Il più grande spettacolo dopo il Big Bang.

Dopo aver spiattellato una ventina di palline di pasta per pizza, finita la cena mi sono proposto organizzatore del più grande spettacolo dopo il Big Bang!

Vabbè, la maglietta blu completamente infarinata non mi dava certo l’autorità che mi si conferiva al momento, ma ai concorrenti gl’importava una sega di come ero tutto scombinato.

“Chi partecipa?” e giù tutte le mani su, che scritto così è una cagata, ma rende l’idea. Ho preso il mio bell’A4 su cui scrivere il nome dei partecipanti. Come ti chiami, ho chiesto al primo. M’ha gorgogliato qualcosa e come la volta precedente non ho capito una mazza di quello che ha detto. Senti, gli ho chiesto, scrivi da solo il tuo nome.

Shbuj.

M’è venuto di chiedergli che nome sarebbe in italiano, ma c’ho ripensato e ho detto al secondo di scrivere il suo.

Dolon.

E poi Hira, Sabuddin, Stanley, Mhammd, Felicia, Ariful, Mohsain, Inran e Stefano, che uno di noi ci voleva per far la figuraccia che ci meritiamo.

Ecco che in un mondo ipertecnologico, fatto di laser, di videoconferenze, microcircuiti, androidi e similandroidi, ecco che una partita a freccette con gli ospiti del centro diventa un evento mondiale, un momento che supera barriere con più facilità di Fosbury col suo modo di saltare.

Pernacchie alla freccetta conficcata nel muro, applausi per un centro insperato, risa e sorrisi senza freno mentre le mie mani si alzavano e si abbassavano con le urla dovute dall’arbitro imparziale di una gara così importante.

Alla fine, mentre Felicia si sdraiava a terra dal ridere per il fatto che avesse fatto gli stessi punti del suo amato Stanley, Mohsain faceva il mazzo a tutti e stravinceva la gara.

Strette di mano e congratulazioni per un torneo che aveva il solo premio di dimenticare paure, bombe, barconi, mari inquieti, sfruttamento e solitudine.

Per me di certo il più grande spettacolo dopo il Big Bang.

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Mezzora

“Monta!”

Non è stato un invito, è stato un ordine. Mi hai guardato incerta, ma i miei modi decisi ti hanno convinta a non fare troppe storie. Sei entrata in auto senza dire niente.

Ho rimesso in moto e sono partito senza fare una parola. Ponti, semafori, brevi file fino ad uscire dal centro con te che guardavi davanti preoccupata. Ho continuato lungo una tangenziale e poi in autostrada.

“Farò tardi…” hai sussurrato timorosa, mentre io continuavo ad essere attento a dove andavo.

Veloce come il vento, la macchina ha rapidamente raggiunto il casello e da lì verso il mare.

Ho parcheggiato davanti alla antica colonica che apparteneva ai tuoi nonni. Scendo e invito a farlo anche tu. Apri la portiera e con l’eleganza che ti lega agli angeli mi segui verso l’entrata dell’edificio. Aspetto che tu faccia ciò che devi fare, senza chiedere. In una fessura di una delle finestre tiri fuori la chiave d’entrata.

Apri la porta, hai negli occhi una espressione arresa come “che capiti quel che capita”.

Io entro dentro seguendoti. Tiri su l’interruttore del quadro elettrico generale e accendi la luce nella prima stanza. E’ una cucina enorme, dall’odore di antico, lo stesso da sempre. Chiudo gli occhi e me lo bevo col cuore mentre tu in silenzio osservi le mie gesta facendoti chissà quante domande.

“Portami su”. Anche questo è un ordine. Non c’è resistenza da parte tua, ti avvii su per delle scale in marmo dove in vetta si trovano le porte di tre camere. Tu, non c’è bisogno di chiedere, entri in quella centrale. E’ buia, una oscurità profonda. Apri la finestra e come per magia appare un letto rifatto in maniera perfetta che guarda verso l’esterno, che è come un quadro impressionista fatto di sole e di mare in lontananza.

Ti giri verso di me in attesa di chissà quale gesto.

Mi siedo sul letto e con la mano batto sulla coperta come a dirti di metterti al mio fianco.

Lo fai e sento il tuo profumo. Mi entra dentro, mi mancava da una vita.

“Quel giorno, molto tempo fa, mi hai fatto fare un viaggio oltre la ragione, oltre il presente, oltre ogni pensiero. Furono due ore con te qui senza fare niente se non ascoltare te del tuo passato…”

Sei attenta, cerchi di capire dove voglio arrivare.

“… Sono giorni strani questi, luoghi di perdizione dell’anima che consumano come l’oceano gli scogli. Avevo bisogno di ritrovare quelle sensazioni.”

Mi ascolti e i tuoi occhi che mi guardano tornano a essere quel mare dove sono annegato mille volte.

Mezzora. Quanto sono stato in silenzio. Poi ti ho presa per mano e ho fatto tutto il percorso all’inverso.

