Bellissima

Stavo riordinando lo scaffale dei pomodori pelati quando avvertii una presenza ferma dietro di me.
Sicuramente chiunque fosse necessitava di sapere dov’era la carta igienica o i sorbetti alla cioccolata.
Mi giro e ti vedo un pezzo di ragazza che manda direttamente in pensione il mio poster di Monica Bellucci.
Alta ma non troppo, capelli scuri e lisci di lunghezza media, ben pettinati, due occhi neri che m’hanno sciolto il cuore e due tette che m’hanno sciolto la lampo dei jeans. E le gambe! Tornite che Michelangelo avrebbe dato due martellate alla Pietà per metterci le sue.
Era talmente bella che mi sembrava di averla sempre conosciuta.
Ovviamente non ho emesso alcun suono dalla sorpresa mentre la mia faccia poteva essere presa a demo di demenza senile precoce.
“Ciao.” Lo disse con un sussurro, come una carezza, mi sfiorò come un petalo portato dal vento.
“Eh?”
Ebbene sì, ognuno di noi s’immagina che in certe strane situazioni possa tirare fuori il meglio di se stesso. Se quell’”Eh?” era il meglio di me stesso non stavo messo bene.
“Mi accompagneresti a fare la spesa? Sai, sono un po’ imbranata e sarei felice se tu mi potessi aiutare?”
Nel mio lavoro è un po’ un problema lasciare le disposizioni, ma se mi licenziavano per questa meraviglia della natura, chissenefrega. Un giorno ai miei figli avrei potuto raccontare di aver avuto un contatto ravvicinato con un angelo.
Avevo ancora una cinquantina di scatole da mettere a posto, maledetti pomodori. “Puoi aspettare che finisca di mettere a posto questi?”
“Certo…”
Certo fu il mio impegno a far tutto veloce, e poiché non avevo tempo di spostare lo scatolame misi i pelati tra fagioli, ceci, piselli, insomma feci un po’ di troiaio.
La vidi sorridere e ci manca poco che scivolo e picchio una musata.
“Ora sono solo per Lei (si sentiva proprio la maiuscola)”
“Dai, diamoci del tu”.
Star Wars era meno di fantascienza di quella situazione. Il Poppi, il Matteoni, il Guasti non avrebbero creduto ad una parola, non lo avrei fatto nemmeno io.
“Da dove cominciamo?”
“Dall’inizio.”
Volavo, camminavo leggero lungo gli scaffali e non mi ero mai accorto di quanto fosse stato bello quello squallido supermercato.
Forse era un sogno o forse una bolla di sapone. Ma finché non scoppia è comunque di una bellezza straordinaria.
Una Meraviglia!
“Ma tu veramente non mi riconosci?”
Eccoci, ci doveva essere qualcosa sotto.
“No…” mai vista, come avrei potuto non riconoscerla.
“Ci siamo visti una settimana fa.”
Questa s’è fatta una pera, se fò in tempo prima che le passi l’effetto finisce che ci faccio anche qualcosa.
“Dove?”
“Era un tempo terribile, nevischio e vento forte e gelido. Avevo forato…”
“Sei tu?” e chi la poteva riconoscere, era tutta imbacuccata e fradicia. Poveraccia, non sapeva come fare a spostare l’auto e cambiare la gomma. Mi fermai col furgone di ditta e le cambiai il pneumatico.
“Come hai fatto a trovarmi’”
“So leggere le insegne dei furgoni.”
Ovvio, che stupido. “Non dovevi disturbarti per venire a ringraziarmi”
“Invece sarei felice se tu venissi a casa mia sabato per la cena che ho intenzione di cucinare con queste cose”
Indicò il carrello e poi guardò me. Forse aspettava la mia conferma ma nello sguardo c’era una strana espressione
Ero già a Blade Runner.
“Volentieri”
Non so cosa succederà sabato sera, ma riflettete, gente, riflettete: a far del bene non può esserci che ricompensa.

Sciogliere

Cercavo il bandolo della matassa, ma, al contrario, tutto si era annodato in maniera irreversibile.

