Il gioco più bello

Il 6 maggio era per tutto il mondo un normale mercoledì, anche per me lo sarebbe dovuto essere. C’era un solicello primaverile, di quelli di cui si nutrono i fiori in questo periodo per regalare fertilità, la cosa più bella che la Natura possa esprimere. Peccato che esistano anche gli aspetti negativi nella vita e io ero uno di quelli. Quando sono uscito dalla sala slot saranno state le diciassette, più o meno a sentire chi mi ha soccorso. Avevo perso tutto, ma davvero tutto: risparmi, casa, onore, famiglia. Alla lista mancava la salute, ma se ho detto “tutto” è perché in quel momento ho perso anche lei.
In realtà non era proprio a quel modo. Non avevo perso chi mi aveva sposato. Come una martire o semplicemente come una folle innamorata di un destino avverso, non mi ha lasciato mai solo accompagnandomi in questo tragitto di dolorosa guarigione.
“Tira, dai!”
Guardo Giulia con occhiata di sfida. Con la mano sinistra tengo il pallone di cuoio con i disegni del mondiale del Brasile 2014. Lo alzo e poi lo lascio andare per colpirlo con il piede sinistro. Parte un tiro preciso che si infila all’incrocio sinistro dei pali della piccola rete difesa da Giulia che esce sconfitta 10 gol a 9 parate. Esulto come un deficiente e mi ribalto dalla carrozzina. Mia moglie smette di ridere e mi soccorre impaurita, mentre io continuo a ridere e a prenderla per il culo per la straordinaria vittoria. Le porgo la mano sinistra e l’aiuto a rialzarmi. Mi spolvera i vestiti dalla terra che si era attaccata cadendo. Lo fa con gentilezza.
“Domani ti concedo la rivincita!” le dico quasi come fosse un ringraziamento per le sue attenzioni.
Ci conosciamo da quando avevamo nove anni. Le nostre famiglie si trovarono ad abitare vicine e fu l’inizio di questa nostra lunghissima amicizia, perché è proprio una profonda amicizia quella che ci lega oggi. Parlare di amore non sarebbe esatto e solo per colpa mia. Con lei ridevo, scherzavo, giocavo. A nascondino, a acchiappino, a pallavolo, a calcio, a tutto quello che si poteva considerare un gioco. L’avevo convinta persino a fare la collezione delle figurine Panini e a giocarcele a muriella. Lei era più divertente di tutti i maschi che conoscevo e non potevo più fare a meno di lei: sapeva giocare e divertirmi.
Lei si innamorò di me, anche io di lei, credo, seppure a modo mio perché il mio vero amore era il gioco che crescendo prese una forma diversa. Si fece malattia. Fino all’ictus.
“Me la devi, la rivincita!” minacciò, Giulia.
“Solo se stasera me la dai tu a Monopoli!”
“Ti brucia aver perso? Una volta per uno!”
È straordinariamente attraente, semplice come i giochi più belli.
“No, non mi brucia… con te ho imparato che nel gioco più bello non si perde né si vince”
“E quale sarebbe?”
“Farti sorridere…”

