Buca 15

 

Stavo per infilare la palla nella buca numero 14 quando un fulmine cadde a sedici chilometri da me su un abete incendiandolo. Io ero al Minigolf di Cerbottara, l’abete invece era sul fianco sinistro del Massiccio di Sendera alla quota di 1.188 metri e 30 centimetri.

La palla centrò la buca 14. L’abete in dodici minuti si carbonizzò.

Raccolsi la palla nella buca e mi avviai alla 15. Aveva un percorso arzigogolato con tre salite e relative discese, una specie di laghetto e una strettoia che portava al green di cemento dove si trovava la buca 15.

 

L’abete non era solo. L’Abetaia del Massiccio era una delle cose più belle che Madre Natura aveva regalato agli Uomini seppur non lo meritassero. Aveva la forma di un cuore verde di 338 ettari e chi usciva dal mare  vedeva quell’opera divina svettare a una ventina di chilometri riservando allo sguardo meravigliato il simbolo dell’amore e un fremito di benessere. In quella sera d’estate, i più attenti avrebbero visto il rossore di un fuoco lontano ferire quel cuore nel punto più a centrale.

 

Mia figlia rideva. Era  già alla buca 17, a meno 1 dalla vittoria. Mi guardava mentre rincoglionito ero al terzo tentativo di superare quelle cazzo di montagnole della buca 15 senza nemmeno avvicinarmi al riuscire, lei che in un tiro ce l’aveva fatta. Stavo per farle comprende che il ruolo padre/figlia non impedisce di dare mazzate educative nella capoccia, quando mi suonò il telefono. “Uai-em-si-eiiiii, lalalalala, uai-em-si-eiiiii…” gracchiava la suoneria con mia figlia che mi guardava di traverso mimando il rintronato che sono. Due minuti dopo, l’ho lasciata col suo fidanzatino a sega per andare rapido in caserma. Sei minuti per arrivare, quattro per vestirmi, ventiquattro per giungere all’incendio.

La luna si era rifatta viva e, liberata dalle nubi di quel temporale estivo,  illuminava il cuore verde che bruciava. Con solo quattro autobotti, però, tutto risultò inutile. Del cuore restò solo la macchia scura di cenere a marchiare la superficie del Massiccio.

Sono passati sette giorni e sto tentando nuovamente la buca 15. Alzo la testa e vedo la mia più grande e dolorosa sconfitta da pompiere. Tiro e manco la pallina. Dal mare si ha l’impressione che dell’amore non sia rimasto che un ricordo e sono ancora circondato dalle lacrime degli adolescenti innamorati sconvolti dall’incendio. Allora mi concentro, tento ancora il tiro e stavolta la pallina acquista una traiettoria anomala. Anomala per me, s’intende. Infatti finisce in buca con un solo colpo. Mia figlia sgrana gli occhi.

Io la guardo e le sorrido: “Mia cara, la vita è fatta così: quando tutto sembra più brutto, comprendi che devi solo continuare a crederci.” 

Un giorno chiuderò gli occhi

Un giorno chiuderò gli occhi
tornerò con le lancette
ai giorni del muretto
lo saltavamo tra le risa
con pattini fatti di legno
mi mancano i pensieri semplici
fatti di lezioni d’italiano
e il campino tre contro tre
gli schiaffi di mia madre
che sapevano insegnare
e lo sguardo serio di mio padre
a cui oggi sorrido
 
in questa notte che non so capire
è pensiero fatto di certezza
 
Un giorno chiuderò gli occhi
cancellando il futuro,
tornerò bambino
con le gambe magre e sbucciate
in questa storia di vita
mia e del mondo intero,
dai giorni che giungevano alla fine
senza avvertire mentre il sonno
aveva la stanchezza dei giochi,
delle corse su un asfalto cocente,
di un nascondino ansioso e partite
più di calci che di calcio
 
Il giorno che chiuderò gli occhi
sarà come quello raccontato da mia nonna
quando i suoi occhi lucidi
svelavano arcani segreti
che solo adesso comprendo
mi raccontava senza timori
il suo viaggio verso la fine
camminando all’indietro
in ritorno a tempi perduti,
disegnando la strana follia
di mente bambina in corpo disfatto
 
