Le recensioni cinematografi’e di Macchinadelpopolo: THE SHAPE OF WATER

Le recensioni cinematografi’e del Torracchi:
THE SHAPE OF WATER

Ieri sera, a fronte di una settimana segnata dallo sbriciolamento lavorativo degli zebedei, ho dedicato la sera a una delle mia passioni peggio riuscite: la recensione cinematografica.
Questa si manifesta in un secchio di popcorn (con pagamento dilazionato in sei mesi al 9,5% di TAN, ma con un centilitro di cocacola compresa nel prezzo) e un posto in seconda fila proprio sotto lo schermo gigante che per vederlo tutto si deve girare la testa di 180 gradi (ma sembra d’essere dentro il film).
“The shape of water”, la forma dell’acqua: il film di Guillermo del Toro m’attizzava parecchio, piucchealtro perché dopo aver visto il “labirinto del fauno” ero curioso di vedere cosa tirava fuori. La trama sembrava fatta apposta per me, poiché pare voler dire che anche i mostri trombano.
Il filme ha preso inizio con una che la s’alza dal letto la mattina, la s’ignuda, l’entra in vasca e la comincia a toccarsi come una ninfomane, al che mi sono alzato pensando d’aver sbagliato sala. La mi’ signora, già sfavata perché l’avevo costretta a vedere questo cine, la m’ha agganciato per la giacca e la m’ha sbatacchiato giù sulla poltrona. Dopo di che , zitto che sennò prendevo una scarica di legnate, me lo son gustato tutto in quella fotografia e scenografia bellissima tipica di Del Toro.

Una metafora riuscitissima dove da buon messicano, il regista ha espresso in maniera poetica quanto segue:
1) Gli statunitensi sono idioti e teste di cazzo
2) I sovietici sono idioti e teste di cazzo
3) Rivela perché il sesso maschile viene chiamato anguilla
4) L’amore non ha limiti

Se credete che vi racconti qualcosa del film, avete sbagliato uscio. Prendete le vostre gambette, pagate il biglietto e ve lo guardate.
A me è garbato.

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Quando capita di parlare di te

Quando capita di parlare di te

fermo ogni cosa attorno a me

è un momento inatteso

perché raramente mi va di farlo

ma quando accade è inutile

resistere a questo evento e allora

chiedo la magia che merita

chiedo attenzione al colloquio

chiedo il silenzio di parole inutili

chiedo di svelarmi ciò che non so

e io ascolto, mi sorprendo e chiedo

per sapere ancora di più

più di quello che io ho imparato

più di quello ho ricevuto

più di quello che io ti ho dato

e se anche una sola parola

graffiasse il tuo ricordo

risponderei incazzato a chi la dice

nella comprensibile incomprensione

di chi mi parla di te

 

 

Ci si attacca alla vita…

Ci si attacca alla vita e meno si pensa e più lo si fa.

Lui pensava troppo ed era una affermazione preoccupante fosse stata vera.
Guardava la strada correre da dentro la sua auto, riscaldata da un climatizzatore elettronico trizona. La temperatura esterna segnava -2 e si chiedeva cosa sarebbe accaduto se, oltre all’auto, non avesse avuto neppure casa e luogo dove andare. Si vedeva sperduto lungo strade inospitali, intirizzito e con le labbra fredde, senza una dimora dove dormire e la disperazione che si faceva il sentimento più potente.

Piccola fila ad una rotonda. A passo d’uomo. Abbastanza lenta per continuare a pensare troppo.

In gabbia. Si sentiva prigioniero del mondo che lo circondava e che lo aveva messo nella gabbia dorata di una vita comoda in cambio dell’anima. Sapeva che cambiare significava rischiare, passare da un gradevole scalda sonno ad un possibile ponte. Poteva anche sopportarlo, ma non era solo. Sapeva che non era un pensiero esagerato.

Cinque minuti e era arrivato a casa. Parcheggiando davanti al piccolo condominio, era sceso e aveva suonato il campanello. Il maggiore dei suoi tre figli, vedendolo al videocitofono, gli aveva detto “ma hai dimenticato le chiavi anche oggi???”. “Sì”, ma sapeva di mentire, aveva solo voglia di sentire la sua voce. Una stupidaggine, lo avrebbe incontrato pochi attimi dopo, ma perché rinunciare se lo desiderava? Salendo le scale, aveva raccattato una busta postale probabilmente perduta da quella dell’appartamento di fronte. Prima di entrare in casa aveva suonato alla proprietaria della lettera, restituendola. Poi era entrato a casa. Calda. La tavola apparecchiata. Un buon profumo e molti piatti pieni di cibo. Ecco il dare e l’avere, aveva pensato, togliendosi il giaccone e sedendosi al suo posto.