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Lento

Se ti trovi alla stazione troppo in anticipo, sprovvisto di un qualcosa che ti piaccia leggere a te che il telefonino ispira solo odio, ti rendi conto di una cosa: il tempo a volte scorre troppo lento.
Manca un’ora. Il brulicare sonoro dei mille e mille viaggiatori che affollano questo luogo si fa brusio fastidioso in quel suo essere incomprensibile.
Sarà che è irrequieto e impaziente, ma si rende conto di comportarsi scioccamente, non può passare questa attesa in questo modo sofferente.
Si siede su una panchina. È libero un solo posto, ma è più che sufficiente. Si mette di fianco a un enorme negro, fatto di muscoli scolpiti e sguardo profondo, del quale non riesce a individuare subito la nazionalità. Prende almeno due posti e alla sua sinistra c’è una donna, probabilmente sua moglie.
Si parlano e comprende che sono di provenienza africana. Raddrizza la schiena per allungare i muscoli del collo. Osserva il gigante tenere in collo una bambina che avrà circa due anni e con la quale ride, scherza e parla con una dolcezza che mi ricorda subito quanto l’apparenza inganni. Non l’avrebbe mai detto che fosse a quel modo. La bambina ride sguaiata, una espressione così rara di felicità che non può non pensare di paragonarla un po’ a quello che sarebbe successo a lui tra un po’. Almeno spera.
Con occhi e spirito diverso, si mette a guardare il mondo circostante e la gente che ne fa parte. La stazione di una grande città se sei attento ti regala tutta la fauna di questo mondo. Angeli e diavoli, bianchi e neri, allegri e disperati, ogni sorta di caratterista prevista nella specie umana. Il tempo, però, passa ugualmente lento. Guarda il binario 6 con una ansia che divora ogni suo pensiero. Si dà due manate sopra la testa, come per svegliarsi, ma era solo per scrollarsi da questa inquietudine. Respira profondo mentre il negro di dimensioni ciclopiche si alza per andare al binario 9, direzione Roma. La bambina, anche lei nerissima, lo guarda. Sarà proprio per questo che il sorriso che gli fa si fa luce accecante su fondo buio. La saluta timidamente, temendo reazioni isteriche (e mortali) del padre.
Mancano venti minuti.
Sul binario 5 arriva un regionale. Si aprono le porte e scende una fiumana di gente. Piano piano, tutti si dirigono verso l’uscita e solo allora si accorge di un anziano che davanti alla porta aperta di un vagone si guardava preoccupato a destra e sinistra. Osserva meglio e comprende il perché. si alza rapidamente dalla panchina e corre verso di lui. “Le do una mano io…” gli dice e l’aiuta a far scendere la carrozzina con sua, credo, moglie.
Lo ringrazia e si rammarica di non poter dimostrare diversamente la sua gratitudine.
Gli sorride dicendogli che era un dovere e lo saluta, per non imbarazzarlo oltre.
Nel tornare dove si trovava prima, “Mi hanno fregato il posto sulla panchina, maledizione…” pensa.
In piedi, passa un altro quarto d’ora respirando e ricordando. In certi momenti non si può far altro, ma che pena questo tempo che scorre così lento.
Ore 09,37, binario 6. Preciso, spaccando il secondo, arriva il treno.
La motrice si avvicina alla fine del binario con una velocità snervante, poi si ferma e apre le porte. Il cuore batte a mille, ma la vede subito.
Il biondo nella luce della mattina sembra un’aureola divina. Le cammina incontro alla velocità di un podista olimpico.
Avvicinandosi, gli viene quasi da piangere nel mettere a fuoco la bellezza del suo viso.
L’abbraccia, la bacia, si abbracciano e si baciano.
E ancora si baciano e si abbracciano.
Dopo un po’, lei si stacca e gli dice civettuola: “Ciao… è da cinque minuti che siamo qui… non vuoi portarmi da nessuna parte?”
Lui quasi sviene al timbro della sua voce, immagina la gioia di quel giorno e le risponde: “Cinque minuti? Di già? Ma come caspita corre veloce il tempo???”

I casi del commissario Cresti

Oggi ho ascoltato al TG una madre disperata. Non sono lettore di gialli o polizieschi, ma a volte scrivo su casi che sono più un problema di coscienza che altro… stasera, ripensando a quella madre, ho scritto questo. Posto insieme gli altri due sul mio buon Commissario Cresti…
 
