Le criti’he cinematogra* de’ Torracchi: Bleid Ranner dumilaquarantanove

La mi’ bimba che la fa un corso universitario sullo spetta’olo, di cui un so dire nemmeno i’titolo, l’ha m’ha specificato la differenza tra criti’he e recensioni: in particolare, le prime son soggettive, le seconde oggettive… unn’ho capito che la volesse intendere, ma siccome dico icchè mi pare dice che quelle che scrivo son le prime.
Allora, prima cosa bisogna aver culo di trovare una poltrona giusta, che ierisera mi son ciucciato il filme con uno di fianco che a ogni scena un po’ d’effetto gl’urlava emozionato come fosse stato all’apice de’ piacere con Romilda, la bionda de’ viale subito fuori da’ i’cine. In seconda battuta, quando si va allo spetta’olo delle ventitre, si deve ave’ preso trentadue caffè se un si vòl russare come la mi’ signora, lei seduta all’altro fianco.
Detto questo, parliamo de’ filme.
Allora, ne’ dumilaquarantanove c’ho novant’anni e quindi m’importa una sega, ma se i’mondo fosse come nel filme son cazzi duri per i giovani e se parlo fino è perché voglio limitammi nelle espressioni.
Di certo, come dice sempre la Milena senza che sappiate chi sia, di certo le tennologie usate pe’fare i’filme son talmente avanzate che arrivano prime sempre. Detta la cazzata della giornata, si può affermare che in effetti il regista dimostra di essere un visionario capace di riportare in immagini le sue fantasie, aiutato da una colonna sonora emozionante e avvolgente. Questo fa sì che si eviti l’esecuzione sul posto degli sceneggiatori che hanno scritto una storia dove non ci s’intende una mazza, che passa da chissà quale miracolo a replicanti che paiono òmini e viceversa senza farci intendere il vero, accident’a loro e la maiala di su ma’!
Gli attori son ganzi, ma la cosa meglio l’è una macchinetta con cui si crea una compagna virtuale bòna assaettata, che tu l’accendi quando n’hai voglia. Vuoi mettere?!?
Se il buon Villeneuve mi dicesse la marca, farebbe il su’ dovere.
Insomma, gl’è un filme da vedere.
(*: m’hanno detto che fiche un si scrive, gl’è grezzo)
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Q.I.

