racconto d’inverno

Tira un vento forte. Freddo.
La sciarpa, che ha cura di me più di tanti altri, mi protegge bocca e guance. Ho gli occhi sferzati da lame gelide e piego la testa verso il basso. Un foglio sbatte e si avvinghia alla mia gamba destra. Prendo il foglio e smetto di camminare nei pressi di un lampione che mi aiuta a vedere cosa è scritto su quella pagina strappata. Non ci sono parole, solo il disegno di un bambino o almeno credo visto le forme infantili che ci sono riportate. Lo strappo, forse dovuto al vento stesso, ha diviso una casetta dipinta di verde in due parti e una figura femminile da chissà chi altro.
Metto il foglio in una delle tante tasche del mio giaccone di marca e riprendo a camminare. La luna che ringrazia il vento di averla liberata dall’oscurità, rischiara la ciclabile che sto percorrendo più di quanto non faccia l’illuminazione pubblica. Il fiume, che col suo letto percorre in parallelo il mio cammino, grida la sua crescita pericolosa per gli ultimi intensi giorni di pioggia.
Respiro dentro la sciarpa e ne sento il calore. Aumento la cadenza del mio passo, il mio corpo si riscalda e il vento si dispera della sua inefficacia. In breve tempo giungo alla meta, dove, appena mi vedono, mi chiedono dove ho l’auto, se si è guastata.
Camminare sembra anomalo a quanto pare.
Rispondo, solo per cortesia, che la recupero domani. Decine di facce e di bicchieri colmi di liquidi colorati sono aggruppati attorno a delle piccole stufe all’esterno del locale.
Guardo la luna che mi sembra fare l’occhiolino. La siepe che divide il locale dalla strada è alta circa un metro. Vedo un pezzo di carta e riguardo la luna. Questo? Le chiedo e senza aspettare risposta lo prendo. Lo guardo e non posso crederlo. Tiro fuori dalla tasca il foglio di prima ed è chiaro che combaciano. Li unisco e noto che nel disegno intero oltre la bambina non c’è nessun altro, solo una scritta dentro un sole giallo vivo che dice “è bello vivere!”
Vado al bancone. “Il solito?” mi chiedono. “No, un bicchiere d’acqua.”
Mi disseto con l’origine della vita mentre penso che il vento del tempo farà in modo di farmi ritrovare la parte strappata di me.
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Fumantino

Vomito e diarrea. Febbre intorno ai 38,5° e un po’ di dolore muscolare. Beh, poteva andare peggio e quindi va molto bene.
Mi rigiro inquieto nel letto, ho appena preso una tachipirina e tra un po’ comincerò a sudare come d’estate in Versilia. Mio figlio mi guarda di traverso, arrabbiato come pochi. A dieci anni non si ha la sufficiente capacità critica, non sappiamo comprendere che la vita può presentarsi sotto vesti spiacevoli. Lo guardo e gli dico “Sandro, dai, non aver paura, sono certo che fra due giorni saremo sulla spiaggia a goderci il sole dell’Oceano Indiano.” Ma è impossibile convincerlo e, mandandomi mentalmente a fare in culo, si gira su se stesso e torna in cucina dove lo sento gettarsi tra le braccia di sua madre urlando: “ma quello è sempre malato!!!”
Fumantino come sua madre.
Mi butto sotto le lenzuola, completamente coperto e in quel buio cerco di non sentire niente.
Sempre malato. Beh, non ha torto, povero figliolo: continuamente colpito da tutte le possibili infezioni virali, da tutte le influenze conosciute, passo a letto un settantina di giorni all’anno che mi tengono lontani da tutti coloro che amo escluso mia moglie, la sola che sa di non dover temere e che al contrario rispetta la mia salute cagionevole. A dieci anni abbiamo anche un altro limite, le cose ci sfiorano, passano rapide o persino proprio non le sentiamo. Sandro non può ricordare quando quattro anni fa per me perdere il lavoro significò rischiare la casa, il cibo e la scuola per una famiglia che amavo più di ogni altra cosa. Non può ricordare la disperazione di non trovare un altro lavoro che fosse uno. Quando quel tizio si avvicinò facendomi La Proposta, 10.000 euro al mese netti mi guardai allo specchio e mi dissi che altro posso fare? Forse un giorno, Sandro, potrò spiegarti che sono una cavia per queste aziende farmaceutiche. Che provo per loro i virus creati in laboratorio per poter vendere poi i vaccini. Che vivo nella speranza che siano davvero poco virali e per niente mortali. E, soprattutto, che quello che ho addosso oggi rispetta i sintomi previsti e perciò dovrebbe durare massimo un altro giorno.
Quindi, maledizione, tra due giorni faremo il viaggio che abbiamo prenotato.
Adesso devo dormire e stare al caldo.
Così mi hanno detto di fare.

