Informazioni su Marco Torracchi

Mio padre, quando abbandonai l'università, mi svelò che il mestiere adatto a me era addetto alle miniere d'oro del Brasile, che non era proprio il massimo della comodità. Come caspita sia successo, non lo so, ma adesso mi trovo a vendere automobili e siccome di novelle ne raccontiamo a quintali, scrivere più che un hobby è diventato un corso di formazione.

Onda sonora

Non disse nulla. Ormai non c’erano più segreti tra noi, ma una capacità di comprensione fuori dal comune. Non importava parlasse e anche allora era bastato lo sguardo implorante e la smorfia delle labbra antiche. In poco tempo lo alzai dal letto mettendolo sulla carrozzina, preparai la canna da pesca e uscimmo prestissimo di casa. Tutto il resto del parentado ancora dormiva e comunque non si aspettavano certo questa uscita.

Affiancai la carrozzina alla mia auto, aprii lo sportello e poi con una manovra faticosa montai il nonno sul sedile anteriore. Mentre lo facevo, mi dette una carezza. Sorrisi. Poi montai anche io e partii verso la meta che sapevo di dover raggiungere. C’era nebbia, il sole doveva ancora sorgere del tutto e ci avrebbe messo un po’ a diradare quel grigio. Non ci volle molto, un quarto d’ora. Raggiunsi il lago quando ancora non c’era nessuno e quindi potei occupare il posto che sapevo essere il preferito del nonno. Con manovra inversa alla precedente, lo appoggiai alla carrozzina e lo spinsi in una specie di spazio concavo, quasi su misura, al punto di rendere così ferma la carrozzina da sembrare piantata.

Montai la canna da pesca e stavo per passare la lenza quando il nonno disse “ non importa…”. “Ma dai!!” risposi alla sua richiesta, ma ancora gli occhi, sempre i suoi bellissimi occhi, mi dissero che doveva essere a quel modo.

Gli passai la canna. Sul lago la nebbia non faceva intravedere niente. Il nonno mimò il lancio della lenza e dell’amo. Restai sbalordito nel notare il diradarsi di quei fumi grigi per far posto a delle canne che parevano nascere dal pelo dell’acqua. Poi vidi anche lo spasmo sofferente che lo perseguitava costantemente negli ultimi tempi e che ci aveva portato entrambi a trovarsi lì.

“Cerca di fare il bravo, dopo…” si raccomandò. Sorrisi, ma con malinconia.

“Dopo? Ecco, appunto, mi chiedevo cosa troveremo <<dopo>>, nonno…”

“ Chi lo sa? Nessuno potrà mai rispondere a questa domanda.” Faceva fatica a parlare, ma fu come se sentisse di doversi confessare. “ In questo mondo esiste un solo dio conoscibile e dimostrabile ed è il dio Denaro. Il desiderio di potere e di ricchezza che porta gioia a pochi e dolore a tutti gli altri. Tutte le altre religioni sono nate perché si era fatto necessario un comportamento alternativo che sapesse limitare il senso di vuoto e di disperazione, che trovasse la vittoria del Bene sul Male…” tossì e mi strinse forte la mano, ma mi fece segno di ascoltarlo. “Disciplina, regole, imposizioni in mille forme, ognuna delle quali sente di possedere la Verità. Seppure ne ho scelta una, non potrò mai dirti se ho scelto quella giusta. Quindi non so rispondere alla tua domanda, ma posso consigliarti di guardarti attorno…” Si fermò stanchissimo. Riprese dopo venti secondi durante i quali tossì un paio di volte: “ Osserva la Natura e amala, come lei ama te  e tutti coloro che ne fanno parte. Ad esempio, guarda quegli arbusti che affiorano dall’acqua. Sai una cosa? Io non ci vedo, ma ci sento qualcosa: una armonia perfetta, una onda sonora che giunge a un cuore che non sempre sa ascoltare. Con la vecchiaia ho imparato a parlare con la Natura. Ogni volta che lo faccio è per me come rinascere…” fu silenzio per un attimo, ”…e per questo ho voluto che tu mi portassi a morire qui.”