Un altro caso del commissario Cresti
 
Fin troppo facile.
Un caso che si era risolto con una facilità incredibile, o meglio che si stava risolvendo visto che ormai aveva individuato il colpevole.
Che era lì, davanti a lui, ne era certo. Aveva i capelli corti, sul rossiccio, gli occhi piccoli e disegnati da una tristezza infinita, le mani troppo rugose e dalle dita corte e tozze. Non era proprio una bellezza, ma una donna certo ferma nei propositi.
L’aveva convocata e lei si era presentata senza avvocato. L’avevano accompagnata nel suo ufficio e con una stretta di mano potente si erano scambiati i nomi.
Niente altro, da quel momento. Erano passati almeno un minuto e mezzo senza dirsi altro, una eternità. Poi Cresti decise di iniziare un interrogatorio senza avvertirla che sarebbe stato meglio per lei avere lì un legale.
“Sa perché l’ho convocata qui, Signora?”
“No. Sono qui proprio perché sono curiosa di saperlo.”
“Relativamente al caso dei 6 ragazzi morti in circostanze variamente delittuose, ho bisogno di farle alcune domande…”
“Non vedo in che modo posso aiutarla” affermò la donna che aveva lo sguardo fisso sul Cristo in croce attaccato alla parete dietro il commissario.
La brezza estiva muoveva le tende a righe bianche e verdi che eleganti adornavano le finestre ancor più antiche della mobilia dell’ufficio.
“Io invece credo che lei lo possa fare…”
Lo sguardo tra i due tornò a farsi contatto visivo. Lei ebbe un moto di sorriso.
“In che modo, commissario?”
“Per esempio, cercando di ricordare dove si trovava la sera dei sei giorni in cui sono stati uccisi i sei ragazzi.”
La donna lo guardò senza cambiare espressione. “Sapevo che si erano suicidati.”
“Le lettere lasciate dai sei sembrano raccontare questo, non fosse altro che sono state chiaramente estorte.”
“Lei crede sia così?” disse la donna mostrando una smorfia quasi impercettibile.
“Ne sono certo!”
“Quindi mi vuol dire che ritiene quelle lettere estorte e che esiste un colpevole della loro morte.”
“Sì…”
“Avrei dovuto conoscerla molto tempo fa…” disse la donna che iniziava ad accusare l’emozione.
“Per quale motivo?” le chiese Cresti.
“Sa, un paio di anni fa mio figlio scrisse una lettera dove confessava il suo dolore nel non accettarsi per quel che era (anche grazie alla cattiveria dei suoi compagni di classe, aggiungo io), si vedeva brutto e quegli “amici” lo sotterravano di cattiverie e insulti. Una lettera che alla fine si rivelò quello che temevo fosse: un addio. Mio figlio si suicidò gettandosi da un ponte. Nessuno, commissario, ha pensato, come ha fatto lei adesso, che quella lettera fosse stata in realtà estorta e che mio figlio fosse stato assassinato da quei maledetti bulli. Da allora io ho chiuso le porte al mondo e mi sono esiliata nel nulla in attesa di morire, quando Nostro Signore lo vorrà…”
Cresti rimase un attimo in silenzio, poi insisté: “ Risponda alla mia domanda: dove si trovava le sere della morte di quei ragazzi?”
“Dovrà chiederlo davanti al mio avvocato.”
Il Commissario Cresti sapeva bene che la donna non aveva scampo e le disse “Va bene, lo contatterò.”
“Sa una cosa, commissario? Qualunque cosa succeda adesso, il mio esilio resta tale.”
La donna lo salutò e uscì dall’ufficio.
La vendetta è una brutta bestia, pensò Cresti mentre guardava dalla finestra al secondo piano la signora raggiungere un uomo in carrozzina e con lui avviarsi verso il lungo fiume.
Il tardo pomeriggio iniziava a allungare le ombre mentre un tramonto di tonalità rosso/arancio dipingeva l’universo. Cresti decise che era l’ora di tornare a casa. Si mise la giacca e si avviò per uscire.
Si trovò a passare davanti al piccolo specchio che si trovava nel suo ufficio e guardandosi si fece mille domande sull’evidente assenza di bellezza.
 