Almeno apparentemente.

Giorni passati intrecciati a conseguenze indesiderate, decisioni prese legate a soluzioni inevitabili, azioni rimandate incollate a rimpianti inutili.

Vedevo il groviglio della mia vita talmente complicato da rendermi inquieto e sfiduciato.

Era un giorno di sole che stava finendo e mi trovavo su una spiaggia che si rivolgeva verso ovest. Così, per dire semplicemente che stavo osservando un tramonto, ma adoro complicare anche le cose più semplici e non poteva sorprendere alcuno quella mia caratteristica vitale. Il mare era calmissimo e il leggero frangersi delle onde era una specie di ninna nanna ai miei sensi.

“Oggi è stata un’altra di quelle giornate infernali che hanno il solo compito di volermi impedire la mia gioia più bella…”, mi ha detto Nina quasi facendomi paura, non avendola sentita arrivare, “ma come vedi niente può fermarmi…”

Nina era una signora dall’età inconoscibile (non voleva si sapesse), ma avrei detto sui 90 anni. Ogni tardo pomeriggio percorreva un paio di chilometri di lungo mare, non senza averlo fatto anche la mattina presto. Con il bastone e una andatura claudicante, pareva dovesse cedere e cadere da un momento all’altro. Invece, quella sera, come in ogni altro momento simile,  al rientro mi salutava con un sorriso che mi lasciava sempre una domanda in sospeso.

“Devo chiederti una cosa…” le dissi ritenendo di non dover far passare altro tempo per porre la questione.

“Dimmi pure caro…”. Nina era una persona gentilissima.

“Il segreto della tua serenità… ti andrebbe di svelarmelo?”

Nina mi guardò con un mezzo sorriso.

Rimase in silenzio, come se mancasse una parte della domanda. Rimasi a aspettare, senza dire altro.

“Il segreto è imparare un verbo semplice quanto importante..”

Inarcai le sopracciglia e le chiesi quale fosse. Lei sorrise come a farmi capire quale fosse la parte di domanda mancante.

“Il verbo è sciogliere. Sciogliere i propri dubbi, incertezze, paure, indecisioni; sciogliere, con calma e senza arrendersi mai. Sciogliere anche ciò che appare complicato e irrisolvibile. Ti renderai conto che non poteva che essere a quel modo e le scelte erano quelle giuste. La mia serenità è solo accettarmi.”

Poi se ne andò con un “buona serata” appena sussurrato.

Mia cara Nina, mi è chiaro che sono difettoso. Ho cercato di fare come dicevi tu, ma la matassa è più annodata di prima. Ti sto pensando con uno spritz in mano, adagiato su un divano della terrazza di un grattacielo da dove vedo il globo solare sparire a occidente( si, un aperitivo davanti al tramonto).

Sai una cosa, Nina? Una parte di quello che mi hai detto però l’ho fatta: accettarmi.

Alzo il calice e sotto lo sguardo stranito di una bella bionda bevo alla tua salute.

La triste vita Pino Allu (tratto da una storia vera)

 
Nato agli inizi degli anni sessanta in una famiglia fortemente disagiata, terzo di treallaseconda figli, Pino non avendo potuto studiare non ha mai saputo calcolare quanti fratelli aveva. Ma erano certo tanti se suo padre decise che l’unica salvezza era emigrare a Prato, ridente cittadina (ma solo perché probabilmente aveva una paresi).
Saranno stati quattordici minuti tra il si e il no che la famiglia Allu era arrivata in città, insediandosi in uno scantinato polveroso e pieno di ragnatele di fianco a una gora (un canale dove le aziende scaricavano i gli scarti lavorativi liquidi più inquinanti mai visti sulla terra), che il padre disse a Pino: “ Aaargggghheeeeeaaarrggh???”*
Pino chinò lo sguardo preoccupato.
Il padre continuò: “guruuuuugugreeeaaaahhhhgggrrruuuto!!!”**
Pino colmo di sensi di colpa rispose “hai ragione babbo…” (io l’ho scritto con la acca, ma lui l’ha detto senza).
Il padre terminò con “ccccrrrraaaaaiiiiioooooggghhherrrre!”***
 
*non penserai mica di stare qui senza fare una sega, eh???
** hai già otto anni, ti do du’ giorni per trovarti un lavoro o a calci in culo ti butto in questa gora, vagabondaccio che non sei altro!!!”
***Brutto mostro, figlio illegittimo, sei ancora qui? Vedi di fare veloce che devo trombare la tu’ mamma!
 