Il giorno che chiuderò gli occhi
tornerò ad aprirli col sorriso rinnovato
come la vita in stagione esatta,
mi prenderanno per pazzo
quando salterò il muretto,
giocherò a nascondino
o farò una partita tre contro tre
e forse già accade
 
in questo mio viaggio a ritroso
che ho appena intrapreso
e nessuno comprende

Strolago (scritto come parlo)

Ero al Luna Parche con la mi’ figliola e la mi’ moglie a spendere un lisinghe in giostre (probabilmente me le sarei potute comprare) e osservavo la fauna locale, anche perché di flora un ce n’era rimasta.
Bellini i ragazzi, tutti inchiodati ne’ giubbotti di pelle, i ginse tutti strappati, le scarpe da ginnastica che puzzavano da fa’ schifo. Bellini, ma proprio bellini!
Le bimbette le un’erano mica da meno, quindici, sedic’anni, radiose e sorridenti, ma con delle mini gonne corte come i’ cervello de’ su’ genitori, i’ pirsinghe ne’ naso, nell’ombeli’o, ne’ labbri. I congiuntivi come mistero sacro da mescolare sportivamente a’ condizionali.
E che tastate tra i du’ gruppi! Mani su’ culi e su’ seni che chi mi conosce sa che un m’hanno tranquillizza’o per nulla.
“Marco, che si po’ andare sulle montagne russe?” la mi chiede la mi’ figliola.
“Un c’ho più una lira!”
“Dai babbo, per favore…” ora tu mi chiami babbo. Allora un posso dire di no.
“Quanto gosta?”
“5 euri per uno.”
“Maremma rintronata!” ma l’esclamazione non ha effetto e sgancio i 10 euri per mamma e figlia.
Montano. Partono. Fra tre secondi vomitano.
Io intanto mi volto e che ti vedo? Uno strolago, uno che studia le stelle e prevede il futuro.
Riguardo le due bischere che l’urlano di paura e poi m’infilo nella tenda.
“Vieeeniii…”
“Dio Bòno, tu m’ha fatto paura! Accendi la luce.”
“Non posso vedere il futuro con la luce e tu vuoi vedere il futuro, vero?”
“O chi te l’ha detto? Ah, già, sennò che cazzo d’indovino tu saresti…”
“Cosa vuoi sapere?”
“Quanto tu costi e questo lo dovresti sapere…”
“Venti euri.”
“Te ne do cinque e un se ne parla più.”
“Va bene. Allora, Marco, (??? Chi glielo ha detto?) vuoi sapere della tu’ bimba… “
Aiuto, sarà meglio uscire.
“vedo, vedo, vedo una bella topina con du’ puppe così e un culo, roba da romanzi di Bucoschi.
La si fa di molto bòna, la tu’ figliola.”
Un so come prendella, la cosa.
“vedo vedo vedo un Ferrari cabrio nòvo di zecca. C’è sopra lei a fianco d’un bel figliolo, biondo, occhi azzurri, du’ metri di fisico statuario. Intelligente da fa’ senso.”
Un so come prendella, la cosa.
“vedo vedo vedo la Ferrari che si ferma a Viareggio. I due, innamora’i come du’ bischeri, s’avviano allo iocte di quarantaquattro metri che ha fatto suicida’ d’invidia Mancini l’allenatore”
Comincia a garbammi.
“Oh, unn’aveo notato una cosa: stanno sposandosi. Lo si vede dal vestito bianco e da te che tu piangi solo per l’emozione, visto che per il matrimonio ha paga’o tutto lui.”
Mi viene da lacrimare pe’ davvero.
“vedo vedo vedo tanti nipoti, tutti belli, ricchi sfonda’i ma gentili e fanno un monte di donazioni e la tu’ figliola che l’invecchia felice d’aver avuto un babbo come te.”
Lo guardo sospettoso.
“Non ci credi?”
Mi domando perché no.
“ che vedi qualche cos’altro?”
“ no.”
“Tieni dieci euri, va!”
Sorride, sapeva che avrei abboccato.
Eppure sono i dieci euri spesi meglio di stasera.
“Donneeee! – urlo – Gl’è tardi, che s’ha a tornare a casa, che un m’è rimasto un’euro?”

“Sempre il solito grezzo.”
“E’ vero, mamma!”