Quando sei scesa ti ho detto “spero di non averti fare troppo tardi.”

Guardi l’orologio e rispondi “non dovrebbero esserci problemi…”

“Grazie…” La tua espressione tradisce la tua voglia di dire mille cose, ma ti allontani col tuo passo leggiadro senza più voltarti.

Distante ti sussurro ancora “Grazie…” e sono certo che mi hai sentito.

Il nonno e il ragazzino

 

Il nonno e il ragazzino erano sul divano a guardare la televisione.
Ascoltavano il telegiornale in silenzio. Non c’erano commenti perché Giorgino, sedicenne assai più maturo della sua età, conosceva bene suo nonno e sapeva che era bene far cominciare lui a parlare.
Fino ad allora Arnaldo, il nonno, non aveva avuto proprio voglia di dire qualcosa.
Immagazzinava mentalmente, con la fatica dei suoi novant’anni, tutti i concetti espressi dal racconto di vita che in fin dei conti era quella trasmissione.
“Sai, Giorgino, mi torna a mente Ubaldo.”
“Chi?!?” domandò Giorgino sorpreso sia dalla affermazione che dal fatto che l’altro avesse parlato.
“Un commilitone di Lucca. L’ho conosciuto nel 1943 in trincea.”
“E perché ti è tornato in mente?”
“Aveva paura. Si confidò con me che non aveva mai usato una arma contro un uomo e che non voleva uccidere nessuno. Mi disse che lo aveva detto al Tenente e che questi gli disse semplicemente che la prima volta sarebbe morto lui o il suo nemico e che, se fosse sopravvissuto, dopo sarebbe diventato naturale farlo.”
“Non capisco, nonno…”
“Vedi quelle navi che tornano indietro? Chi ha deciso una cosa del genere sono certo che non ha mai ucciso nessuno. Probabilmente da domani sarà per lui come allora fu per Ubaldo.”
“E quindi?”
“E quindi niente, nipote mio carissimo. D’altronde potremmo dire che è per gente come Ubaldo che tu oggi sei qui alla televisione.”
Giorgino è vero che era più maturo dei suoi coetanei, ma non capiva del tutto ciò che diceva suo nonno.
“Significa solo che non siamo capaci di imparare.” Disse Arnaldo. Purtroppo per te, pensò anche, senza dirlo.
“Metti Star Trek, vai, che ho voglia di volare via…” disse il nonno che ricevette il sorriso felice di Giorgino.

Il gioco più bello

Il 6 maggio era per tutto il mondo un normale mercoledì, anche per me lo sarebbe dovuto essere. C’era un solicello primaverile, di quelli di cui si nutrono i fiori in questo periodo per regalare fertilità, la cosa più bella che la Natura possa esprimere. Peccato che esistano anche gli aspetti negativi nella vita e io ero uno di quelli. Quando sono uscito dalla sala slot saranno state le diciassette, più o meno a sentire chi mi ha soccorso. Avevo perso tutto, ma davvero tutto: risparmi, casa, onore, famiglia. Alla lista mancava la salute, ma se ho detto “tutto” è perché in quel momento ho perso anche lei.
In realtà non era proprio a quel modo. Non avevo perso chi mi aveva sposato. Come una martire o semplicemente come una folle innamorata di un destino avverso, non mi ha lasciato mai solo accompagnandomi in questo tragitto di dolorosa guarigione.
“Tira, dai!”
Guardo Giulia con occhiata di sfida. Con la mano sinistra tengo il pallone di cuoio con i disegni del mondiale del Brasile 2014. Lo alzo e poi lo lascio andare per colpirlo con il piede sinistro. Parte un tiro preciso che si infila all’incrocio sinistro dei pali della piccola rete difesa da Giulia che esce sconfitta 10 gol a 9 parate. Esulto come un deficiente e mi ribalto dalla carrozzina. Mia moglie smette di ridere e mi soccorre impaurita, mentre io continuo a ridere e a prenderla per il culo per la straordinaria vittoria. Le porgo la mano sinistra e l’aiuto a rialzarmi. Mi spolvera i vestiti dalla terra che si era attaccata cadendo. Lo fa con gentilezza.
“Domani ti concedo la rivincita!” le dico quasi come fosse un ringraziamento per le sue attenzioni.
Ci conosciamo da quando avevamo nove anni. Le nostre famiglie si trovarono ad abitare vicine e fu l’inizio di questa nostra lunghissima amicizia, perché è proprio una profonda amicizia quella che ci lega oggi. Parlare di amore non sarebbe esatto e solo per colpa mia. Con lei ridevo, scherzavo, giocavo. A nascondino, a acchiappino, a pallavolo, a calcio, a tutto quello che si poteva considerare un gioco. L’avevo convinta persino a fare la collezione delle figurine Panini e a giocarcele a muriella. Lei era più divertente di tutti i maschi che conoscevo e non potevo più fare a meno di lei: sapeva giocare e divertirmi.
Lei si innamorò di me, anche io di lei, credo, seppure a modo mio perché il mio vero amore era il gioco che crescendo prese una forma diversa. Si fece malattia. Fino all’ictus.
“Me la devi, la rivincita!” minacciò, Giulia.
“Solo se stasera me la dai tu a Monopoli!”
“Ti brucia aver perso? Una volta per uno!”
È straordinariamente attraente, semplice come i giochi più belli.
“No, non mi brucia… con te ho imparato che nel gioco più bello non si perde né si vince”
“E quale sarebbe?”
“Farti sorridere…”