Il domani uguale allo ieri, è sempre un domani? Certe domande, si era detto, vengono a pensare troppo.

il mio parlare al niente

Tralascio la parole che ho nel cuore
mi limito a quelle che traduce il respiro
in suoni troppo spesso inutili
eppure per quanto distragga la mia mente
sfrontatamente parlano di te
mi serro la bocca con le mani
ma non ne fermo l’uscita
e chiedo perdono

Osservo la strada bagnata di pioggia
disegnata dalle luci di auto anonime
incrocio una ragazzina per mano al suo lui
che ridono al mio parlare al niente
e prego che questa pazzia
non faccia parte di loro, mai

A notte fonda

Era stanco.
Si era appoggiato al vetro della finestra a guardare le poche ombre che attraversavano la semioscurità della strada e pensava che sarebbe stato utile essere come loro: vivere l’attimo di luce e morirci dentro. La realtà era ben diversa e guardò sua madre distesa addormentata sul letto, coperta da un piumone che pareva carezzarla caritatevolmente.
Il sentimento della tenerezza a volte prende pieghe che nessuno può distendere, pieghe dove perdersi prendendo per mano chi non sa più camminare da solo.
Lei russava da far vibrare il telaio del letto, ma nella incomprensibile lettura della vita gli parve una sinfonia piacevole e quasi naturale.
Attento a fare meno rumore possibile, chiuse lo scuretto della finestra e tirò la tenda a fiori. Si mise il giaccone a trequarti e salutò sua madre con un movimento impercettibile degli occhi.
Tornando a casa, cercò la luna in un cielo che da una settimana gettava le sue lacrime su una terra ancor più triste di lui e non la trovò.
C’è poca poesia in questo mondo, dovessimo guardare al vero. Se lo disse come chi non ha aspettative di alcun genere.
Giunto a casa parcheggiò. Restò fermo un paio di minuti dentro l’auto poi scese a salì le scale del condominio. Era notte fonda e il silenzio imperava nella luce gialla della illuminazione del palazzo.
Aprì delicatamente la porta di casa e si fiondò a letto. Si distese sul fianco destro e si addormentò.
Iniziò a russare da far vibrare il telaio del letto.
In qualcosa doveva pur assomigliare a sua madre.

Buca 15

 

Stavo per infilare la palla nella buca numero 14 quando un fulmine cadde a sedici chilometri da me su un abete incendiandolo. Io ero al Minigolf di Cerbottara, l’abete invece era sul fianco sinistro del Massiccio di Sendera alla quota di 1.188 metri e 30 centimetri.

La palla centrò la buca 14. L’abete in dodici minuti si carbonizzò.

Raccolsi la palla nella buca e mi avviai alla 15. Aveva un percorso arzigogolato con tre salite e relative discese, una specie di laghetto e una strettoia che portava al green di cemento dove si trovava la buca 15.

 

L’abete non era solo. L’Abetaia del Massiccio era una delle cose più belle che Madre Natura aveva regalato agli Uomini seppur non lo meritassero. Aveva la forma di un cuore verde di 338 ettari e chi usciva dal mare  vedeva quell’opera divina svettare a una ventina di chilometri riservando allo sguardo meravigliato il simbolo dell’amore e un fremito di benessere. In quella sera d’estate, i più attenti avrebbero visto il rossore di un fuoco lontano ferire quel cuore nel punto più a centrale.

 

Mia figlia rideva. Era  già alla buca 17, a meno 1 dalla vittoria. Mi guardava mentre rincoglionito ero al terzo tentativo di superare quelle cazzo di montagnole della buca 15 senza nemmeno avvicinarmi al riuscire, lei che in un tiro ce l’aveva fatta. Stavo per farle comprende che il ruolo padre/figlia non impedisce di dare mazzate educative nella capoccia, quando mi suonò il telefono. “Uai-em-si-eiiiii, lalalalala, uai-em-si-eiiiii…” gracchiava la suoneria con mia figlia che mi guardava di traverso mimando il rintronato che sono. Due minuti dopo, l’ho lasciata col suo fidanzatino a sega per andare rapido in caserma. Sei minuti per arrivare, quattro per vestirmi, ventiquattro per giungere all’incendio.

La luna si era rifatta viva e, liberata dalle nubi di quel temporale estivo,  illuminava il cuore verde che bruciava. Con solo quattro autobotti, però, tutto risultò inutile. Del cuore restò solo la macchia scura di cenere a marchiare la superficie del Massiccio.

Sono passati sette giorni e sto tentando nuovamente la buca 15. Alzo la testa e vedo la mia più grande e dolorosa sconfitta da pompiere. Tiro e manco la pallina. Dal mare si ha l’impressione che dell’amore non sia rimasto che un ricordo e sono ancora circondato dalle lacrime degli adolescenti innamorati sconvolti dall’incendio. Allora mi concentro, tento ancora il tiro e stavolta la pallina acquista una traiettoria anomala. Anomala per me, s’intende. Infatti finisce in buca con un solo colpo. Mia figlia sgrana gli occhi.

Io la guardo e le sorrido: “Mia cara, la vita è fatta così: quando tutto sembra più brutto, comprendi che devi solo continuare a crederci.”