Un caso del commissario Cresti
 
Quando fu chiamato in portineria dall’appuntato Sardelli, il commissario Cresti si scusò col suo ospite.
“Abbia pazienza, torno fra un attimo”.
L’uomo, rimasto solo, cominciò a guardarsi attorno.
Era un ufficio modesto, la mobilia era vecchia e di qualità scadente. La foto di rito del Presidente della Repubblica, una scrivania zeppa di fogli e un computer obsoleto, un quadretto che vedeva dal retro e che probabilmente riportava la foto di qualche famigliare.
Anche l’odore sapeva di stantio.
La porta si riaprì all’improvviso.
“Mi scusi di nuovo – esclamò il commissario Cresti – Allora veniamo a noi. Ho chiesto di non essere disturbati così potrò parlare con lei tranquillamente e liberarla velocemente”.
“Non c’è alcun problema”. La voce dell’uomo era serena e dimostrava tutta la sua disponibilità.
“ Allora, signor Verdi, io l’ho chiamata perché stiamo conducendo una inchiesta molto importante. So benissimo la disgrazia che le è capitata e la cosa mi crea molto imbarazzo. Ma sono sicuro che lei capirà i motivi per i quali mi sono permesso di disturbarla”.
Cresti si fermò un attimo, lo faceva sempre. Cercava di valutare le reazioni.
L’ uomo non fece una piega, “Mi dica”.
“Il killer delle scuole. Ventuno vittime in sei mesi, in varie parti d’Italia. Conosce la vicenda?… Vedo che annuisce. Ci sono vari commissariati impegnati in queste indagini e solo da poco abbiamo capito che si tratta della solita persona.”
“Davvero?” fece sorpreso l’uomo.
“Ne siamo certi. Anche se per un po’ è riuscito a sviare le nostre indagini usando vari metodi per uccidere le sue vittime, non poteva però evitare che io arrivassi a collegare il fatto che erano tutti spacciatori.”
“Ah…”
Il Verdi si fece scuro in volto.
Per un attimo rivide la sua Laura.
“ Ed io come posso aiutarla?” chiese a Cresti.
“Se devo esserle onesto, non lo so neppure io. È che ho pensato potesse essere d’aiuto parlare con persone che hanno avuto esperienze come la sua.”
“Mi permetta, in che modo?”
“Vede, io sono quasi certo che il killer agisca a pagamento, dietro la richiesta di qualcuno che ha subito una perdita terribile a causa della droga. Oppure che il killer sia proprio quel qualcuno.
Ma ho bisogno di parlare con persone come lei per capire quanto sia grande il dolore e se esso può spingere a questi gesti.”
Roberto Verdi guardò Cresti con l’espressione di un uomo stanco.
“Posso vedere il portafoto che ha sulla scrivania?”
“Certo” il commissario glielo porse.
L’uomo sorrise, un sorriso delicato.
“Lei ha un bellissimo bambino. Lo porta lei a scuola la mattina?”
“Sì” Cresti sapeva già dove voleva arrivare. Quello che non sapeva è che l’altro si sarebbe alzato e preso per un braccio gli avrebbe detto “Andiamo fuori a prendere una boccata d’aria”.
Uscirono dal commissariato. Subito fuori c’era un piccolo parco con delle panchine.
“Sediamoci lì.
Ci sono i tigli, senta che profumo intenso.
Sa che mia figlia negli ultimi tempi non sentiva più nessun profumo?
È strano come nella nostra esistenza ci figuriamo il nostro futuro, pieno di speranze e di paure, e di quanto poi quello che avviene davvero sia così diverso. Io non mi sarei mai aspettato di vedere la vita di mia figlia lentamente cancellata da quella gomma che è la droga.”
Cresti ascoltava in silenzio.
“Non importa che le dica quanto amassi mia figlia, anche lei è un padre. Quando chiuse gli occhi per sempre si è spento anche il mio mondo. Sto camminando nel buio, cieco di dolore.
E di furore.
Aveva quattordici anni quando fu avvicinata la prima volta. Era una bambina. Una bambina. Senza poter mai diventare una donna.
Io non comprendo, non potrò mai comprendere .
Ma sono uomo che ha sempre affrontato i problemi cercando di risolverli, anche quelli senza soluzione.”
Il commissario sentiva che si avvicinava l’epilogo.
“Lei è molto bravo, commissario, la conosco e ha confermato le mie sensazioni. Ma lei fa parte di quel sistema che ha ucciso la mia bambina. Quel sistema che parla molto e poco fa per sconfiggere il male. Fondato su collusioni e ipocrisie.
La droga nelle scuole è cosa di tutti i giorni, i ragazzi sono indifesi mentre gente come lei cerca il killer degli spacciatori. E finisce che lo annusa, lo riconosce e lo trova. Ma non le prove. Perché, vede, se gli spacciatori muoiono la droga da sola non si smercia nelle scuole. Semplice, vero? Eppure lei non immagina quanti genitori sperano nel suo insuccesso, caro Cresti. Forse, che classe fa suo figlio?, dovrebbe sperarlo anche lei. Ed ora, se non ha altro da chiedermi, visto che le ho raccontato la mia terribile esperienza, dovrei tornare al lavoro.”
“L’ultimo assassinato aveva solo diciotto anni…”
“Lo so, era un amico – tremò a dire “amico” – di mia figlia”.
Cresti lo vide allontanarsi e sparire dietro un palazzo.
Il suo fiuto non lo aveva tradito.
Era giunto il momento di cercare le prove, ma sentiva che nessuno lo avrebbe aiutato ad incastrare quell’uomo.
 