Come uomo a me avrebbe fatto un po’ senso.
Tutto sderenato, capelli ritti e spettinati, pantaloni strappati, ma non alla moda, strappati e basta, avea delle maglie sudice da fare schifo, lavarsi sì, ogni tanto lo faceva, ma per lamordiddio non ti ci potevi avvicinare d’estate altrimenti tu rischiavi un embolo polmonare.
Di viso però era proprio bello, il problema è che non pensava per niente a se stesso.
Non faceva altro che aiutare gli altri.
L’Anna l’avea conosciuto per caso un giorno che per l’appunto s’era lavato e era rimasta folgorata da quel bendiddio di ragazzo. Mai visto niente di così affascinante: un naso perfetto orlato da due occhi scurissimi di quelli dove poeticamente si annega, du’ labbra da baciarle a tutte l’ore (pensieri dell’Anna, a scanso d’equivoci), capelli neri lunghi e sciolti al vento di primavera (ancora non puzzava).
Insomma arrivarono a copulare il giorno stesso.
Fatto sta che l’Anna cominciò a conoscerlo veramente solo il giorno dopo.
S’accorse ch’era un po’ strano.
Insomma, strano, si fa per dire… ecco, come spiegare?, lui era felice solo se faceva qualcosa per gli altri.
Vedeva una vecchina che non ce la faceva ad attraversare la strada e lui la aiutava. Beh, questo lo avrei fatto anch’io.
Vedeva un invalido fermo impotente davanti ad un marciapiede e lui lo aiutava a superare l’ostacolo. E anche questo l’avrei fatto anch’io.
Quello che non farei è aiutare dei facchini che stanno facendo tranquillamente il loro lavoro. Li vedeva sudare e allora lui, impietosito, li faceva sedere da una parte e da solo portava al quinto piano armadi da nove ante, cucine di sei metri lineari, migliaia di sedie e poltrone, decine di comò da tre quintali l’uno.
Altri casi frequenti: quando passava davanti a cantieri edili, vedendo quei poveri manovali si inteneriva e, mentre gli operai andavano in ferie alle Maldive, lui scaricava tonnellate di mattoni e costruiva da solo palazzi di dodici piani.
Oppure idraulici segaligni salvati dal suo soccorso e sostituiti nel trasporto di termosifoni da dodici elementi e vasche da bagno in acciaio spesso dodici millimetri.
Per non parlare degli asfaltatori, che lavorano solo d’estate e vi potete immaginare quanto gli sono grati per aver asfaltato al loro posto sedici caselli dell’autostrada.
Era un buono, un Supereroe dei nostri tempi, da noi si direbbe bischero, ma che vuol dire? Un’anima straordinaria.
Ma c’era un segreto che incuriosiva tutti e che lui non aveva mai svelato: portava sempre delle magliette con due iniziali, Q. I.
Vedendo ciò che faceva tutti avevano scartato a priori che volesse dire Quoziente d’Intelligenza.
Allora, quale poteva essere il significato di quelle due lettere?
Nessuno lo seppe mai, escluso io.
Avendolo creato non poteva certo rifiutarsi di dirmelo.
“Quore Imbranato” mi confessò.
“Ehhh???” è stata la mia prima reazione.
“Tu, sei più scemo di me, pur avendomi creato. Me l’ha detto Anna quando mi lasciò. Mi disse che ero un uomo bellissimo e pieno di bei valori. Ma vivevo fuori da questo mondo e non poteva continuare a vivere con me.”
“E allora?”
“Hai un meraviglioso Quore Imbranato, mi disse. Ho pianto per giorni, ma quelle due parole mi son rimaste qui” disse indicando il petto.
“Guarda che cuore si scrive con la C!”
“’?!?… sei sicuro? Con la C???… No, no, ti sbagli, nel mio mondo si scrive con la Q! Nel mio mondo si scrive con la Q!” mi ripeté emozionato.
Lo guardai con simpatia, comunque a distanza d’odorato.
“Ora, scusami, ma ho da fare. Guarda quel povero pavimentatore! Come suda! Tutto piegato a terra! Ehi tu, fermati un attimo, ti aiuto io…”

Occhiali

Picchiava capocciate mostruose nei pali delle fermate dell’autobus.

Inciampava di continuo battendo musate terrificanti sull’asfalto.

Non ci vedeva una pippa, ma non voleva gli occhiali.

Oh, non c’era verso convincerlo.

Non li avrebbe mai messi se non che, dopo essere caduto in un tombino aperto per un cantiere delle fogne pubbliche, fratturandosi 27 ossa del suo sciagurato scheletro, sua moglie gli disse:

“Tu se’ proprio un deficiente. Ti lascio e torno con Rocco.”

“Non lo fare, ti prego. Metterò le lenti.”

Aspettò tre mesi, il tempo di potersi spostare sulle proprie gambe, ed andò dall’ottico.

Si fece misurare la vista e preparare gli occhiali.

“Io non li vorrei…” confessò all’ottico.

“Sta parlando col portaombrelli.” Gli rispose questi.

Si convinse.

Se li mise ed ebbe l’illuminazione. Non divina, ma materiale.

In un sole vivido vide la sua città, brutta da fare schifo con  palazzoni alti venti piani, tutti scalcinati.

Per terra un sudiciume impressionante, sacchetti di plastica pieni di spazzatura sbracati per le strade.

Ma soprattutto rivide sua moglie. Ormai s’era dimenticato come fosse e stava meglio. Ora, insisti che insisti, voluto gli occhiali? Eccola lì! Un mostro! Un troiaio di femmina, sempre che si possa definire tale.

