Massaggio

Era curiosa, un po’ come tutte le donne in fin dei conti, e decise di prendere un appuntamento. Ne parlavano tutte le sue amiche e anche molti amici, a dire il vero.
Sembrava fosse miracoloso, anzi lo era certo visto l’entusiasmo con cui veniva pubblicizzato da coloro che avevano apprezzato e goduto del suo operato.
Alle 17,00 esatte (guai a tardare, non apriva) suonò al campanello del piccolo terra tetto che si trovava nella periferia nord della città. Dopo alcuni secondi, un click segnò l’apertura della porta d’ingresso, che grazie a un meccanismo automatico (almeno lei pensò questo) si aprì del tutto.
“Benvenuta, Nina!” disse una voce registrata.
Nina entrò e si trovò davanti un grande salone arredato con semplicità. Passarono pochi attimi prima che Giovanni facesse la sua comparsa.
Lui la salutò e senza proferire altra parola la invitò a seguirlo salendo le scale. Giunsero in quello che probabilmente era il suo studio. Fortunatamente Nina aveva avuto indicazioni precise su questo rito, altrimenti avrebbe certo avuto paura di tutto questo.
Giovanni, un bell’uomo sulla quarantina, sorrise e disse un “non temere” che sembrava leggere i pensieri di lei. Poi allungò il braccio destro a indicare un lettino da paziente che sembrava comodissimo. Lo era. Nina si distese senza sapere se supina o meno. “Come vuoi tu…” le disse Giovanni e lei si distese a pancia in su a guardare un soffitto affrescato.
Giovanni si mise a sedere davanti a lei e Nina non capiva. Si chiese quando avrebbe cominciato il massaggio e lui le rispose: “ è già cominciato. Chiudi gli occhi e non pensare a niente”.
Nina decise di mettere in atto ciò che si era promessa di fare, ovvero fare ciò che le si chiedeva senza esitare e così andò. Svuotò la mente e rimase in attesa.

È domenica. Nina sorride gioiosa e tutti i suoi amici sono felici di vederla così. Non la vedevano a quel modo da troppo tempo per farsi domande su ciò che stava accadendo: il dolore di una malattia corrode chi la porta e chi gli sta vicino. Si godevano quell’allegria ritrovata che riempiva i loro cuori. Nina ripensa spesso a Giovanni che in sei sedute l’aveva guarita. Non dal male, ma dalla paura. Il suo massaggio consisteva solo nel prendersi per mano. Da quel contatto, un’onda purificatrice risaliva al cervello e lì iniziava il vero massaggio. I lobi cerebrali e ogni sinapsi furono carezzati da mani invisibili lasciandoli liberi da pensieri e privi di timori.
Le prime sedute furono difficili, ma dalla terza in poi Giovanni riuscì a dare a Nina quello che lei si aspettava. Lei fu felice di aver seguito l’istinto e con esso il consiglio delle amiche. Nina sorride gioiosa a chi è molto più di un amico e questi la guarda innamorato.
L’unico cruccio di Nina è che Giovanni le ha ordinato di non dire a nessuno in cosa consiste il suo massaggio.
La gente deve trovare da solo il coraggio di fare, le disse.
“Hai ragione” gli rispose.

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(il titolo del racconto alla fine)

Ana aveva ancora una età da poter mantenere dei sogni. Era tutto il resto che non andava. La Romania non le aveva riservato i migliori natali che uno possa sperare e i Carpazi, splendido disegno della Natura, erano troppo lontani dal benessere.