Una difficile decisione
(Un caso del Commissario Cresti)
 
L’uomo lo vide arrivare, ma non ne fu sorpreso.
Sapeva che prima o poi sarebbe giunto a lui, sapeva da tempo che era sulle sue tracce. Sapeva anche di aver commesso degli errori, ma erano errori in fin dei conti inevitabili e quindi non poteva sentirsi in colpa verso se stesso.
Quando il commissario Cresti del gruppo Investigazioni Internazionali lo avvicinò, l’uomo gli sorrise e gli porse la mano.
“Salve, sono il commissario Cresti, lei è il signor Padovani?”
L’uomo annuì.
“Mi dispiace disturbarla, ma sto seguendo un inchiesta su di un traffico internazionale di bambini, una faccenda molto delicata come lei può ben capire. Avrei bisogno di farle alcune domande…”
Da un orfanotrofio rumeno erano spariti 17 bambini di età compresa fra i due e i sette anni. Un fatto che aveva preoccupato il governo di quel paese e molte associazioni di protezione dell’infanzia.
Il mercato degli organi era il sospetto più terribile.
L’uomo ascoltava senza emettere parole o fare espressioni di sorta, ma quando il commissario stava per fargli la prima domanda lo prese per un braccio e sorridendo lo accompagnò all’interno della sua casa.
Questa era una solitaria, vecchia ed enorme colonica completamente ristrutturata e all’interno era un vero e proprio spettacolo: decine di stanze tutte verniciate con delicatissimi colori pastello, splendide camerine per bambini zeppe di giochi ed, in una stanza più grande, una attrezzatissima ludoteca.
“Qualche anno fa, raccontò Padovani, io e mia moglie decidemmo di fare un bel giro in auto che toccasse vari paesi dell’Est, tra cui l’Ungheria, la Romania, la Russia e la Polonia. Non sto a raccontarle altro se non che arrivati a Bucarest avemmo la fortuna (direi proprio così, fortuna) di visitare un orfanotrofio.
Una delle cose più terribili che abbia mai visto in vita mia. Sono, anzi, siamo stati così male da voler tornare subito a casa. Ma io sono un essere strano, sa? Ho voluto informarmi ed ho saputo di quanto sia schifoso il mercato delle adozioni, di quanti soldi vengano fatti sulla pelle di quei poveri innocenti. Allora, io che vendo auto, ma le compro anche, sono andato in Romania con due bisarche ed ho comprato 17 auto usate che ho portato qui in Italia, solo che in ogni bauliera di quelle auto avevo nascosto un bambino. Sì, li ho rapiti io e lei lo sa bene, è inutile nascondersi. Ma io non potevo sopportare quella situazione, non potevo permettermi di non fare qualcosa. Hanno sofferto un po’ per il viaggio, ma ora stanno bene e in salute. Per evitare che li scoprano li faccio studiare in privato… Ah, eccoli…”
Un piccolo bus si fermò davanti al cancello della colonica. Un gruppo di bambini chiaramente sereni e gioiosi corsero lungo il vialetto fino all’uomo che allargando le braccia li salutò uno ad uno.
“Questi bambini sono felici. Lei sa anche cosa li aspetta se tornano nel suo paese.
Sta a lei decidere, sono a sua disposizione.”
“A domani…” fece Cresti.
Il commissario era l’unico a conoscere la verità e aveva molti dubbi su quali decisioni prendere.
L’unica cosa certa è che quella notte non avrebbe dormito.