Non guardarla significava poterci stare insieme ma ora… ora…

“Ma vaffanculo te, Rocco e questo mondo di cacca!!!” e scaraventando lontano le lenti s’incamminò barcollante.

Dopo molte ore raggiunse sua madre.

Almeno pensava fosse lei.

Verso il basso

Mi inclino verso il basso.

Sto perdendo in altezza e non so come impedirlo.

Ho fatto piscina e atletica leggera, ma si vede che era troppo leggera.

Perché continuo a piegarmi.

Verso il basso.

Ormai l’angolo delle gambe con la mia schiena è acuto, come il mio dolore.

Ho comprato una spalliera, sembrava funzionasse ma appena ho lasciato la presa, sdeng!, la mia schiena come un elastico si è piegata in avanti e poco è mancato battessi una musata sulle piastrelle in monocottura.

Andavo a lavorare in auto e fin qui tutto a posto, l’angolo del sedile rispecchiava l’inclinazione della mia schiena. Poi appena sceso, il mio corpo mostrava le sue problematiche ed io non riuscivo più a vedere davanti.

Vedevo solo per terra.

Mi hanno licenziato e quando mi hanno dato la lettera di fine rapporto ho visto solo le scarpe di chi mi ha recapitato il benservito.

Gli ho detto grazie lo stesso e lo sconosciuto mi ha fatto una carezza sulla testa.

Nel mentre lo faceva gli avrei volentieri spaccato il muso, ma come avrei potuto fare?

E’ da una settimana che sono a casa.

Visto la posizione, parlo solo con il gatto, il cane e alcuni scarafaggi.

Mi guardano come fossi scemo.

“Sono piegato!!!” gli ho urlato.

Non è facile vivere piegato.

Sono andato in banca a prendere un po’ di soldi e per arrivare alla cassa mi hanno fatto salire su una sedia; in autobus non pago più il biglietto perché non supero il metro ma picchio dappertutto perché non riesco ad arrivare alle maniglie di sostegno.

A parte questo, non so più cosa accade sopra il metro e venti, ma so tutto di ciò che accade sotto.

Sembra possa essere interessante, ma non lo è.

Non capita niente, né di poetico, né di materiale.

Niente.

Solo animali e polvere e mi faccio due palle così.

Inesorabile, la mia testa si sta avvicinando ai piedi e i miei genitori hanno chiesto il preventivo per una bara lunga un metro a esagerare.

Piango ma nessuno se ne accorge, solo delle blatte che si avvicinano per farsi una doccia.

 

Vorrei tornare eretto a guardare il mondo, bello o brutto che fosse mi manca da morire.