Lo sguardo intenso e lucido durò dieci secondi e poi si spense.

 

Mi guardo le mani. I calli sono il segno più evidente di un lavoro davvero duro e pesante, ma sono già fortunato ad averlo. Lancio la lenza. Ormai sono sei anni che vengo nel piccolo incavo dove è morto il nonno. I pescatori mi guardano storto, perché la lenza non ha amo, ma solo dei piccoli contenitori per nutrire i pesci. Non riuscirei proprio a far loro del male.

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Fiammella

Ho riconosciuto in te la fiammella

che vaga nei campi arati dei miei pensieri

visibile nel giorno e accecante di notte

accompagna timida il mio tempo

silente come il volo dell’aquila in alta quota

ma è lì, presente, sempre, continuamente

 

Le chiedo se è mia prigioniera e risponde di sì

lo stupore mi avvolge e cerco di capire

ti voglio liberare da me, le dico per rassicurarla

ma facendosi più intensa nel suo rossore

mi rivela che pur volendo non mi sarà possibile

 

Ho riconosciuto in te la fiammella

con cui illumino i miei giorni oscuri.

Autobus

Erano migliaia di anni che non prendevo l’autobus. Quando accade è certo un evento raro, come in questo caso, ma è anche vero che si tratta di una scelta logistica che mi affascina da sempre.

È che quando ci monto sopra, d’improvviso torno adolescente o poco più. Viaggio rapidamente indietro nel tempo e, seppur l’autobus si presenti vuoto, mi trovo immerso in un aggregato di corpi attaccati l’uno all’altro intenti a non cadere ai colpi di freno ancora orfano di Abs e altri congegni elettronici. Io come ogni volta che andavo e tornavo da scuola, allungavo il collo sperando di vederla e incrociare i suoi occhi, perché ognuno dei presenti su quel mezzo barcollante per il peso massimo superato abbondantemente aveva una qualcuna o un qualcuno da abbordare, guardare, sognare, ascoltare e ogni altro verbo che appartiene ai fantastici amori giovanili.

Io non ero da meno ed ero particolarmente abile a prendere sempre lo stesso autobus che prendeva lei  anche se mi toccava alzarmi un’ora prima del dovuto perché accadesse. Era bellissimo il suo sguardo che per tre microsecondi incrociava il mio.

 

Riapro gli occhi che erano già aperti, ma non con la mente. L’autobus torna vuoto e io torno alla realtà. Il veicolo si spenge, è a un capolinea del tragitto, da cui ripartirà a breve. Vedo il conducente che scende dal suo posto guida e si rivolge a un ragazzo che si era seduto proprio di lui. Mi pare un cingalese o un indiano, non riesco a riconoscerlo. Il conducente, in un tono un po’  strano gli chiede:”Puoi cambiare posto?”. Il ragazzo pare non capire. “Puoi cambiare il posto, per favore?” ripete deciso, il conducente.

Il giovane adesso comprende (ma non del tutto e nemmeno io), si alza e viene a sedersi dietro di me e mentre lo fa mi guarda come di dire “Cosa ho fatto?”

In tutta onestà ho pensato che all’autista gli desse noia averlo proprio dietro, oppure c’era qualche cosa di vecchia data.

Dopo pochi secondi l’autista, che era sceso, è tornato sul bus con una bicicletta mettendola appoggiata al posto che aveva chiesto di liberare. Lo voleva libero per quello.

Mi sono chiesto perché non ha spiegato al ragazzo il motivo per cui aveva bisogno di quel posto libero, sarebbe stato molto più comprensibile e accettato. Non ho trovato risposta, ma solo una incapacità generale di essere semplici, sinceri e rispettosi verso gli altri. Chiunque essi siano.

Sono arrivato, suono per prenotare la fermata  e mentre scendo gli scalini mi auguro che la gente ritrovi l’allegria dei miei tempi.