Tetto

Sono appena entrato nel solaio. Credo siano passati tutti gli anni della mia vita o quasi da quando la nonna mi ci portò l’ultima volta. Così basso che rischio di battere continuamente testate nelle travi che sorreggono il tetto, è un rettangolo di 8 metri per dieci, ricettacolo della più lunga delle malattie umane: quella dei ricordi.
Il pavimento è in legno, scuro e vissuto; una serie incredibile di scatole, scatoline, bauli e scrigni di varie misure sembrano riempire quello spazio infinito immerso in una oscurità che non fa paura.
È quel luogo a cui assegniamo l’arduo compito di portarci fuori da un vero che non ci aggrada. È la porta magica che ci conduce nel mondo dei nostri sogni e delle nostre fantasie.
Non parlo per me. Questo era il rifugio dei miei nonni materni. Ieri il nonno ha raggiunto sua moglie e tra tutte le faccende che seguono la dipartita di una persona, in qualità del più inetto, mi è toccato il compito di verificare l’integrità del tetto di casa dei nonni che sembra avesse delle rotture da cui passava acqua piovana.
Guardo per aria e poi guardo in basso, guardo per aria e poi ancora in basso e così resto. Mi attrae più ciò che si trova sul pavimento. Apro un bauletto rivestito di velluto rosso. Ci trovo decine di foto dei nonni durante i loro viaggi nel mondo dei più sfortunati. Pochi sapevano della loro bontà e del bene che hanno fatto e tra quei pochi anche io. Guardo con malinconia quelle immagini e so che ovunque in quel posto troverei qualcosa che racconta della loro straordinaria vita.
Torno a guardare per aria. Fuori è un piovoso giorno d’autunno e dovrei essere facilitato nel compito assegnatomi. Scruto attentamente il tetto fino a quando trovo la rottura. Aveva ragione il nonno a dire che c’era qualcosa da riparare.
Passa acqua, lentamente, gocciolando.
Quando abbasso lo sguardo sul pavimento nel punto in cui cade la pioggia mi rendo conto che forse quel luogo è davvero magico: vi era nato un fiore dai petali di un rosso intenso che sembrava spuntare dal legno. Cresceva assorbendo quel liquido del cielo. D’un tratto un raggio di sole sembra dare colore al fiore. Probabilmente le nubi si sono diradate liberando l’astro dal grigio della pioggia.
Guardo il tutto, immobile.
Poi esco e vado dai parenti.
“Tutto a posto, il tetto non ha problemi di sorta.”

Rapito

Se non paghi capace ti taglino la fornitura d’acqua. Sarà per questo che quando è accaduto mi stavo grattando il posteriore che mi pizzicava da morire.
 
Insomma, ero lì che mi sfruconavo il sedere come se usassi un frullino tagliaerba quando è apparso il raggio di luce.
 
“Cazzo è??? “ mi son chiesto, ma non ho fatto a tempo a rispondermi che ero già sull’astronave.
 
Alieni, che brutti a quel modo non se l’è immaginati neppure Asimov nel pieno della maturità letteraria, mi hanno rapito per non ho capito bene cosa.
 
All’inizio ho patito le pene dell’inferno, col le mani bloccate e il culo con l’infiammazione, ma poi devo dire che è andato tutto molto meglio.
 
M’hanno lavato, profumato, sfamato, vestito (coi loro vestiti che se m’avessero visto Dolce e Gabbana copiavano subito) e insegnato la loro lingua, anzi no, hanno imparato loro la mia visto che, quando parlavano, io non capivo una sega.
 
E’ stato bello, eh!
 
Solo che gl’erano un po’ ingenui. Allora gli ho insegnato qualche astuzia per sopravvivere, un po’ di furbizie, tipo tirarlo un po’ nel culo agli altri per avere il massimo col minimo sforzo. Sempre grattandomi e anzi con rutti e corregge.
 
Oh, non ne sapevano niente di queste cose.
 
E poi anche il sesso. Si riproducevano, ma l’attrazione era cosa che non conoscevano. Gliel’ho insegnata io. Gl’è garbata così tanto che hanno cominciato a fregarsi il compagno gl’un con gli altri… vabbé, erano alieni che avevano raggiunto l’apice della ragionevole convivenza, ma che palle però!!!
 
Una botta di vita gli ci voleva!!
 