Salto

Sbancare il lunario è fondamentale quando hai tre figli venuti un po’ troppo velocemente, da nutrire, vestire e istruire ai prezzi odierni. Per cui ho accettato la proposta della Palestra Terzaetà . Mille euro al mese per due volte alla settimana che mi hanno fatto superare l’imbarazzo con gli allievi (soprattutto allieve) della Perfect Body. Sì, è l’altra palestra dove lavoro, la più cool della città, di cui mi sono sempre vantato di essere l’istruttore più importante.
Sono le 19,00, saluto la bellissima Artemisia, 25 anni di bellezza modellata secondo i canoni greci, e mi avvio alla palestra dei nonnetti, a soli duecento metri di distanza.
Ci vado a piedi.
Mi piace la primavera, a quest’ora il crepuscolo si fa avanti, ma c’è ancora luce per vedere un magnifico tramonto sull’Appennino.
Arrivato alla palestra, vado negli spogliatoi. Tutti mi salutano come fossi una visione divina. Li posso capire, uno come me per loro in situazione normale sarebbe inavvicinabile. In una situazione normale, appunto.
Mi metto la tuta e mi presento sul tappeto in gomma per far fare al gruppo esercizi ginnici che non gli frantumino le ossa. Sono già tutti lì, pronti, ordinati, ansiosi di rispondere ai miei ordini.
Ormai è il terzo mese che sono il loro istruttore e devo dire che hanno fatto passi da gigante. Intendo nel muoversi e nella gestione del loro corpo. Rosetta ad esempio sembra avere dieci anni di meno. Giacomo ha persino cominciato a correre, lentamente, ma correre e sembrava quasi paralitico. In fin dei conti ero contento dei risultati: mi regalavano fiducia nelle mie capacità.
Stasera gli faccio fare un po’ di saltelli sul posto, che rinforzino i muscoli delle loro gambe flaccide.
“Signori, oggi tutto salto!”
Mi metto dritto davanti a loro e inizio a saltellare.
Loro mi imitano. Linda non è solo la più anziana, è anche la più sgangherata e saltellare proprio non le riesce. Elena invece sembra una libellula, lei ex ballerina che non può nascondere certe sue doti. Carmine è uno spettacolo con una panza di diametro esagerato che dondola ad ogni tocco del piede sul tappeto. Bruno non si stacca di un millimetro da terra però piega le gambe e si da una spinta verso l’alto. Ognuno di loro fa quel che può.
Riccardo, però, esagera. Fa dei salti esagerati. Non so cosa gli ha preso e guardo a terra per vedere se a terra c’è la struttura a molla per darsi la spinta. No, non c’è, ma Riccardo schizza sembra un canguro. Lo osservo un attimo poi mi avvicino a lui per dirgli di fare piano. Non faccio a tempo a raggiungerlo. D’improvviso sparisce. Resto a bocca aperta, non riesco a proferire parola. Non so quanto sono rimasto a quel modo. Presumo parecchio se a scuotermi è stata Lucilla, una ottantenne bassina e solare.
Mi chiede se sto bene e le rispondo chiedendole dov’è finito Riccardo.
Non lo so prova a domandare a Cinzia. Ah già, Cinzia, da tutti presunta compagna di Riccardo.
Mi avvicino a lei e le faccio la stessa domanda di Lucilla.
Cinzia mi osserva incredula e poi mi svela l’arcano.
Riccardo ha preso tre giorni fa gli esami istologici. Massimo tre mesi di vita. Tra la disperazione gli sono giunte le parole del nipote di undici anni che sicuro di se gli ha detto: Nonno, fai un salto nell’iperspazio e troverai nuove civiltà che potranno guarirti e regalarti l’eternità.
I ragazzi d’oggi vivono in un mondo irreale, ma la realtà era che Riccardo era scomparso.
Si è messo a saltare – ha continuato Cinzia – è d’improvviso è sparito.
Credo, anzi sono certo che avrò grossi problemi con la palestra, gli organizzatori e le associazioni anziani. Ditemi dove si è nascosto? Ma nessuno mi ha risposto. Sono andato nei bagni e non ce l’ho trovato.
Sono tornato in palestra, non lo vedo, maledizione. Dove sarà andato… Accidenti, ma adesso è lì, davanti a me.., sono sicuro che un attimo fa non c’era.
Riccardo, tutto a posto???
Certo, mi ha risposto, alla grande.
Poi, voltandosi verso Cinzia le ha detto: Mio nipote aveva ragione…
Ho battuto le mani per riprendere la loro concentrazione e dopo una decina di minuti di saltelli li ho ringraziati per la presenza. Riccardo era gioioso e solare.
Cinzia mi dice “La tua ginnastica ci fa proprio bene. Chiederò che ti rinnovino il contratto anche per il prossimo anno.”
Guardo Cinzia e col pensiero le dico: e la storia dei tre mesi?
Un po’ come la storia dell’Iperspazio, mi ha risposto e se n’è andata felice, sottobraccio a Riccardo.