Bleah (racconto della serie “I brevissimi, che c’ho sonno”)

Quando al Genio della lampada come primo desiderio espressi quello di avere il capelli lunghi per sentirli muovere al vento, lui mi guardò di traverso, mi mandò a fare in culo e rientrò nella lampada imprecando. Non aveva tutti i torti, specie se si considera che come secondo desiderio avrei chiesto un barbiere per tagliarmi a gratis i capelli. Adesso invece, non faccio che accumulare debiti per le sei acconciature al giorno necessarie per non morire soffocato dai capelli.

Per vedere se il Genio ci ripensa, sto strofinando la mano sulla lampada da quattro anni con una passione (e speranza) tale che una impresa di pulizie, vedendomi e saputo che lo facevo senza compenso, mi ha fatto un contratto a tempo indeterminato senza contributi e stipendio. Avere un full time ai giorni d’oggi è una fortuna, in fin dei conti, quindi ho ringraziato e mi sono immerso in questa professione imparando tutto quello che potevo.

Un paio di anni e sono diventato l’operaio più affidabile, famoso con il soprannome di “Bleah”. L’origine è dovuta al fatto che non mi sono mai tirato indietro rispetto ai compiti assegnati, facendo di tutto senza farmi problemi. I miei colleghi, invece,  spesso facevano “bleah!” davanti a casi un po’ forti, tipo vomito squacquarelloso, schizzi di merda su pareti in caso di coliti acute, pisciate non centrate, scaracchi sugli armadietti, soprattutto in quartieri con elevata densità di cinesi.

Quindi, mi sono trovato a fare ore di straordinari non pagati (il vantaggio è che ci pago pochi contributi) e di essere diventato il dipendente preferito dalla mia azienda. Non solo. Mi vergogno quasi a dirlo, ma da quanto sono bravo mi hanno già cercato altre imprese di pulizie offrendomi anche di fare le notti, le feste più importanti e di cancellare le ferie per permettermi di lavorare di più, fermo restando paga zero.

Devo decidere cosa fare. Sono dal parrucchiere, che invece di tagliarmi i capelli, mi ha messo il rasoio affilatissimo al collo chiedendomi “quando cazzo mi paghi?” Credo che per saldare i miei debiti sarò costretto a accettare l’offerta della nuova ditta.

Esco dal negozio del parrucchiere e sbaglio do una pedata a una lampada. Quella del Genio, che dalla romba che prende esce dal beccuccio tutto rintronato e, barcollante, dice “Sono il Genio della lampada!!! Esprimi tre des…” quando si accorge con chi stava parlando, sgrana gli occhi, urla non so cosa e con la scimitarra si taglia la gola.

Cosa gli sarà preso?

Arrivo in azienda e il titolare mi urla a distanza: “Ehi, Bleah! Mi lustri il pisello?”

“Mi spiace… ma devo licenziarmi…” e con i più grandi sensi di colpa di chi non compie il suo dovere, piango.