Mi sono fatto un selfie

Mi sono fatto un selfie. Mi pare proprio bellino. Pensavo di venire peggio, invece se mi inclino un po’ a destra, mi pare d’essere proprio un bell’uomo. Inclinandomi a sinistra, quasi scompaio.
Quindi è perfetta come foto di profilo. La posto.
Osservo il continuo laiccare che dovrebbe darmi la soddisfazione che desidero quando metto una nuova foto di me. Invece devo dire che non riesco a essere contento a causa dei commenti, che non sono proprio quelli che mi aspettavo.
“Fai caà!!!”
“Tu m’hai sciolto il corpo!”
“Mi auguro per te che dal vivo la cosa migliori un po’…”
Ho iniziato a scaccolarmi per il nervoso e chiaramente la tastiera ne ha un po’ sofferto. Anche il mouse. Ho deciso di rimettere una foto già usata un paio di anni fa sempre come profilo. Si tratta di una immagine di Paolo Rossi al Mondiale dell’82. Poi spengo il PC e vado a lavorare.
Apro il bandone del garage e tiro fuori la bici. Gomme a terra, saranno due mesi che non la uso. Prendo la pompa. Avete presente quei tubolari con la valvola e il tappino ad essa collegata che quando provi a gonfiarli al contrario si sgonfiano? Quattordici minuti di tentativi durante i quali ero così marcio di sudore che nei miei confronti un lottatore di sumo era asciutto come un calzino dopo tre ore di sole.
I miei neuroni non rispondono logicamente e invece di segare la bici con la fiamma ossidrica, ci sono montato sopra e ho cominciato a pedalare. Il primo tonfo l’ho fatto dopo tre metri appena iniziata la salita del garage, sbandando paurosamente a destra. E sbandare paurosamente a destra ha significato prendere in pieno una inferriata dura accidentata.
Ho visto addensarsi in maniera preoccupante le nuvole sopra la mia testa alle espressioni poco amichevoli verso varie tipologie di dei, quindi ho preferito calmarmi e chiedere scusa.
Il tempo è tornato estivo e ho salito la rampa a piedi, ma non rinuncio a usare il mezzo nello stato in cui trovasi.
Pedalo con fatica, sbarello da far paura, i cerchioni battono ogni volta che sull’asfalto picchia la valvola dei tubolari che piano piano si stanno disintegrando.
Tre chilometri in ventitre minuti. Nemmeno a piedi ci mettevo di più.
Chi mi vede arrivare si sganascia dal ridere. Forse per la bici o forse perché sono in canottiera. Sono uscito senza camicia. Sbagliare la foto di profilo ti squilibra.
Johnny mi dice che non importa che torni a casa. Mi presta lui una camicia. Me la metto e vado subito al banco. Non mi metto il grembiule, ho deciso di non usarlo, questa camicia sfarzosissima mi ha stregato: gialla, rosso fosforescente e verde potrei usarla come semaforo.
Sono state sei ore al banco Gastronomia spettacolari, tra camicia, affettati, formaggi e pietanze pronte all’uso. Ho fatto un pienone di clienti, divertiti dalla mia montura e dall’allegria che mi regalava dentro. Chiaramente ignari del mio tic nervoso di cui prima.
Alla fine del turno ho restituito la camicia a Johnny. “Te la lavo io e te la riporto?” ma Johnny quasi si offende e non mi resta che ringraziarlo: “ Comunque c’è un perché amate questi colori sgargianti… Aspetta!”
Mi rimetto la camicia e mi faccio un selfie con Johnny. “Mettiti a favore di luce che con codesta pelle nell’ombra scompari!” gli dico.
Torno a casa pedalando ormai solo sul ferro e con scintille che rischiano di far esplodere un camion che trasporta benzina.
Salgo in casa, apro il PC, vado sulla mia pagina e aggiorno la foto di profilo con me, Johnny e la camicia.
E se non dovesse piacere, non importerà.

Serratura

Alzo il mazzuolo verso l’alto. È pesante e le braccia quasi spezzate nello sforzo sembrano chiedere pietà, ma il sorriso sulla mia bocca le convince a questo ultimo sforzo. Giù, verso il basso, oltre la velocità della spinta gravitazionale, il mazzuolo si stampa sull’ultima parte del muro da abbattere in maniera così potente che il colpo sbriciola quell’insieme di cemento e mattoni.