Adesso a quaranta anni e con un ottantenne rincoglionito da badare guardava il suo smartphone seduta sulla panchina di un giardino spelacchiato della triste periferia di una città italiana . Ogni tanto alzava la testa, un po’ per guardare il vecchio che sbavava come un sambernardo e un po’ per guardarsi attorno.
“Mi stai sui coglioni, puttana!!!” diceva ogni tanto il vecchio e lei sapeva che la cattiveria espressa era solo una malattia che coglieva gli uomini quando il cervello ormai funzionava a intermittenza.
“Testa di cazzo!” Gli rispondeva Ana. Poi si rimetteva a guardare il display.
C’era un bel sole quella mattina e lei ne godeva appieno chiudendo ogni tanto gli occhi e alzando il viso al cielo.
“Ciao” sentì dire. Aprì gli occhi e lo vide. “Eccomi qui!”
“Ciao… che sorpresa, mi hai quasi fatto paura… tu sei Leandro?”
“Che si vede?” disse l’uomo di una cinquantina di anni, vestito tutto sgangherato con i jeans mezzi strappati e la camicia blu tutta spiegazzata.
“Certo, sei quello delle foto anche se avevo paura tu fossi diverso…”
“Delusa?”
“No… anzi…”
“Bene, allora facciamolo!”
“Cosa???”
“Hai fatto la valigia?”
Lei rimase in silenzio un attimo. Ripensò alla proposta via chat di Leandro e gli parve pazzesca. Ma cosa rischiava in fondo?
“Si…”
“Ne ero certo… Ecco i biglietti, li vedi? Li ho fatti per noi due… prendi la valigia e andiamo.”
“Prima raccontami ancora di te…”
“E che ti devo raccontare… la mia vita? E a che serve se metà di essa è stata un sogno…” Aveva gli occhi vivi, ma in certi momenti persi in un vuoto strano. “Andiamo, dai!”
“ Ma Vitiello?”
“Chi???”
“Il vecchio…”
“Ah… ma lascialo qui, chissenefrega, non muore non preoccuparti…”
“Mi stai sui coglioni, puttana!!!”
“Testa di cazzo!!!… hai ragione. Aspetta prendo la valigia e andiamo…”
Leandro sorridendo prese dalla tracolla una canna di marijuana che sembrava un cannone. L’accese e aspirò offrendola poi a Ana che era tornata con la valigia.
“Vai, che ti fa bòno…”
Ana titubante la prese, timidamente aspirò e poi espirò sul vecchio: “Dai, cerca di stare meglio anche tu! Addio…”
E se ne sono andati.

“Tu sei il mio destino” disse Leandro, mentre erano già seduti sull’aereo per Bogotà.
“Andare in Colombia con 56 kg di Mariu Ana, cittadina rumena, senza essere come al solito messo in gabbia, è una tale soddisfazione che mi fa capire quanto tu sia nata per me, con codesto nome e cognome…”
“Mai stata in aereo… voleremo alto?”
“Più di quanto tu non creda…”

Titolo: Marijuana

Anni

Mi viene da ridere, ma evito di farlo. Dovessero accorgersi che lo faccio, si porrebbero troppe domande e cambierebbero l’atteggiamento verso di me. Non sarebbe più attenzione amorosa e non sarei più simbolo di una fedeltà senza limiti.
Mi accuccio e guardo la foto. Certo potevano metterne un’altra, si vede lontano un chilometro che era una giornata storta quella dello scatto. Sono certo che la pazienza è mancata, bastava averne un po’ di più, mica tanta, un briciolo e avrebbero trovato altri primi piani assai più rappresentativi. Me lo dico da diversi giorni, da quando vengo qui in visita, ma è inutile e senza rimedio quindi devo imparare a accettare quella scelta e cominciare a pensare che sia la più bella.
La lingua mi ciondola, è un caldo cane e se lo dico io ci potete credere. Mi giro dietro e osservo i tre o quattro giornalisti che speranzosi di aver trovato uno scoop, mi stanno fotografando davanti alla lapide e mi verrebbe di mettermi in posa, ma temo di esagerare. Allora per prenderli un po’ per il culo comincio a guaire come un coyote nel Grand Canion di notte in controluce della luna. Allora sì, giù foto, video e scritti sui taccuini.
Mi giro di nuovo e osservo i fiori recisi. Finti. Come era stato chiesto, almeno quello lo hanno mantenuto. Non si recide, non si uccide per un morto. Di veri solo un vaso di ciclamini di colore viola. Fiori eroici e resistenti e dal colore più giusto. Poi ci stanno bene, intonati al bianco del marmo. Da dietro sento avvicinarsi qualcuno. È una bambina che mi porge una ciotola con dell’acqua e le abbaio dolcemente per ringraziarla tra la meraviglia di tutti e le lacrime della piccola. Avrei voluto dirle che la vita è bella e che la sua gentilezza era il viatico per anni pieni di amore e gioia.
Come per me. Mi accuccio di nuovo e torno a guardare la foto della lapide. Si capisce dagli occhi che sono stati anni vissuti appieno, colmi di dolori e di gioie, di meraviglia e inquietudini, di sole e temporali, in un’alternanza di emozioni che nessun’altro potrà comprendere. Mi rendo conto che i fotografi si sono avvicinati e continuano a scattare immagini di un cane devoto che ogni giorno torna davanti alla tomba del suo amato padrone. Che gli esseri umani siano limitati m’è sempre stato chiaro ed è inutile pensare che possano intuire la verità. D’altronde io stesso non avrei mai creduto che tra tutte le possibilità, quella giusta fosse la reincarnazione. In un cane per giunta. È che mi incuriosisce molto osservare questo minuscolo luogo di culto di chi mi ha voluto bene.
Mi rialzo sulle zampe e comincio a scodinzolare. La bambina, una biondina dal viso bellissimo, capisce che ho già scelto lei e non poteva essere altrimenti. Un altro paio di visite alla tomba e poi chiederà ai suoi di portarmi con sé.
Mi proteggerà e la proteggerò, per mille e mille anni.