C’è stato un tempo che aveva il giorno di festa

C’è stato un tempo
che aveva il giorno di festa
la cui fine iniziava la settimana
e la sera, proprio come questa,
mi donava sana agitazione.
Mi sono affacciato alla terrazza
cercando una luna che si fa preziosa
l’unica che sa ascoltare
le mie parole silenti
urlate di nascosto al mondo e che
chiedono di un perché senza risposta.
Non è mia intenzione, o Luna,
percorrere sentieri insulsi
che portano al niente e soltanto tu
che sai cosa sia immergersi nel buio
puoi raccontare agli sciocchi
quanta poca luce basti per essere amati.
Fa’ che torni, o Luna,
il tempo che aveva il giorno di festa.

Futuro

Futuro

 

Chissà se davvero sei stato tu. Me lo chiedo spesso e alla fine di ogni pensiero mi convinco sempre di più che sia così. Non può essere capitato per caso e posso tranquillamente credere a questa magia, visto che davvero di una magia si tratta.

Saluto Alberico, gli stringo la mano e faccio per andarmene quando mi salta addosso per stringermi in un abbraccio potentissimo e colmo di felicità incredula. Piange. Non mi meraviglia più tutto questo, ormai capita da tempo e mi spiace un po’ che presto non accadrà più. L’abbraccio si scioglie e vedo Alberico allontanarsi.

Sono passati più di due anni da quando il mio cervello ricevette quella scossa. Non toccai niente di pericoloso, anzi stavo semplicemente leggendo un libro di Asimov quando una fitta tremenda e velocissima mi squassò la testa. Un dolore fortissimo che però durò un attimo. Non passarono due giorni che mi resi conto di un fatto straordinario: prevedevo il futuro. Peccato che vedessi il futuro di tutti e di tutto ciò con cui entravo in contatto. Al terzo amico di cui compresi il suo destino, non proprio roseo, entrai in crisi. Poi Giovanni morì. Fu un evento che da una parte mi sconvolse, dall’altra mi permise di fare una scelta e su quella mi concentrai.

Partì la mia frenetica attività. Iniziai con i miei ultimi mille euro e con Sandro, un padre disperato per un figlio malato. Lo accompagnai in una sala scommesse  e con lui vicino puntai tutti i miei soldi su una serie di partite di calcio che moltiplicava per cento la puntata. Sapendo quali sarebbero stati i risultati fu facile vincere. “Sono tuoi – dissi a Giovanni – a me basta che tu mi renda i soldi che ho puntato… tu pensa a curare tuo figlio.”

Da allora ogni giorno, in luoghi diversi, ho scelto persone che avevano bisogno e per loro ho scommesso e vinto cifre stratosferiche.

Oggi ho saputo che tre grosse aziende di scommesse chiudono per fallimento. Non temere, Giovanni, mi fermerò solo quando avranno chiuso tutte, perché non si può arrivare a uccidersi per essersi rovinati col gioco. No, non è giusto e qualcosa dovevo fare.

O forse mi hai guidato davvero tu?

Silenzio

Se mi avessero dato un fucile a canne mozze glielo avrei finito sui denti. Avevo un sonno che mi sgangherava e sulla panchina mi ci sarei anche appisolato a questo solicello se non ci fosse stato quel demente che non sta in silenzio un secondo.
Ma gliel’ho anche fatto capire a Mario: “O t’allontani da questo grullo o non rispondo di me stesso… e poi che non si tema la rabbia, ok??”, ma si vede che non sono molto comprensibile in questo momento.
Mi domando poi a Mario cosa cazzo gli frega del mutuo di questo coglione, di tutti i numeri senza senso… Per non parlare poi del telefono touch super tecnologico, della macchina quattro ruote motrici, del viaggio in Costa Rica, del ristorante tre volte alla settimana, della collana di perle alla moglie, della Thailandia e di quelle ragazzine che… (che che cosa?), del materasso a acqua, della televisione 88 pollici e via dicendo.

Mario… fallo smettere… Mario, un ce la fò più… Mario…

Ecco, l’ho fatto, mi hai spinto alla disperazione, all’unico atto per zittirlo e avere il silenzio che cercavamo insieme…
Come dici, Mario?
Come, grazie per averlo fatto?
Mi fai anche delle carezze???
Come dici? Ah, stava sui coglioni anche a te… ho fatto bene a morderlo… Grazie!!! Sei proprio il mio padrone preferito!

Sì, Mario, scodinzolo ora che siamo io e te da soli. E scusami se mi appioppo un po’, a questo solicello.