Pino comprese allora quanto la povertà fosse brutta,ma senza perdersi d’animo cominciò a cercare lavoro. Capitò in una filatura senza sapere che cosa fosse una filatura, tipo la stragrande maggioranza di chi sta leggendo. Trovò un uomo grasso, lercio e sdentato che gli chiese cosa cazzo volesse. Lui disse lavoro. L’omone di dimensioni spropositate, in particolare nella pancia piena di peli sudati, gli chiese cosa sapeva fare. Pino ci pensò, poi ci ripensò e quando comprese che pensare era una cosa troppo complicata rispose “so dire la formazione dell’Inter!”
“Assunto!” disse l’omone Misclèn e non perché era per l’Inter, ma perché Pino era la persona adatta per un tipo di lavoro che nessuno voleva fare.
Si dice che questa città offrisse lavoro a sfare in special modo a chi sapeva contare fino a tre e non conoscesse le H (appunto).
Fabbriche sotto forma di capannoni di mille dimensioni (dal garage di casa a cattedrali in mattoni rossi di cinquemila metri quadri), come legate da un cordone ombelicale in un preciso processo produttivo, trasformavano la lana appena tosata in tessuti che vestivano mezzo mondo e necessitavano per i vari stadi di lavorazione gente che svolgesse i lavori più umili.
Tra questi c’era il carbonizzo, il tintore, il follatore, il cardatore e molti altri. Ma ve n’era uno che era il più umile di tutti e da come lo era nessuno lo aveva degnato di un nome. Appunto, quello assegnato a Pino
Pino Allu seguì le indicazioni del Capo Filatura (l’omone): 1) sedici ore al giorno e paga dieci lire al giorno e ringrazia che ti si danno visto che ti si insegna un lavoro. 2) Seguire le indicazioni del capo e a ogni sgarrata una serie di schiaffi che quelli del su’ babbo erano carezze per un dieci in pagella (cazzo è la pagella? si domandò Pino).
Ogni giorno gli davano vari colli da quattro quintali l’uno di lana grezza, nylon, cotone, terital e così via che doveva smistare secondo un ordine ben preciso e oliare con dosi di lubrificante al fine che le fibre mescolate potessero essere lavorate al meglio. Alle nove la sera quando usciva di filatura era letteralmente ricoperto di batuffoli di lana, nylon etc e unto come una bruschetta, così da sembrare un mostro notturno.
Ma Pino Allu era orgoglioso di se stesso. A quella età già sosteneva la sua famiglia e nonostante ogni sera s’addormentasse quindici secondi dopo essersi seduto a tavola svegliandosi la mattina alle quattro e senza aver mangiato, era felice.
Così tanto che l’omone dopo un paio di anni in cui l’aveva strizzato come un limone, gli domandò “Ma che cazzo c’hai da ridere?”
Pino si fermò un attimo, corrucciò gli occhi e sembrò pensare. Sembrò, perché la domanda gli parve così difficile che per non passare da grullo non rispose.
Il Capo Filatura (ancora l’omone) non essendo poi proprio un genio, non si domandò come mai non rispondeva, ma decise che Pino era un bell’operaio, di quelli su cui puoi contare e decise che usare il suo nome per il ruolo che svolgeva fosse il giusto premio.
Allu Pino adesso è nella storia.
Dicono sia morto contento.
Allora è bene che cambi il titolo del racconto, togliendo la parola triste e che rifletta sul fatto che l’esistenza è solo un punto di vista

Ser Ciarls e Escvulid (favola per bambini)

Miei cari bambini,

oggi vi racconterò la brevissima storia di Ser Ciarls, che in inglese si scrive Sir Charles ma siccome non si legge come si scrive, rimane Ser Ciarls per tutto il racconto. Questi era il Lord della Contea di Svuingsvuord, che in inglese si scrive Swingsword, che si estendeva a perdita d’occhio, ma per non far diventare cieco nessuno arrivava fino alla fine della Contea… Come? Si, perché altrimenti  avrebbe perso un occhio, bravo!… ora state  in silenzio ed ascoltate cosa successe al povero Lord.