Sapeva cosa farci

Passò di lì per caso, ma quando vide il cartello si fermò  davanti ad esso  come ipnotizzato.

“20 metriquadri con servizio”. Un piccolo fondo del genere per quale attività poteva essere adatto?

Lui aveva capito cosa doveva farci e affittò il locale.

Imbiancò i muri disastrati dal precedente inquilino, lavò a fondo il pavimento in cotto, mise una piccola credenza antica che apparteneva a sua nonna, un piccolo tavolo in legno intarsiato, tre sedie con la seduta in paglia, uno specchio, un phon e tre piccole vasche di plastica bianca poggiate a terra.

I suoi genitori lo guardavano esausti, ormai ogni speranza se n’era andata dai loro cuori e non sapevano più cosa fare o pensare. Lo avevano accompagnato con grandi sacrifici verso la laurea e ora queste erano le sue scelte.

Sua nonna invece lo guardava estasiata, un nipote eccezionale come nessun altro di quelli che i suoi figli avevano saputo mettere al mondo.

Al termine dei lavori, con mano sicura scrisse il cartello da esporre all’esterno:

“Stampatore di sogni”

Sua madre si mise a piangere, suo padre si mise le mani tra i capelli e insieme se ne andarono.

La nonna lo baciò sulla fronte e gli disse “fra una settimana sarò tua cliente”

Lui la ringraziò e dopo averla vista allontanarsi, si mise a sedere su una delle sedie.

Trascorsi alcuni minuti passò da lì un trio di adolescenti, amiche di scuola, che, dopo aver letto il cartello,  sorridenti e incuriosite entrarono nel piccolo negozio.

“Cosa vuol dire stampatore di sogni?”

“Quello che è scritto” rispose lui.

“Cioè?”

“Se vuoi avere una stampa del tuo sogno preferito, eccomi qua!”

Una delle tre ragazze lo guardò stupita e non sapendo se prenderlo sul serio o meno gli chiese “puoi stampare il mio sogno dove bacio Andrea, il ragazzo che mi piace?”.

Le altre fecero un sorrisino malizioso.

“Certo. Lo vuoi davvero?”

“Si”

Allora abbassò la luce e con le mani cinse la testa della ragazzina.

Passò forse un minuto o poco più, poi prese un foglio di carta fotografica, la immerse in una delle vaschette piene di acqua e ci posò le mani sopra.

Dopo cinque minuti cominciò a asciugare il foglio con il phon

Lo dette alla ragazza che sgranò gli occhi incredula. Si vide mentre stava baciando colui che poi, cosa che lei non sapeva, non avrebbe mai baciato nella realtà.

Il trio delle ragazzine, sconvolte, chiesero quanto fosse il costo di quella “incredibile figata” ma lui rispose che per primo cliente era gratis.

La voce si sparse. Dal liceo delle ragazzine alla città intera fu cosa rapida.

“Vorrei una stampa del mio gol fatto al Manchester all’ultimo minuto della finale Champions…”

“ Ieri ho sognato che Frully, il mio gattino, tornava a casa dopo tre anni. Puoi stamparlo?”

La fila all’esterno del negozio si fece interminabile, lui aveva le mani continuamente immerse nelle vaschette ed era felice. Perché vedeva gli altri felici.

E non voleva soldi ma solo beneficenza. Solo chi portava un bollettino postale di versamento a associazioni di volontariato aveva le sue attenzioni.

Quella sera aveva appena chiuso il bandone dall’interno quando sentì bussare.

“Sono la nonna”

Il sorriso di lui quasi illuminò l’oscurità della stanza e aprì.

La baciò, le voleva un bene incredibile.

“Ti avevo detto che sarei stata tua cliente. Adesso devo confessarti una cosa: ho sempre saputo che sarei morta dopo aver sognato tuo nonno, è da quando è passato a miglior vita che non riesco più a immaginarmelo. Il gran dolore me lo offusca nella mente, è come una macchia. Ma ieri sera è stato diverso. E vorrei che tu stampassi l’attimo”

“Ma nonna…” disse lui sconvolto.