Trasparente

Fu quando sentii di una finestra che lasciò un vetro dicendogli che era troppo fragile e fuggendo con uno antiproiettile che compresi di avere il suo stesso destino e che in fondo mi sentivo come lui.

Trasparente.

Assolutamente trasparente.

Non mi cacava nessuno, come se non esistessi, una entità eterea e neppure se stavo sei mesi senza lavarmi pareva si accorgessero di me.

Quando nacqui e uscii dal ventre di mia madre urlando gioiosamente come ogni bambino sano che viene al mondo il chirurgo fece l’errore di appoggiarmi su un tavolino a destra di mia madre e per tre ore non riuscirono a trovarmi.

Avevo tre fratelli, ma ognuno di loro ne aveva due non ricordandosi di me.

Ho passato ore e ore agli aeroporti e alle stazioni a aspettare che i miei si rendessero conto che non ero con loro.

E la scuola mica meglio. Facevo le interrogazioni 40 minuti prima degli scrutini quando tutti, e dico tutti, i professori si guardavano e gridavano “cazzo non lo abbiamo interrogato!!!”. Però se non altro mi allenai alla grande per l’esame di maturità con tutte le materie.

Da un po’ ho trovato lavoro. È lui che non trova me. Al mio turno, si guasta sempre la macchinetta dove passo la tessera d’entrata e sembra che non sia mai in azienda. Si guasta anche all’uscita, specie dopo tre ore di straordinari che non vengono ovviamente riconosciuti.

Trasparente.

Ultimo punto dolente le donne.

Lì assumo proprietà di trasparenza che neppure Mastro Lindo riesce a farle uguali.

Nessuna donna mi guarda né mi ha mai guardato. Ho provato con i siti internet, ma la prima volta che riuscii a prendere un appuntamento con una bella ragazza, fissammo in una piazza del centro. Mentre l’aspettavo mi si avvicinò un barbone lercio e puzzolente a chiedere uno spicciolo. Lei arrivò in quel momento e io sorrisi. Mi considerò meno di zero e rivolgendosi al barbone gli disse: “Pensavo meglio… ormai facciamo passare la serata, ok?” e sene andò con quella schifezza d’uomo che non capiva una mazza di quel che accadeva.

Trasparente.

Come quel vetro.

Poi, non si capisce come, la vita prende una piega diversa perché comunque c’è sempre un motivo di esserci.

Adesso sono una specie di eroe. Uno che continua a non essere visto, ma almeno ricordato.

Mia madre, che ha sempre sofferto per questa mia caratteristica, conobbe un uomo che lavorava nei servizi segreti ed era uno che a differenza mia, così disse mia madre e ho qualche sospetto, sivedevaeccomesesivedeva!(tutto attaccato rende di più)

Saputo di questa mia sfortunata dote, volle conoscermi e rimase lui stesso sconvolto quando si accorse di me solo dopo un quarto d’ora che mi ero messo davanti a lui.

Quasi gli venne da piangere. Non ci crederete, di gioia.

Insomma per farla breve sono già stato in più di una quindicina di stati per  azioni militari segrete.

Mi infiltravo tra le linee nemiche senza problemi, anzi,questi mi cacavano ancora meno e ho evitato lanci di razzi, teste tagliate,attentati dinamitardi e altre cose del genere.

Come dicevo, sono una specie di eroe.