Una donna dai grandi poteri nell’arte della magia, s’innamorò di lui.

Si chiamava Escvulid, che in inglese si scrive Ashwoolead, che non significa niente ed è intraducibile. D’altronde anche Marco cosa significa?

Comunque per dieci lunghissimi giorni Escvulid sconvolse la vita del giovane Ser Ciarls che, dimenticavo, era un bellissimo ragazzo ambito da tutte le Miss, che in inglese si scrive miss, della contea Svuingsvuord.

Fatture, riti magici, liquidi infernali non ebbero alcun effetto su Ser Ciarls e Escvulid non riusciva a capire il perché.

Era talmente disturbata che disintegrò la propria casa con un colpo di bacchetta magica.

Non fece una piega, tanto con un altro colpo di bacchetta magica la rifece pari pari ma in più con l’intonaco rifatto.

Come mai la sua magia non aveva effetto? Escvulid non riusciva proprio a comprendere.

Almeno fino a quando Ser Ciarls non si presentò a casa sua dicendole: “ lei è la donna più bella che abbia mai visto, miss Ashwoolead (proprio come si scrive, miracoli dell’amore…). Vuol diventare mia moglie?”

Ecco svelato l’arcano, nessuna magia poteva aver effetto su Ser Ciarls in quanto lui era già stregato.

Stregato d’amore e dalla bellezza di Escvulid.

La morale, cari bambini?

Prima di cercare strane strade, abbiate fiducia in voi stessi.

Senza titolo (come potrei altrimenti?)

Attaccai il trasformatore dell’alimentatore per ricaricare il PC e questo diventò un millepiedi. Sgranai gli occhi.
“Che ti sorprendi a fare”, disse, “sono o non sono un trasformatore?”
Stavo per riprendermi dalla sorpresa quando il millepiedi cominciò a gridare che aveva fame. Ma urlava forte.
“Hai mille piedi, mica mille stomaci!!!” Controbattei, ma mi toccò sfamarlo: ventuno torte da 12 persone, 90 tris di primi, 38 antipasti da minimo due persone, 121 pizze, 138 bistecche, 231 cocomeri e 8 sorbetti. Totale 1000 e che si levasse tra le palle. Peccato fosse diventato così grosso che nel camminare si incastrò nella Galleria dell’Alta velocità della Val di Susa rendendola inutilizzabile. Diventò il simbolo della protesta di molti e fu fatta anche una statua, mentre nessuno riusciva a toglierlo dalla galleria. Fu in quell’occasione che Assad dovette fare a meno di prendere il treno e rincoglionito per l’inatteso evento, non sapendo cosa fare, cercò di raggiungere la meta a piedi, correndo così veloce ma così veloce che si sfiancò come un deficiente senza raggiungere in tempo l’obiettivo ancora distante duecento chilometri quando il suo giacchetto esplose. Kamikadekazzo, lo chiamarono. A ragione direi.
Assad aveva lasciato un biglietto che nessuno capì (“quando scrive sembra arabo!!!) e tra le righe c’erano anche le colonne (disfunzione del linguaggio chiamata “Ecsel”). Il capo della polizia tedesca, che non conosceva la geografia e si trovava in Italia per pura ignoranza, sequestrò il documento. Lo guardò e ci si pulì il culo durante un attacco di diarrea urlando “campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo”. Quel foglio era il testamento di Hamed a cui Assad aveva prestato tre euro per comprare la penna per scriverlo.
Cazzo c’entra Hamed con Assad?
Niente. Perché, ci deve essere sempre un legame tra le cose?
A volte sì, perché Hamed disse che la penna costava due euro e non gli avevano fatto il resto, che andava come beneficenza ai bambini poveri della Groenlandia.
Ma ai nostri non ci pensate? Chiese Assad.
No! Rispose il cartolaio.
E io vi fò esplodere! Minacciò Assad.
Il tritolo lo vuoi sciolto o in candelotti? Chiese il cartolaio.
Mezzo e mezzo, rispose Assad che per comprarlo fece un finanziamento di 25000 euro a favore di una azienda di armi americana.
Poi sapete come è andata?
Come sarebbe sì???
Non c’è verso!!! Chiedevo di mia sorella, che voleva andare in piscina durante la pausa pranzo ed era senza auto.
Insomma ha fatto l’autostop, che consiste nel fermarsi da sola e bloccarsi come un pezzo di marmo. Uno passando in macchina l’ha vista, si è fermato e ha chiesto cosa aveva.
“Voglia di nuotare!”
“Ah, bello. Ciao!”
E l’ha lasciata lì.
Perché glielo dico sempre a mia sorella: spiegarsi bene, essere diretti.