Solo che gl’hanno esagerato… hanno cominciato a pigliarsi a schiaffi… schiaffi per modo di dire, erano senza mani, piedi e zigomi… insomma essendo evoluti hanno preso a tirarsi di laser e loro li hanno potenti i laser…o meglio, li avevano… in un minuto e venti secondi hanno cancellato dal loro pianeta una forma di vita evoluta e millenaria…
 
Ne è rimasto solo uno.
 
Che mi ha riportato sulla terra prima di andare a suicidarsi buttandosi con la sua astronave alla velocità della luce su Vega.
 
Mi ha lasciato perplesso solo la sua ultima frase: “Con tutti quelli che potevamo rapire…” ma non l’ha finita e il senso mi rimarrà oscuro per sempre.
 
Spero mi abbiano riattaccato l’acqua.

Girasole

In effetti fa impressione. Beh, tutta la faccenda mi appare inquietante, non in senso negativo, no, però mi si deve concedere che quello che sto per fare potrebbe essere valutato non bene per quanto mi riguarda.

Comunque, sono davanti a quel campo di girasoli e dietro, a una decina di metri da me, Carletto che mi guarda e fa cenni come a dire “e vai, su, dai!”.

Vedere migliaia di fiori voltati verso il cielo e più precisamente verso l’astro di fuoco e uno solo di essi girato da tutt’altra parte è immagine abbastanza particolare. Lo stesso effetto che aveva fatto a mio figlio Carlo, otto anni, seconda elementare. Se lo dico, se preciso anni e classe frequentata non è tanto per dire, c’è un motivo.

È che Carletto, meravigliato da questa posa non convenzionale di quell’unico fiore, non aveva potuto fare a meno di fare quello che ogni bambino fa con la massima semplicità: chiedere al fiore perché guardava da un’altra parte.

Beh, non è nemmeno questo, il problema, lo è la risposta del girasole: “Guardo la luna!” disse a Carletto.

Il quale continuò un lungo colloquio nel quale il fiore confessò il suo amore per il satellite.

“Ma io so che il sole dà il calore necessario per voi…”

“E’ vero, ma l’amore non è riconoscenza, l’amore non è ricevere ciò che ci serve. L’amore è qualcosa che non è possibile spiegare, è un sentimento molto diverso, al punto di accettare anche solo di guardare ciò che ti è impossibile vivere e a esso donarsi…”

“La luna?”

“Sì, che io guarderò riempiendo la mia corolla della sua pallida luce nei giorni come questo o che io aspetterò nella notte senza che alcuno possa vedere la mia gioia per lei…”

“Ma non è che morirai?” domandò Carletto.

“A tutti capiterà, se non altro lo farò contento.”

Ora va bene che Carletto è un ragazzino intelligente, ma discorsi del genere mi sono sembrati un po’ troppo avanti per lui. Ho cercato di capire chi fosse quella deficiente che poteva avergli fatto certe considerazioni, ma lui parlava convinto del girasole e si è anche un po’ incazzato perché non lo credevo. Allora, gli ho detto, andiamo a vedere questo girasole ed eccomi qui.

Davvero c’è uno solo di loro chiaramente voltato verso questa luna di giorno.

Carletto continua a spingermi a fare quello che mi aveva chiesto. Sono completamente andato perché lo faccio.

“Scusi signor girasole, perché è voltato verso la luna?”

Chiaramente nessuna risposta. Mi volto verso Carletto che chiede che insista.

Insisto. “ Può dire anche a me perché?”

Nessuna risposta, solo una brezza leggera tra le foglie.

Penso che il deficiente sono io e faccio per andarmene.

Due metri e sento dietro di me “L’amo!”

Mi giro.

Non è possibile…

Mi allontano velocemente e quando raggiungo Carletto gli dico che aveva ragione, ma che deve restare un segreto, tra me, lui e il girasole.

Altrimenti ci rinchiudono in un manicomio, ma questo a Carletto non l’ho detto.

Juke Box

Mi piace questa piazza. Santa Maria Novella, si chiama, almeno credo. Perfetta per me. Apro la custodia, tiro fuori la chitarra e subito dopo espongo il cartello “Juke Box. 2 euro per la canzone che volete.”

 

Presumo possa ritenermi fortunato. Credo di non poter pensare diversamente se guardo nel complesso lo svolgersi della mia vita. Certo se dovessi basarmi sul fatto di non sapere chi è mio padre e che mia madre, una ragazzina, è morta quando avevo sei anni lasciandomi solo e senza nessun altro parente, dovrei valutare diversamente il mio destino. In Brasile ce n’erano e ce ne sono tanti, come me. Non solo in Brasile.