“Sssssttttt, non dire nulla. Ti prego, fai come ti ho detto.”

Lui obbedì e dopo pochi minuti aveva il risultato davanti ai suoi occhi.

Non aveva mai visto due visi innamorati a quel modo.

“Guarda, nonna…”

Ma lei non poteva più guardare, si era avverata la sua predizione. 

Un ultimo sorriso di saluto era rimasto sulla bocca della donna per il suo nipote prediletto.

Lui la carezzò e le restituì il sorriso.

La mattina dopo chiuse il negozio e tolse il cartello.

Cominciò a camminare, lo fece per molto tempo, per giorni, fino a quando non vide un prato con una piccola staccionata di color verde.

Vi si fermò davanti come ipnotizzato e capì, capì quello che doveva farci…

La lampada di Aladino

Trovare una lampada di Aladino e esprimere come desiderio di passare una sera con Spock di Star Trek potrebbe indurre la stragrande maggioranza delle persone a fissare per il fortunato trovatore il migliore degli  psichiatri.

Dobbiamo però considerare che le nostre scelte sono sempre determinate da situazioni che si presentano in quell’esatto momento e in quello l’anziano maschio sentiva soprattutto il bisogno di confrontarsi con uno dei suoi miti.

Quando il Genio avverò il desiderio di Lucio, ad un tavolino tondo in ferro battuto apparve uno Spock tutto rintronato. Il corpo che ciondolava paurosamente e la testa che sembrava quella di uno di quei cani finti che si mettevano dietro in macchina.

Si guardò attorno moderatamente stupito domandandosi “Dovrei essere morto. Come mai sono qui?”.

“Ti ho chiamato io, mio eroe! Il Genio della lampada ha esaudito il mio desiderio di stare con te una sera per parlare di una cosa sulla quale solo tu puoi aiutarmi” gli rispose Lucio.

“Ah, ecco. Mi sarei roso il fegato vulcaniano cercando di capire una cosa così irrazionale se non me la spiegavi tu. Ma dimmi, che cazzo vuoi da me?”

Lucio aveva bisogno di un parere da parte di chi ha azzerato le emozioni e i sentimenti per basare il suo stile di vita sulla ragione.

Doveva capire e non sarebbe più vissuto bene se non fosse accaduto. Avrebbe avuto una vita macchiata di una incomprensione che gli avrebbe reso doloroso il tempo vitale.

“Perché per quanto ci metta tutto me stesso, tutto il mio cuore, ogni parte di me e del mio tempo per gli altri, ciò che mi torna indietro sono solo dubbi, incertezza o sospetto sulle mie azioni? Perché pur donandomi senza chiedere ciò che ottengo è solo mettere in discussione i miei sentimenti?”

 

Spock si scrocchiava la schiena roteando la testa sapendo che da morto erano vari anni che stava disteso senza muoversi. Ascoltò l’affermazione di Lucio e restò per un paio di minuti pensieroso.

Poi chiese: “Ma tu dai tutto te stesso solo a una persona?”

“No – rispose Lucio – do me stesso a più di una persona, ma sempre come fosse l’unica…”

“Chiaro che non capisci una sega. Scusa i toni, ma mi hai svegliato dal sonno eterno per chiedere stronzate, quindi ringrazia Iddio che non ti pesto come l’uva…”

“Hai una risposta??? Ce l’hai o no???”

“Ti prego di contenere la tua esuberanza. Certo che ce l’ho: sei un deficiente!”

“Ehhh? Come???”

“Tu credi che dare anche tanto, ma non tutto a una persona possa a questa bastare. Sei logicamente un illuso!”

Lucio lo ascoltò.

“Nessuno penserà che sia sufficiente ricevere tanto ogni tanto per ritenere vero il tuo sentire. Qualunque cosa che non farai con esclusiva, sarà come fare niente. Ora però, mi puoi rimandare nel sonno eterno che ci stavo proprio bene prima di vedere una faccia idiota come la tua.”

Lucio si intristì. Chiamò il Genio e gli chiese di riportare Spock dove era stato preso e si rasserenò.

Avrebbe continuato a fare come il suo cuore gli comandava, ma avrebbe smesso di cercare negli occhi degli altri gratitudine e affetto.

Spock nel frattempo fece amicizia col Genio, ma evito di raccontare cosa è successo tra loro.