Girasole

Oggi è stato un caldo bestia, né più né meno degli ultimi giorni di questa estate carbonizzante.

Vicino a casa mia c’è un pezzo di terra coltivabile che tra tutte quelle case sembra un sopravvissuto dopo una guerra atomica. Quest’anno a marzo ci hanno seminato il girasole. Manca ancora un mesetto a che sia pronto per la raccolta e io mi sono fermato a ammirare questo ordinatissimo esercito di fiori grandi come il sole che li attira a est.

Sono ancora con lo sguardo perso in quello spettacolo quando mi sembra di sentire qualcosa di strano.

Un respiro.

Mi giro alla mia sinistra e vedo un bambino, anche lui con lo sguardo perso in quello spettacolo colorato di giallo e arancio.

Adesso non so più cosa guardare, se i girasoli o questo tipetto con gli occhi trasognanti.

Gli chiedo dov’è sua madre, ma mi guarda e non risponde.

Anzi, col dito sul naso mi chiede di far silenzio.

Capito, il piccolo?

Ma son tipo elastico, mi cheto e torno a guardare le piante.

“Sono splendidi, questi fiori…” mi vien di dire così, come a rompere il ghiaccio nemmeno fosse stato Kim Basinger.

“Sono fiori nei fiori e si chiamano capolini…” replica il piccolo con un sorriso.

Meglio tornare a stare zitto.

“Sezione aurea…”

“Come, scusa?”, che ha detto ‘sto bimbetto?

“Sezione aurea… Natura è sorprendente, quando vuole.”

Non capisco cosa dice.

Mi doveva capitare un ragazzino problematico.

“I petali gialli che vedi all’esterno del capolino sono fiori sterili. I fiori all’interno si dispongono secondo la  Sezione Aurea.”

Boh.

“La Sezione Aurea  è il rapporto fra due grandezze disuguali, delle quali la maggiore è medio proporzionale tra la minore e la somma delle due, mentre lo stesso rapporto esiste anche tra la grandezza minore e la loro differenza.”

Eh? Cosa ha detto?

“sai che i fiori interni sono disposti a spirale? Con un ordine ben preciso, lo sai?”

Ma che caspita vuole questo marmocchio?

“Numeri di Fibonacci…”

“Che roba è? Da mangiare?”

“il rapporto tra le spirali orarie e quelle antiorario del Girasole danno successivi numeri di Fibonacci ”

“Ah…stavo a vedere cos’era…”

“… Ovvero una successione ben precisa di numeri naturali.”

“… ovviamente…”

“Capisci vero che Madre Natura  col girasole ha creato un vegetale straordinario, una regola matematica sotto forma di colore e polline? Non è meraviglioso?”

Devo stare in silenzio, devo farcela…

“Impara a guardare le cose oltre i limiti dell’apparenza e dal bello passerai al meraviglioso…”

Eccolo! Il colpo finale. Oh, me l’ha voluto dare!