E adesso mi cercano anche le donne… insomma… diciamo che accade come con quella che mi ha telefonato dieci minuti fa per dirmi che si è accorta solo ora di aver provato tantissimo piacere a letto con me… quattro giorni fa…

Rondine

 

È vero che una rondine non fa primavera, sono convinto soprattutto che lei stessa ne sia convinta. Me la sono trovata sul terrazzo tutta stordita e mezza congelata in un giorno a cavallo tra l’autunno e l’inverno. Una sperduta nelle stagioni di mezzo, l’ho battezzata così pensando che tanto non ce l’avrebbe fatta a superare questa dura prova. Invece il calore del mio termosifone ha preso la piega del miracolo, unasperdutanellestagionidimezzo si è ripresa e ho dovuto abbreviare il nome in Alèviola. D’altronde lo spregio è parte di me e chiamare a quel modo un essere bianco e nero, mi regala un piacere sublime.
Alèviola svolazza per la casa e se ne bada bene d’andarsene anche se le finestre sono aperte. Credo sia uno stupido senso di riconoscenza verso di me, ma lo stupido sono io a crederlo. Lei se ne andrebbe, ma a quanto pare deve prima fare una cosa.
Sono trascorsi ormai quattro mesi, Alèviola è ingrassata da fare schifo da come la riempio di cibo raffinato e manca solo che abbai al mio ritorno per far sì che venga considerata un animale domestico. Il 3 aprile la vedo posarsi sul bordo del terrazzo, voltata verso di me. Non passa tre minuti che arrivano una trentina di rondini, più secche di lei, ma bellissime. Si mettono una a fianco dell’altra come fossero su un cavo della corrente. Prima fanno silenzio assoluto, poi d’improvviso intonano l’inno della Fiorentina, cosa che a Alèviola avevo fatto sentire un milione di volte. Mi sono emozionato, voleva salutarmi con un regalo, devo dire che è stato il più bello della mia vita.
Poi le ho viste volare via e mi è dispiaciuto da morire.

Star Trek (da un punto di vista diverso)

Dal diario di bordo, data astrale 22 luglio 2959:

Capita che entrare a far parte dell’equipaggio di Star Trek possa essere ritenuta una fortuna per chi come me non aveva altra possibilità o scelta o voglia.
Essendo dotato di modesta cultura, fermandomi alla trentottesima laurea mentre il capitano Kirk era alla duecentoventesima, ho fatto l’esame e sono arrivato sesto in graduatoria come operatore ecologico e addetto alle pulizie e siccome ne prendevano sette sono stato assunto.
Ieri siamo passati rasente al buco nero di Osian e se si chiama a quel modo lo abbiamo capito in quel momento, avendo lui fatto una scoreggia cosmica vestita. Anniluce quadrati di diarrea ci hanno investito e quindi stamani sono stato all’esterno a pulire i vetri dell’Enterprise. Una faticaccia immane con quella tuta a bischero che mi riparava dal vuoto, sì, ma che faceva un freddo mi s’erano intirizziti tutti i peli del petto. Il fatto è che dopo aver lustrato l’oblò della cabina del Klingon catturato tre giorni fa, mi sono accorto che quella biondona della dottoressa Chapel si stava facendo il prigioniero urlando come una pazza. O meglio, da come faceva presumo urlasse, ma ero nel vuoto dell’universo e non sentivo una sega. Certo vi domanderete, come ho fatto io, su come facesse a andare con un mostro del genere, poi l’ho visto ignudo e ho smesso di farmi domande.
Ovviamente la prima cosa che ho fatto è fare la spia. Sono ito da Spok a cui, ascoltandomi, gli si sono rizzate le orecchie (che da quel momento sono rimaste a quel modo per sempre, a lui e tutti quelli della sua razza). Mentre raccontavo la scena sbavava come un cane sambernardo e nel guardarlo mi dicevo “alla faccia della mancanza di emozioni!”.
Sono le 15,30 o le 16,50 o le 22,33… insomma ho perso il conto, e sono stato convocato dal capitano Kirk.
Ho appena rigovernato dodicimila tra piatti e posate e ogni tanto mi auguro che qualche laser dei Borg ci frantumi questo cazzo di veicolo spaziale dimezzando l’equipaggio.
Mi sono dato una lavata veloce con uno scansionatore di pulito a fondo e mi sono messo la tuta da idraulico. Arrivato alla cabina pilotaggio mi ha aperto Uhura con quella tutina scosciata che fa capire l’origine del suo nome (Uhu! Ra), che mi ha invitato a andare al centro della sala comando dove il capitano Kirk mi ha parlato: “Maremma maiala come son ganzo! Son ganzissimo! Meglio di me un ce ne sono! Son fenomeno, the best, the only, the one!”
Ho cominciato a comprendere Borg e Klingon, starebbe sul cazzo a chiunque.
“Senti mezza sega, sottospecie di operaio, racconti anche a me quello che hai visto?”
L’ho guardato, mi son chinato a pulirgli una scarpa con della merda sopra, l’ho riguardato e gli ho detto della dottoressa e del Klingon.
“Ma come è potuto accadere??? Chiamate la dottoressa!!!”
E’ venuta e non aveva altra difesa che far vedere due o tre foto del klingon.
Kirk ha sgranato gli occhi e ci ha detto a tutti “Grazie, potete tornare tutti ai vostri compiti!”
Nel mentre uscivo per tornare a pelare otto quintali di patate, ho sentito Kirk dire “Stasera attaccheremo la Morte nera, la disintegriamo, prendiamo l’imperatore e lo facciamo accoppiare a Chubeca, perché noi di StarTrek siamo più ganzi di quelli di Star Wars!”