 

Il primo che fa la richiesta di solito è anche il più curioso, o almeno lo è certo nella vita: si avvicina quasi sorridendo tra l’imbarazzato e l’orgoglio del suo coraggio e chiede cosa significa il cartello. Nell’italiano stentato che posseggo gli dico che può chiedere una canzone qualunque e io la suonerò. Come sempre il primo, che crede di essere un tipo ganzo, pensa bene di chiedermi una canzone quasi sconosciuta, così per mettermi in difficoltà e farmi fare una brutta figura. Dovrei dirgli che non è poi originale in questo suo atteggiamento, ma lascio correre. Mi chiede se conosco “Sei come il mare “ di Stefano Zarfati. Gli rispondo di sì e inizio. Non canto, faccio schifo come voce, ma le mie mani si muovono in un arrangiamento che avrebbe fatto invidia all’autore. Devo dire che la canzone proprio non mi piace, ma capisco che era solo una scelta per mettermi in difficoltà.

 

Sopravvivere e crescere era stato di per sé un miracolo, senza nessuno che davvero si prendesse cura di me. Sarà per questo che non feci nessuna resistenza quando un tipo alto e secco mi prese per mano e mi portò via dalla favela quando avevo undici anni. Prometteva una vita bella e felice in cambio di un lavoro poco faticoso e piacevole. Solo un ragazzino stanco e bisognoso avrebbe potuto crederlo. Io e molti altri come me. Mi portò in aereo, che io avevo visto solo da terra immergersi tra le nuvole e nei miei sogni e invece in quel momento era vero e vi ero sopra. Fu un viaggio lungo, verso un luogo che non ho mai capito quale fosse.

 

Il secondo di solito, fa meno il ganzo. Vista l’abilità che ho con lo strumento pensa bene di spendere al meglio i due euro e mi chiede un brano di Santana, Black Magic Woman. Questa è certo più conosciuta, ma senza spartito gli sparo un assolo che fa strabuzzare gli occhi non solo al richiedente, ma a tutti quelli che si erano fermati intorno a me. Le mie dita si muovono veloci e la musica si diffonde come un fluido benefico nelle orecchie di chi ascolta. Appena finita l’interpretazione l’applauso parte quasi timido di non essere abbastanza intenso per l’emozione ricevuta. Giunge il terzo ragazzo con due euro e mi chiede “Hotel California”. Gli sorrido e gli chiedo se la vuole classica o a modo mio. Non ci pensa un attimo e chiede la mia interpretazione. Alla fine ha le lacrime agli occhi, come avesse assistito a qualcosa di eccezionale.

 

Lo stabile dove andai a vivere coatto per quattro anni era stato costruito tra le cime di una catena montuosa quasi insormontabile e impossibili da lasciare. Non a caso era lì visto il suo fine. Eravamo tanti e di varie età con un unico comune denominatore: eravamo soli al mondo. Lì per lì ero felice di aver abbandonato un luogo che mi avrebbe ucciso molto presto, ma iniziai ad avere strani sospetti quando mi impedirono di avere contatti con gli altri che si trovavano in quel luogo. Poi avvennero cose che mi turbarono: mi sottoposero a visite e controlli, mi fecero test attitudinali e fisici. Poi iniziò quella che chiamavano “terapia”: mi legavano a una poltrona e con attrezzi strani attorno al mio cranio, bombardavano il mio cervello con non so ancora cosa.

 

La folla è triplicata, ma ormai non è una novità per me. Non me ne vanto, chiaramente, ma devo sostenermi in qualche modo e questo è il più semplice per me. Pericoloso, ma semplice. Sono alla nona richiesta e alla decima cambio posto. Devo farlo per non dare vantaggi ai miei inseguitori. La ragazza, bellissima mi chiede l’assolo di “Firth of Fifth” dei Genesis e io le regalo una interpretazione che lei riprende col telefonino in un video che avrà un successo clamoroso su YouTube e firmando forse la mia condanna. Ma detto tra noi, chi se ne importa.