Inspiro forte, cerco di ossigenare ogni parte di me, sono sfinito, ma felice di aver terminato il mio lavoro. Almeno per oggi.

Guardo la montagna di detriti che domattina altri sfruttati come me porteranno via a mano e smaltiti chissà dove. Non mi importa sapere dove li lascerà la ditta di ristrutturazioni che mi ha dato possibilità di lavorare, voglio solo tornare a casa.

Quattro chilometri a piedi, 40 minuti incrociando fari accesi, ciclisti scoordinati, donne di facili costumi e il buio per una illuminazione pubblica deficitaria. Non mi interessa niente di tutto questo, vado spedito come se niente esistesse oltre il selciato dove appoggio i miei piedi.

Le case sembrano cambiare le loro forme, dalle più complesse e luminose alle più insulse e prive di una dignità che dovrebbe essere meritoria per ogni essere presente su questo pianeta. Come un percorso verso gli inferi che ormai si è fatto normale evento quotidiano.

Eccomi arrivato. Mi fermo davanti alla porta color marrone scuro, graffiata in più punti, e mi ipnotizzo sulla  piccola serratura che guardo con gli occhi quasi lucidi come ogni sera.

Metto le mani in tasca e tiro fuori un enorme mazzo di chiavi. Ne sposto alcune e quando trovo quella giusta torno a inspirare. Osservo la serratura: è il confine tra il niente e il tutto e ogni volta che ci infilo la chiave il cuore mi batte a mille. Giro la chiave lentamente e sento chiaro lo scorrere del chiavistello. La serratura è docile e mi è ormai amica. Apro la porta, entro in casa e senza accendere la luce la richiudo. Nonostante il buio è come se la serratura decida di farsi vedere perché io possa dare un paio di mandate al chiavistello. Lo faccio e poi mi giro verso l’interno della casa e aspetto. Pochi secondi e si accende la luce del corridoio che taglia in due l’abitazione: camere a sinistra, cucina e soggiorno a destra e nel centro lei. La saluto con un ciao che mi si strozza in gola dall’emozione. La rara bellezza che mi si presenta di fronte è tale che non mi è possibile abituarmi a un sereno incrocio di sguardi. Lei, per tutta risposta al mio timido saluto, mi corre incontro, mi abbraccia e mi bacia. Poi mi prende per mano e mi porta in cucina, due piatti, due bicchieri, posate e un po’ di brodo e solo acqua. Non ci sono soldi, ma è mille volte più bello di importanti ristoranti che ho frequentato molti anni fa. Seduti a tavola mangiamo e parliamo di noi, più che altro di lei visto che le mie picconate temprano il corpo, ma non hanno molte cose da raccontare.

Poi, a fine cena, lei si alza e si siede a cavallo su di me. Il suo viso, a pochi centimetri dai miei occhi, regala iridi profonde e un sorriso che dona i brividi della perfezione assoluta.

Le metto le dita tra i capelli e la bacio. Sento che si lascia andare a movimenti dolci, incurvando la schiena come le onde di un mare calmo dove affogarci si fa desiderio assoluto.

D’un tratto scende dalle mie gambe, mi prende per mano e mi porta in camera.

Ci svestiamo e io rimango, come ogni sera, imbambolato a guardarla, icona di un tempo che si è fermato d’improvviso.

Nudi, lei tira in basso la coperta e mi invita a distendermi. Vorrei dirle di no, ma è chiaro che comanda lei. A pancia in giù, le sue mani leggere iniziano a percorrermi dai piedi fino al collo e viceversa. È come se bruciasse ogni negatività del giorno e mi restituisse la luce della gioia di vivere. Come spesso accade, però, ciò che provo è il relax più assoluto che, al posto di una benefica eccitazione, mi regala il sonno più profondo che si conosca.