Colore

Non ricordo più i miei lineamenti. Come se avessi uno specchio davanti che riflette a volte bianco, a volte nero. Mai il mio viso. Questo cazzo di malattia degenerativa ha baciato i miei occhi in maniera così subdola che mi ha ricordato Lisa. Mi baciò sulle labbra in seconda media, facendomi sciogliere d’imbarazzo o di passione, che ancora devo capire cosa. Se non che venni a sapere che lo aveva fatto per scommessa, per smentire gli amici, certi che non lo avrebbe mai fatto con uno sciapo come me.

Eh, sì, una malattia bastarda che lentamente mi portò via una delle cose più belle che ci vengono donate della vita. In poco tempo non mi restò che vedere un campo bianco di giorno e nero la notte.

Non è facile accettare questo nuovo tipo di stato vitale, anzi, parliamoci chiaro, non l’ho proprio accettato. Al tempo stesso ho (sempre) pensato che esiste sempre un modo diverso. Diverso da cosa, non so, ma c’è.

Per me questa modalità di vista Juventus (bianco/nero) non era sopportabile. Mi sforzai di trovare una soluzione al problema.

Come sempre accade, è il caso la soluzione. Camminavo come mio solito, incazzato e senza meta tanto se casco in un burrone chissenefrega, con un lungo bastone bianco più utile a tirare fendenti che a evitare ostacoli, quando, chissà come e dove, mi resi conto di essere sotto un ponte montando sopra la caviglia di una donna. Sdraiata a terra, presumo fosse a dormire e lo presumo per le urla condite a accidenti che la gentil donna mi diresse per il dolore e il risveglio forzato. Certo anche il puzzo da assenza lavaggio faceva la sua per farmi capire che era una clochard. Urlava. Allora cominciai a urlare anche io, assai più forte maledicendo il mio male e l’assenza di vista. Quando smisi, ci fu silenzio, fino a che la clochard non disse: “Ah, bastava dirlo…”

“Cosa?’” domandai non capendo.

“Sai che i colori non sono negli occhi? Lo sai? Se non lo sai, imparalo.”

Prima che potessi chiedere cosa significasse, mi mandò a fare in culo e se ne andò.

Adesso sono passati due anni e so cosa volesse dire quella donna. Accade ogni volta che tocco qualcosa: essa prende un colore e io ne vedo la forma. Fortunato di aver conosciuto i colori, essi erano dentro di me e se anche gli occhi non funzionano, funziona la mia anima.

Vedo cose che la meraviglia si fa aggettivo insulso a descriverle e mi sono perfino innamorato. Lei è una donna che ha il rosso della passione oppure il blu degli oceani, il verde della ragione o il giallo della speranza. Mi basta toccarla con le mie mani per tuffarmi nell’arcobaleno del suo amore.

Tocco e vedo anche cose che prendono colori oscuri, così per ricordarmi che comunque la vita non sarà mai solo colori pastello. È anche vero che solo il brutto rende grande il bello.

Adesso sto carezzando Missile. È un gatto di colore nero. Per chi ci vede. Per me è azzurro e coccoloso.