Domani

Mi è stato subito chiaro quello che sarebbe accaduto.
Il sole alle mie spalle, che poteva mostrarsi amico in quel momento, disegnava la mia lunga ombra sul selciato polveroso mostrando le ridicole spalle del mio corpo.
La nostra specie possiede un organo straordinario, il cervello, in grado di farci rivivere in pochi attimi una vita intera ed è quello che ho fatto in quel momento. 
Piedi bagnati da un mare calmo, baci fatti d’amore, il pianto di un neonato che porta il mio nome, un pranzo di Natale, il suo sorriso e la mia meraviglia. Scorrevano rapide nei miei pensieri le emozioni di una esistenza e mentre lo facevo mi è venuta a mente una parola: domani.
Domani: futuro prossimo che ci è dovuto, che ci spetta, indistintamente.
Domani, una parola così piena di sostanza e di speranza.
Guardavo quel viso in silenzio. Aveva due occhi come i miei, due mani e due piedi come i miei e una bocca come la mia, solo che stava urlando qualcosa che non sentivo o non volevo sentire.
La vita di ognuno di noi deve avere un domani e io non posso e non potrò mai essere colui che impedisce questo.
Posso lottare per evitarlo, invece. Quando possibile.
Sì, mi è stato subito chiaro quello che sarebbe accaduto.
Trovarmi per la prima volta davanti a un nemico, ad una persona fatta di carne e ossa come me e come me armata di un fucile mi ha riportato ai racconti dolorosi di mia nonna di quando la guerra aveva cancellato la parola domani nel cuore degli uomini.
Non avrei mai potuto uccidere qualcuno.
“Lasciamo che ci sia un domani!” ho urlato al nemico.
Anche io però ero nemico, il suo, e ha sparato.

Le recensioni cinematografi’e di Macchinadelpopolo: THE SHAPE OF WATER

Le recensioni cinematografi’e del Torracchi:
THE SHAPE OF WATER

Ieri sera, a fronte di una settimana segnata dallo sbriciolamento lavorativo degli zebedei, ho dedicato la sera a una delle mia passioni peggio riuscite: la recensione cinematografica.
Questa si manifesta in un secchio di popcorn (con pagamento dilazionato in sei mesi al 9,5% di TAN, ma con un centilitro di cocacola compresa nel prezzo) e un posto in seconda fila proprio sotto lo schermo gigante che per vederlo tutto si deve girare la testa di 180 gradi (ma sembra d’essere dentro il film).
“The shape of water”, la forma dell’acqua: il film di Guillermo del Toro m’attizzava parecchio, piucchealtro perché dopo aver visto il “labirinto del fauno” ero curioso di vedere cosa tirava fuori. La trama sembrava fatta apposta per me, poiché pare voler dire che anche i mostri trombano.
Il filme ha preso inizio con una che la s’alza dal letto la mattina, la s’ignuda, l’entra in vasca e la comincia a toccarsi come una ninfomane, al che mi sono alzato pensando d’aver sbagliato sala. La mi’ signora, già sfavata perché l’avevo costretta a vedere questo cine, la m’ha agganciato per la giacca e la m’ha sbatacchiato giù sulla poltrona. Dopo di che , zitto che sennò prendevo una scarica di legnate, me lo son gustato tutto in quella fotografia e scenografia bellissima tipica di Del Toro.

Una metafora riuscitissima dove da buon messicano, il regista ha espresso in maniera poetica quanto segue:
1) Gli statunitensi sono idioti e teste di cazzo
2) I sovietici sono idioti e teste di cazzo
3) Rivela perché il sesso maschile viene chiamato anguilla
4) L’amore non ha limiti

Se credete che vi racconti qualcosa del film, avete sbagliato uscio. Prendete le vostre gambette, pagate il biglietto e ve lo guardate.
A me è garbato.

Quando capita di parlare di te

Quando capita di parlare di te

fermo ogni cosa attorno a me

è un momento inatteso

perché raramente mi va di farlo

ma quando accade è inutile

resistere a questo evento e allora

chiedo la magia che merita

chiedo attenzione al colloquio

chiedo il silenzio di parole inutili

chiedo di svelarmi ciò che non so

e io ascolto, mi sorprendo e chiedo

per sapere ancora di più

più di quello che io ho imparato

più di quello ho ricevuto

più di quello che io ti ho dato

e se anche una sola parola

graffiasse il tuo ricordo

risponderei incazzato a chi la dice

nella comprensibile incomprensione

di chi mi parla di te