 

Suona la sveglia. Sono le cinque del mattino e quando apro gli occhi la trovo ancora abbracciata a me. Con tutta la delicatezza che posso, mi svincolo dal suo abbraccio, mi lavo, mi vesto e resto cinque minuti a guardarla. Poi la saluto con un silenzioso bacio sulla fronte pensando che staserà non mi addormenterò. Poi esco. Tiro fuori la chiave e nel buio cerco la serratura, confine tra il tutto e il niente, che stavolta sembra non volersi rivelare. La trovo lo stesso, apro il chiavistello, poi la porta. L’alba sembra salutarmi e, nonostante quello che mi aspetta, mi sento bene.

 

 

Corda (breve di fantascienza)

 

“Finisce che a forza di tirarla, la corda si spezza. 
Me lo diceva mio nonno a cui lo diceva suo nonno a cui lo diceva così via fino alla nona generazione. Era il 1081 quando la frase fu detta la prima volta da un certo Loreto Giustino che aveva verificato l’accadimento attaccando sei buoi con una corda a un masso di 19 tonnellate senza che questo poi si fosse mosso di un millimetro, ma al contrario con la sua rottura la corda partì come un frusta a velocità vicino a quella della luce tagliando in due i sei bovini. Fu allora che fu inventata anche la bistecca alla fiorentina.
So perfettamente i particolari perché ormai il viaggio nel tempo nel 2072 è pratica frequente e un tizio che non smetteva più di urlare “ma quanto cazzo costa una bistecca alla brace?” ci raccontò questi particolari. O meglio, frequente lo era fino a poco giorni fa.
Intendiamoci, il fatto che nel futuro (ad esempio una visitina nel marzo del 2180) fosse complicato andare perché non avevamo capito come fare a tornare indietro ci ha un po’ irritati. Al punto che alla fine, nonostante i primi due esploratori volontari, una coppia marito e moglie, non fossero tornati, ne mandammo altri due, nel solito periodo o all’incirca lo stesso. Non vedemmo tornare neppure loro. Neanche i seguenti ottantaquattro. Abbiamo perso altri cento volontari, poi pensammo di cambiare periodo, limitandosi a qualche anno oltre il nostro presente, ovvero nel 2076. Niente, ne abbiamo persi altri duecento. Mai più tornati. A quel punto ci siamo limitati a visitare il passato. Due palle così, ma si tratta sempre di scienza e non di fantascienza.”

Finisce che a forza di tirarla, la corda si spezza, è proprio vero.

Lo pensava il gruppo dei saggi nel leggere il foglio che si trovava dentro un contenitore scoperto a tre metri di profondità sotto una delle carrettiere che portano al Mare. C’era stato certo un centro abitato, in quel posto, prima della Totale, e la scoperta archeologica allo stesso tempo era interessante, ma turbava profondamente tutti.
I 188 saggi erano tali perché sapevano cose che altri non sapevano. Arrivati dal passato, avevano scoperto che 2074 una Guerra Totale aveva cancellato la specie umana dalla faccia del pianeta. Duecento sfortunati volontari morirono sul colpo appena apparsi nel 2076 sulla superficie terrestre inabitabile. Gli altri però si trovarono in una situazione in cui il pianeta si presentava di nuovo abitabile. Non era impossibile tornare indietro, si badarono bene di farlo. Solo per un colpo di fortuna la razza umana esisteva ancora e non era il caso di rischiare ancora. I 188 saggi si presero il compito di essere i primitivi da cui partire per ripopolare la terra, ma con l’impegno di parlare solo di amore.
Bruciarono il foglio e distrussero il sito archeologico, esempio mortale da cancellare, come avevano e avrebbero distrutto tutto ciò che riportava a quel passato.

Adesso che so

Ho letto le parole del vento
scritte con la sporcizia dell’Uomo
sull’asfalto fuori stagione

Come uno sciamano improvvisato
comprendevo l’assurdo futuro
in quei ghirigori d’aria

Pezzi di carta e plastiche piegate
fiori perduti e insetti senza vita
ai miei occhi si facevano facile alfabeto

Adesso che so resto in silenzio
attraverso la strada sulle strisce
entro in pasticceria e ordino
un gustoso gelato alla crema