Mi giro per rispondergli.

Ma non c’è più. Sparito.

Mi guardo attorno, ma niente, chissà come ha fatto a sparire così in fretta e dove è andato.

Guardare oltre l’apparenza… anche un semplice girasole.

Sono tornato a guardarlo per bene.

Dal punto di attacco al punto più alto.

Mi sembra diverso davvero, accidenti.

Alé Viola (Fantascema)

Finalmente è arrivato il giorno.
La Fiorentina dopo i play off, è in finale con la Juventus nella partita che comincerà alla ventottesima diacona del mese Orionico.
Undici contro undici in una sfida dove non ci saranno sopravvissuti, maglie viola e maglie bianco nere si contenderanno il primato come in tempi ormai remoti.
I giocatori sono disposti sul terreno di gioco regolamentare, 65 chilometri di
larghezza e 105 chilometri di lunghezza, mentre con i loro occhi telescopici si scambiano sguardi d’intesa o di odio.
Grande attesa per la prestazione dei grandi campioni bionici presenti in campo.
Nella Juventus tutti aspettano le gesta di Malandri(g)no, alto 2,25 metri, un tappo a confronto dei quattro metri del fiorentino Obelixco, ma furbo come una volpe riesce a
smontare le giunture degli arti inferiori agli avversari durante i transoceanici cross dal corner oppure riesce a gettare sabbia sulle loro centraline neuriniche provocando un cortocircuito definitivo. Il tutto lontano da uno dei 421 arbitri umani, che ovviamente non vedono una mazza.
Nella Fiorentina la curiosità è concentrata su Traversone, assistman… man,
insomma… vabbè, androide ultima generazione che fa passaggi perfetti con lanci di trentanove chilometri e con errore massimo di otto micron.
Altro viola atteso è il potente Legnata, goleador il cui piede di numero 59 in acciaio massiccio e anima in titanio, spara bordate a oltre 870 kmh.
La partita è cominciata.
I ventidue robot corrono continuamente, senza sosta, si rincorrono, si passano il pallone, stop perfetti, ogni volta che fanno un’azione, in otto secondi e 25 centesimi alla media oraria di 2021 kmh ,arrivano alla porta avversaria e fanno gol.
Sempre.
Siamo al trentunesimo palliero del secondo tempo, insomma è la fine della partita e il punteggio è 4000 a 4000. Gli spettatori si son fatti due palle così, ma più che altro sono terrorizzati dagli eventuali rigori. L’ultima volta, dopo il settemilacentoventunesimo rigore fatto, un kamikaze (fatto anch’esso) ha abbracciato il giocatore androide n°5 e si è fatto esplodere, tanto in un campo del genere nessuno se n’è accorto.
Nel frattempo la polizia ha disintegrato 187.554 spettatori lungo gli spalti del campo di gioco dato che osavano esclamare “Olè!” e anche “Alè!”
I più scalmanati persino applaudivano rumorosamente. Inceneriti anche questi. Così, per mantenere l’ordine…
Ma, tornando all’incontro, ecco il colpo di genio, ovviamente viola, col quale la Fiorentina si aggiudica il titolo: il difensore Picchiol’ala agguanta l’unico arbitro che ha il fischietto e, subito dopo un gol viola, a forza di manate metalliche in testa lo costringe a fischiare la fine della partita.
CAMPIONI! CAMPIONI! CAMPIONI!
Adesso i giocatori bionici viola si possono abbracciare in maniera allegra, ma stando attenti all’acqua e alla corrente elettrica anche e soprattutto in ricordo del ventunesimo sostensorio, quando una intera squadra di androidi, troppo vicini tra loro, fu distrutta da un filo scoperto della corrente a 100.000 volts. Fecero uno schianto memorabile.
Adesso anche voi tifosi potete festeggiare, ma uscendo dallo stadio a due per volta tenendosi per mano e vociando piano, ma molto piano la propria gioia.
Non uscite in tre o, come sapete, vi arrestano sospettando una riunione di attivisti.
E vi gettano acido muriatico sulla schiena.