Mestieri

Mestieri.
Quanti ne ho fatti!
Iniziai a un anno e mezzo come portatore di secchiello al mare per una di sei mesi più grande di me. Per tre estati mi sono fatto un mazzo tale che m’erano venute delle braccia che sembravo un muratore appena andato in pensione. Poi lei conobbe uno di cinque anni con una ruspa a motore elettrico e mi mise in un angolo. A parte la delusione amorosa l’unica cosa che ho capito è che non mi aveva pagato la manodopera. Da allora sono cambiate le cose. A sette anni presi la prima paghetta. Non quella dei miei genitori, quella mi sembrava di rubarla, me la davano senza far niente. No, parlavo di quella che mi dava un certo Carmelo perché portassi dei bigliettini a uno che non ho mai saputo come si chiamava. Mi garbava un monte farlo, correvo veloce come il vento e in poco tempo prendevo due o tremila lire! Poi un giorno sono arrivate delle macchine con la sirena come quelle che mi regalava il babbo a Natale e si portarono via Carmelo. Boh, mi dissi. A dieci anni mi misi a cucire palloni. I grandi non erano buoni a farlo e allora ci davano il lavoro a noi bimbetti con le manine piccine. Che fortuna! A tredici anni m’hanno portato dall’ortopedico, perché la manine son piccine ma le si piegano facile facile. M’hanno tenuto ingessato per otto mesi. Senza far nulla!!! Che scatole! A quindici anni sono andato tra la Natura. Che bello! Raccoglievo pomodori 15 ore al giorno per non so quale Corona e sebbene mi si schiantasse la schiena e mi dessero duemila lire l’ora era così bello unire i piedi alla terra. Ti fa sentire vero. E d’inverno a raccogliere arance, mi davano meno, mille l’ora, ma che bel colore avevano quei frutti. Ma mi sbagliavo pensando che la Natura fosse l’unico posto dove fosse bello lavorare. A diciott’anni, visto che lo studio non era proprio per me, entrai in fabbrica. Apprendista, mi facevano fare turni di dodici ore per imparare prima. Che brava gente erano quegli imprenditori. Dovevo avvitare un bullone attorno a una vite. Per farlo veloce ci volle molto tempo, ma ebbero molta pazienza con me. Finiti i tre anni di apprendistato non mi passarono operaio. Avevano ragione, dissero che ero giovane e dovevo imparare altri lavori, prima di perdere l’opportunità di fare ancora apprendistato. Cosa che feci in una falegnameria. Dove per dieci ore al giorno per tre anni avvitai l’infisso A all’infisso B. A venticinque anni mi consigliarono un lavoro più elaborato e di responsabilità. Un lavaggio auto a poca distanza da casa, una cinquantina di chilometri, rendeva felici i suoi clienti lavando a mano carrozzerie bellissime. Primavere, estati, autunni e soprattutto durante inverni gelidi insaponavo Fiat Punto e Jaguar Xe a vecchi rimbambiti e a quattrinai con la puzza sotto al naso. Per 500 lire a auto. Poi arrivò l’euro e presi 25 centesimi a auto. Per otto anni. Poi la fortuna dimostrò di essermi ancora vicina e per quindici anni e per quindici ore al giorno ho fatto l’allupino in una filatura a cardato. Mi garbava una cifra smassare colli di 5 quintali di lana e ungerli con olio più grasso d’un maiale che per levarmelo dai vestiti ci mettevo più d’una settimana a strigliare forte. Un po’ faticoso e in effetti come dar torto ai miei padroni se m’hanno licenziato quando son dovuto stare a casa tre giorni per sei ernie contemporaneamente sulla colonna ormai invertebrata? Mi mancavano solo due anni alla pensione e pensai che non ci sarei mai arrivato. Ma ancora una volta, mi vergogno quasi a dirlo, la fortuna ebbe un occhio particolare per me e per due anni lavorai come giardiniere in una villa: in primavera tagliavo l’erba, in estate annaffiavo i vasi, in autunno spazzavo le foglie, in inverno tagliavo la legna. Senza paga se non pagare io quello che rompevo. Ma bello bello!!!
Ora sono in pensione. Quella minima, giustamente, visto che di contributi non me ne hanno pagato uno che fosse uno.
Che scatole…

Closet

C’era una volta, mica tanto tempo fa, un uomo grezzo come la carta vetrata, grasso come un porco da campionato del mondo e peloso da fare schifo.

La cosa incredibile è che aveva una bambina bellissima, bionda assaettata, dagl’occhi che strabuzzavano un blu da oceano indianifico (non mi veniva altro aggettivo) e due gambe secche, lunghe e diritte.

Il babbo non lavorava da mattina a sera (attenzione, ho detto “non”), rimanendo sdraiato su una sciagurata poltronuccia che aveva già stroncato una decina di volte per la sua stazza spropositata.

La sera la piccola Closet, che aveva un fratello di nome Water, se ne andava a letto sfinita dopo dodic’ore di lavoro alle filande, tre per preparare da mangiare e rigovernare, due per rifare le stanze, una per fare il massaggio ai piedi al babbo e una per riprendersi perché i piedi il babbo non se li lavava da sei mesi. Direi che a lei Cenerentola le faceva una pippa.

