non so

e io ascolto, mi sorprendo e chiedo

per sapere ancora di più

più di quello che io ho imparato

più di quello ho ricevuto

più di quello che io ti ho dato

e se anche una sola parola

graffiasse il tuo ricordo

risponderei incazzato a chi la dice

nella comprensibile incomprensione

di chi mi parla di te

 

 

Ci si attacca alla vita…

Ci si attacca alla vita e meno si pensa e più lo si fa.

Lui pensava troppo ed era una affermazione preoccupante fosse stata vera.
Guardava la strada correre da dentro la sua auto, riscaldata da un climatizzatore elettronico trizona. La temperatura esterna segnava -2 e si chiedeva cosa sarebbe accaduto se, oltre all’auto, non avesse avuto neppure casa e luogo dove andare. Si vedeva sperduto lungo strade inospitali, intirizzito e con le labbra fredde, senza una dimora dove dormire e la disperazione che si faceva il sentimento più potente.

Piccola fila ad una rotonda. A passo d’uomo. Abbastanza lenta per continuare a pensare troppo.

In gabbia. Si sentiva prigioniero del mondo che lo circondava e che lo aveva messo nella gabbia dorata di una vita comoda in cambio dell’anima. Sapeva che cambiare significava rischiare, passare da un gradevole scalda sonno ad un possibile ponte. Poteva anche sopportarlo, ma non era solo. Sapeva che non era un pensiero esagerato.

Cinque minuti e era arrivato a casa. Parcheggiando davanti al piccolo condominio, era sceso e aveva suonato il campanello. Il maggiore dei suoi tre figli, vedendolo al videocitofono, gli aveva detto “ma hai dimenticato le chiavi anche oggi???”. “Sì”, ma sapeva di mentire, aveva solo voglia di sentire la sua voce. Una stupidaggine, lo avrebbe incontrato pochi attimi dopo, ma perché rinunciare se lo desiderava? Salendo le scale, aveva raccattato una busta postale probabilmente perduta da quella dell’appartamento di fronte. Prima di entrare in casa aveva suonato alla proprietaria della lettera, restituendola. Poi era entrato a casa. Calda. La tavola apparecchiata. Un buon profumo e molti piatti pieni di cibo. Ecco il dare e l’avere, aveva pensato, togliendosi il giaccone e sedendosi al suo posto.

Il domani uguale allo ieri, è sempre un domani? Certe domande, si era detto, vengono a pensare troppo.

Sentirai lo spazio comprimersi

Ho disegnato la mia mano
su ogni muro della città
e su ogni vetrina del centro
ho disegnato anche le mie braccia
così che quando sarò lontano
potrai poggiarti su di esse
per godere del mio abbraccio

Sentirai lo spazio comprimersi
le pareti farsi carne e sangue
e le nostre labbra chiudersi
in un bacio

il mio parlare al niente

Tralascio la parole che ho nel cuore
mi limito a quelle che traduce il respiro
in suoni troppo spesso inutili
eppure per quanto distragga la mia mente
sfrontatamente parlano di te
mi serro la bocca con le mani
ma non ne fermo l’uscita
e chiedo perdono

Osservo la strada bagnata di pioggia
disegnata dalle luci di auto anonime
incrocio una ragazzina per mano al suo lui
che ridono al mio parlare al niente
e prego che questa pazzia
non faccia parte di loro, mai