 

Vivere in una favela ti cresce a dismisura rispetto alla propria età. Col tempo capii che c’era qualcosa di terribile in quel luogo. Qui torno alla affermazione di essere in fin dei conti fortunato. Fortunato di essere stato scelto per un esperimento di condizionamento mentale, per l’esattezza il trasferimento di dati e di conoscenza musicale e abilità motoria. Fortunato per aver superato al meglio questa violenza fisica, cosa che non è accaduta a molti altri presenti. Sottoposti a utilizzo di farmaci per la cura di malattie o a esperimenti atti a verificare la resistenza umana, avevano avuto un destino assai meno benevolo. Avevo cercato di incontrarmi con quei miei compagni di sventura, ma la rete di sicurezza era potente, anche perché era una organizzazione che godeva della protezione di tutti i potenti del mondo. “Il sacrificio di pochi, per il meglio di tutti”, sentii dire per caso a un paio di visitatori ben vestiti. La favela mi aveva insegnato molte cose, tra cui scappare. Nessuna montagna mi avrebbe fermato o ucciso. Scappai.

 

Finito l’assolo di The Wall, ho chiuso velocemente la chitarra nella custodia. Mi sembra di vedere facce poco raccomandabili e vado via con una rapidità che sconcerta gli spettatori delusi di non poter sentire altro suonato in maniera così eccezionale. Non è merito mio, ho pensato, e vi farei schifo se sapeste il perché sono così bravo.  So che mi cercano e non per farmi vivere. Tra un’ora ho un appuntamento con uno che conduce una trasmissione televisiva e credo che sarà lieto di ascoltare certe rivelazioni. Sempre io riesca a vivere ancora per un’ora.

 

 

 

 

Orologio

Seduto sulla panchina della fermata dell’autobus guardava il sorgere del sole. Una giovane cinese stava timidamente in piedi a un paio di metri da lui.

Non era riuscito a dormire e aveva deciso di vestirsi, prendere alcune cose e uscire di casa quando ancora la notte non aveva finito di salutare e adesso era lì alla fermata in attesa del 166.

Guardò l’orologio. Alzò la testa e vide il arrivare il bus.

Montò senza salutare alcuno, nemmeno la giovane orientale. Rimase in piedi nel corridoio centrale del veicolo fino a quando non pigiò il pulsante della fermata prenotata. Scese e guardò l’orologio. Si girò intorno, poi si diresse all’interno della stazione ferroviaria. Fece un biglietto alle macchine automatiche e andò ai binari ad aspettare il treno. C’erano decine di pendolari, alcuni silenziosi, altri parlavano sottovoce, ma tutti in ossequioso rispetto del faticoso inizio giornata.

Arrivò il treno e senza dare precedenza ad alcuno, montò su uno dei vagoni, corse a sedere su uno dei pochissimi posti liberi e appoggiando la testa a un finestrino, chiuse gli occhi. Passarono quasi tre ore. Scese all’ultima fermata del treno anche grazie a uno scossone del capotreno che lo svegliò dal torpore dei suoi pensieri. Senza ringraziare o scusarsi scese dal treno e guardò l’orologio. Uscì dalla stazione, prese un taxi, scrisse su di un foglio la destinazione e richiuse ancora gli occhi.

Giunto all’aeroporto pagò il tassista e senza aspettare il resto entrò. Guardò l’orologio e poi si diresse alla biglietteria. Al suo turno scrisse la destinazione, se c’era posto e a che ora la partenza. Lo presero per muto e la commessa rispose gentilmente alle sue domande. Le dette il passaporto, pagò con la carta di credito e senza salutare prese il biglietto per andare su una poltrona ad aspettare il check-in.

Guardò l’orologio quando era il momento dell’imbarco. In aereo aveva il posto vicino al finestrino, ma tenne aperti gli occhi solo per un attimo, quando le nubi si fecero distesa bianca verso l’infinito.

Giunto a destinazione varie ore dopo, guardò l’orologio. Superò la dogana, unico senza bagaglio, o forse era quello con il più pesante, e si guardò attorno.

Comprese di essere nel luogo giusto. Un tizio chiese se avesse bisogno di essere portato da qualche parte. Aveva un carretto tirato da un cavallo malfermo ed era il mezzo di trasporto perfetto. Gli rispose di si.

Passarono circa un’ora e mezza prima che scendesse dal carretto. Guardò il paesaggio. Nessuna smorfia sul viso che indicasse una certa emozione.

Guardò l’orologio, ma per l’ultima volta. Se lo tolse dal polso e lo dette al tizio in pagamento del passaggio. L’altro sgranò gli occhi non avendo mai ricevuto in vita sua una cosa preziosa a quel modo e ringraziò e ringraziò e ancora ringraziava mentre lui si girava e si allontanava senza dire niente.

Strappò tutto quello che aveva, passaporto, patente, carta di credito sotterrandoli vicino a un albero che non aveva mai visto prima e al quale si appoggiò. Chiuse gli occhi, ma stavolta dormì.

Il giorno dopo sarebbe rinato.