Era in quel momento che avveniva il miracolo che rende le favole tali:

“Babbo, mi addormenti con una favola?” chiedeva la piccola dalla sua camera.

“Quanto rompi i ciglioni (correttore di word)!” urlava il babbo con voce sgradevole frammista a rutto da patatine Pai.

Sedici minuti. Il tempo per alzarsi dalla poltrona, intendo.

Altri dodici per salire i sei gradini che portano alla camera di Closet e sei decimi di secondo per sedersi su un cubo di cemento che Closet aveva sostituito alle nove sedie spiattellate dal padre.

Questi, preso un opuscolo, cominciava a leggere:

“Gli ho preso la verga, non mi bastavano le due mani per afferrarla del tutto… scusa, questa è la novella che racconto alla tu’ mamma. Allora, dove eravamo rimasti? Ecco, si, la principessa rimase con la testa spiaccicata sotto la zampa del drago e tutti i superstiti vissero.”

Rimase un attimo a sedere poi guardò dolcemente la sua piccola che già dormiva da venticinque minuti senza che lui se ne fosse accorto.

Premuroso le mise la sveglia alle quattro di mattina.

Robertino

Oggi c’era Robertino a mangiare con me.

Niente di che, un giorno come un altro e il menù non aveva nulla di particolare a parte il fatto che era lì, bello, pronto per essere ingozzato voracemente da quelli come Robertino.

C’era anche una dozzina di suoi fratelli ma probabilmente non avevano fame visto non stavano a tavola ma a bighellonarsi per la cucina e il soggiorno.

Ovviamente, anche la mamma di Robertino, grande madre da tutti i punti di vista.

Un sacco di figli e una grande maestria nel crescerli come si conviene.

Secondo i desideri e le speranze degli uomini.

Li guardavo sorridente mangiare.

Ero felice, anche se in realtà qualcuno mi avrebbe piuttosto preso per pazzo.

C’era un sole splendido, una giornata di maggio che ricordava una delle migliori del periodo estivo.

Un tardo pomeriggio dai colori vivi della primavera e dai toni delle pinete in Versilia.

Una luce che entrava in cucina senza essere filtrata da alcuna tenda a rendere belli e luccicanti persino gli occhi di Robertino, che certo chiamarli belli è esagerato.

Il sole mi fa sentire bene, mi dà energia, forza.

Coraggio.

Guardavo Robertino e sua madre, ascoltavo il casino terrificante dei suo fratelli e mi dicevo chissenefrega di chi ci guarda.

Ho acceso la tv.

Miracolosamente a Robertino piacciono i cartoni animati e io lo accondiscendo spesso.

Era  ancora presto, c’era la pubblicità.

Di un programma, Report, che sarebbe stato trasmesso domenica.

E’ apparso un galletto arrosto con una voce che diceva “questo sapete cos’è? Era un pulcino…”

Subito dopo sono apparsi migliaia di pulcini su nastri trasportatori che alla fine del nastro venivano gettati non so dove come fossero stati un sacchetto dello zucchero.

Poi una donna, di cui non vedevamo il viso, li prendeva uno per uno per il collo e, vivi, li infilava in un tubicino stretto che li aspirava non so dove…

Robertino e sua madre sono rimasti pietrificati.

D’altronde quale reazione pretendere da una gallina e da uno dei suoi figli a vedere certe immagini?

Ed io che non sapevo spiegare il perché.

Che non sapevo spiegare come la vita, l’essenza della vita si possa dimenticare per questioni industriali fino a compiere certi atti osceni.

Che non sapevo spiegare come mai nei cartoni animati non accade.

Mentre Robertino e sua madre hanno ripreso a mangiare il becchime in silenzio e a capo chino, ho spento la televisione e ho guardato il sole tramontare malinconico.